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di Carlo Bertini e Ilario Lombardo


La Stampa, 4 febbraio 2020

 

Ai 5S contrari verrebbe offerta una ritirata stile-Tav. Il premier: pronta modifica sulle sentenze d'appello. Con l'odore di zolfo della crisi che già aleggia su Palazzo Chigi, è rimasto solo il Parlamento a offrire alla maggioranza una possibile via d'uscita sulla prescrizione. Sembra non ci sia alternativa, a maggior ragione dopo che il presidente della Cassazione e gli avvocati si sono scatenati contro la norma.

Alla Camere si affidano le sorti della riforma, come ultimo salvagente per scongiurare lo strapiombo del governo. O si troverà una soluzione, oppure in Aula si andrà verso una convergenza tra i partiti, di maggioranza (renziani in testa) e di opposizione per fermare la legge. La data cerchiata in rosso è i124 febbraio, quando si voterà il ddl del deputato di Forza Italia Enrico Costa. E dove in caso di scrutinio segreto la legge del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede potrebbe essere affondata.

Ma già si presagisce un esito in stile Tav: con i 5 Stelle che al grido "noi non ci stiamo" si piegano "al volere del Parlamento sovrano", ma da irriducibili, mostrando di aver salvato i propri principi e facendo rimanere in piedi il governo. Protagonisti assoluti di questa sfida sono Bonafede, il ministro incatenato alla sua proposta di bloccare la prescrizione, in vigore dal 1 gennaio, e Matteo Renzi, l'ex premier che anche per gonfiare i numeri della sua Italia Viva ha fatto della giustizia la battaglia del secolo, anche contro il suo ex partito. Il botta e risposta con il vicesegretario del Pd ed ex Guardasigilli Andrea Orlando dà la sintesi politica della giornata.

Se Iv non avesse "politicizzato" lo scontro, secondo Orlando, Bonafede sarebbe stato costretto a rispondere alle precise obiezioni di avvocati e magistrati. "Non morirò giustizialista" la risposta di Renzi. "Si può cambiare la norma senza votare con Salvini e mettere a rischio il governo" la controreplica del dem. In mezzo a tutto questo, il M5S spaventato dall'escalation, e il premier Giuseppe Conte in cerca di un appiglio per l'ennesima mediazione. Glielo offre il suo omonimo deputato di Leu, Federico Conte, lo stesso che gli aveva fornito il primo "lodo", quello che bloccava la prescrizione solo per i condannati in primo grado e non per gli assolti, quello che secondo alcuni è incostituzionale e secondo altri è già previsto dal sistema penale (articolo 160) dai tempi del Codice Rocco.

Il nuovo "lodo" integra l'altro: in caso di condanna di primo grado e assoluzione in appello, la prescrizione verrebbe retrodatata per farla scattare dalla prima sentenza, in modo da evitare in alcuni casi il giudizio in Cassazione. Viceversa non scatterebbe con una condanna in appello. Quindi, di fatto per eliminare la prescrizione servirebbero due sentenze di condanna. I renziani la considerano un passo avanti ma Maria Elena Boschi fa notare che se l'appello dura anni non si risolve il problema.

Obiezione condivisa anche dal Pd che comunque punta a rinforzare questa ipotesi con garanzie di durata certa dei processi. Ma non è l'unica soluzione, perché si sta ragionando anche attorno all'ipotesi di distinguere i reati e bloccare la prescrizione, per esempio, in caso di corruzione. Ieri c'è stato un contatto telefonico tra Bonafede e gli altri capi-delegazione della maggioranza.

Per domani, di ritorno da Londra, Conte avrebbe intenzione di convocare un vertice. In ogni caso il Pd intende chiedere un compromesso politico che stia bene a tutti, per evitare scivolate improvvise verso la crisi, ma anche che la bandiera del garantismo resti solo in mano a Renzi. Bisogna fare in fretta. Il calendario è fitto. Iv conferma che non ritirerà, e ripresenterà anche in Senato, l'emendamento di Lucia Annibali che rinvia il blocco della prescrizione di un anno, in attesa di una riforma che velocizzi il processo penale.

Il Pd non lo voterà ma annuncia che senza la mediazione di Conte lancerà la sua proposta, magari di tornare alla norma Orlando, che sospende la prescrizione per 12 mesi dopo il primo grado e 24 dopo l'appello. Nessuno comunque vuole arrivare al 24 febbraio impreparato. Perché, nonostante il tutti contro tutti, nessuno è pronto fino in fondo a scommettere che il governo cadrà ora sulla prescrizione, a un mese dalle nomine pubbliche delle grandi aziende.