di Errico Novi
Il Dubbio, 31 gennaio 2020
Tra i reati "decaduti", quelli dei "colletti bianchi" sono meno del 10%. Da almeno un mese e mezzo l'Unione Camere penali attende dal ministero della Giustizia i dati sui tipi di reato che vanno più spesso in prescrizione. Nulla, nessuna risposta.
Tanto che la scorsa settimana l'associazione dei penalisti italiani, presieduta da Gian Domenico Caiazza, ha proposto una formale istanza di accesso agli atti. Qualora non fosse evasa da via Arenula, l'Ucpi sarebbe legittimata a ricorrere al Tar per vedersi riconosciuto coattivamente il dato negato dall'amministrazione.
Ma da ieri un indizio tutt'altro che trascurabile, per non dire una prova, avvalora i sospetti dell'avvocatura: secondo il Rapporto Italia 2020 dell'Eurispes, non è affatto vero che ad andare in prescrizione sono soprattutto gli illeciti dei "colletti bianchi", e in particolare i reati di corruzione. Dal lavoro di ricerca dell'istituto presieduto da Gian Maria Fara si ricavano molti dati allarmanti sulle tendenze dell'opinione pubblica, ma anche alcuni elementi di fatto sul funzionamento della macchina dello Stato. Giustizia compresa.
Ebbene, per chi è interessato al dibattito sulla prescrizione, e in generale alla presunzione di non colpevolezza, andare, prego, alla scheda numero 42. È dedicata al processo penale, ed è il frutto di uno specifico approfondimento svolto dall'Eurispes proprio con la colloborazione dei penalisti italiani. Si scopre che i reati di corruzione prescritti sono meno del 10% rispetto al totale delle declaratorie di prescrizione.
E considerato che queste ultime rappresentano appena il 10% dei "procedimenti arrivati a sentenza", vuol dire che i "corrotti salvati dalla prescrizione", per dirla con i fautori della riforma Bonafede, rappresentano una quota insignificante. I "colletti bianchi che sono riusciti a farla franca" (qui il copyright è proprio di Luigi Di Maio) perché il reato si è prescritto rappresenterebbero sì e no l' 1% degli imputati destinatari di una qualche sentenza.
Ora, per carità: si tratta di una ricerca scientifica. Non dei dati del ministero. Quelli, per ora, non ci sono, e pende l'istanza di accesso agli atti sopracitata. Eppure è innegabile la serietà con cui l'Eurispes conduce le proprie ricerche. Nello specifico, sono stati monitorati qualcosa come 13.755 processi, in 32 sedi giudiziarie omogeneamente disseminate in tutto il Paese. Il valore quanto meno indicativo del dato sulle corruzioni prescritte, dunque, è indiscutibile. E anzi, l'Eurispes neppure ha voluto scorporare i dati raccolti in modo da enfatizzare la statistica, spiazzante, sui "colletti bianchi".
Prima, infatti, si è detto che i reati contro la pubblica amministrazione finiti in prescrizione sarebbero meno del 10% di tutti quelli estinti per decorrenza termini. In realtà potrebbero essere significativamente meno. Perché il dato rilevato dall'istituto di ricerca, pari esattamente al 10,2%, accorpa in realtà non solo le fattispecie tradizionalmente accomunate sotto la voce "corruzione" (tra cui anche la concussione, il peculato, la malversazione e così via).
In quel 10,2% ci sono tutti i reati "contro lo Stato, le altre istituzioni sociali e l'ordine pubblico". La categoria include, per intenderci, anche fattispecie come la violenza o la resistenza a pubblico ufficiale. Se ne deduce perciò che i "corrotti salvati dalla prescrizione" sono, secondo la ricerca, persino meno dell'1% degli imputati destinatari di una qualche sentenza.
Non ci sarebbe altro da aggiungere, per assegnare al rango delle "fake news" la tesi per cui la prescrizione sarebbe la scialuppa di salvataggio del corrotto. E dalla ricerca Eurispes emerge con chiarezza quanto fosse plausibile la convinzione dell'Ucpi sulla reale natura delle fattispecie che non arrivano a sentenza per intervenuta decorrenza termini: si tratta di reati come furti, rapine, traffico di droga.
Sono gli illeciti per i quali, non a caso, è stata condannata la stragrande maggioranza delle persone oggi recluse in Italia. Secondo l'Eurispes, a finire prescritti sono infatti prima di tutto i reati contro il patrimonio (25,1%), quindi i reati contro la persona (15,6%) e poi le violazioni al Codice della strada (7,6%) e i delitti legati alla droga (4,1%).
Sul processo penale l'Eurispes propone altre statistiche, in parte diffuse già nello scorso mese di ottobre. Alcune forniscono smentite altrettanto nette rispetto alle teorie del cosiddetto fronte giustizialista: sul totale delle sentenze quasi il 30%, il 29,8 per l'esattezza, sono di assoluzione. Le condanne propriamente dette non sono tanto più numerose: il 43,6%. A cui vanno aggiunte comunque le tipologie di estinzione del reato diverse dalla prescrizione, quali la remissione di querela o l'esito positivo della messa alla prova.
Altri dati ancora sono di un certo interesse rispetto alle scelte fatte, o da fare, sulla riforma penale. In particolare quelle sui riti alternativi: rispetto al totale dei processi, l'abbreviato incide per il 4,6%, ed è ancora più insignificante il numero dei patteggiamenti, pari ad appena il 2%.
Basterebbe potenziare tali istituti, renderli effettivamente "appetibili", per decongestionare i Tribunali e scongiurare le prescrizioni. È, non a caso, l'orizzonte suggerito dall'avvocatura e dagli stessi magistrati al tavolo istituto da Bonafede. Che nelle ultime bozze della sua riforma pare aver dato ascolto, almeno su tale particolare aspetto, a chi il processo lo conduce materialmente ogni giorno nelle aule di giustizia.









