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di Giovanni Negri


Il Sole 24 Ore, 10 gennaio 2020

 

La riforma Bonafede verrebbe rivista invece per i casi di assoluzione. Situazione ancora in bilico sulla giustizia penale. Ma con buone possibilità di una soluzione che, secondo le ultime indiscrezioni filtrate dal summit di maggioranza, ancora in corso nella tarda serata di ieri, potrebbe passare per la distinzione tra sentenze di condanna e di assoluzione.

Dove, se la riforma Bonafede in vigore da pochi giorni non fa alcuna distinzione, congelando il decorso dei termini in entrambi i casi, l'idea che ha preso forma è quella di confermare lo stop solo per le condanne e di procedere invece a meccanismi processuali che diano certezza ai tempi in caso di assoluzione. In ogni caso, alle 22 di ieri sera, la maggioranza riunita a Palazzo Chigi ancora lavorava alla ricerca di un compromesso che potesse tenere in equilibrio, con la mediazione del premier Giuseppe Conte, quella prescrizione versione Bonafede e soluzioni che diano certezza alla durata dei processi.

Dove il nodo è soprattutto quello dell'appello, visto che i termini attuali, tarati su una lunghezza pari a quella del massimo di pena, nel primo grado di giudizio continuano a decorrere. Sul tavolo le diverse ipotesi che in queste settimane si sono rincorse, ma soprattutto un dato politico di rilievo: delle 4 forze che sostengono il Conte 2, sono 3 quelle a contestare il blocco dei termini dopo il verdetto di primo grado.

Almeno in assenza di opportuni correttivi che escludano il rischio di una prosecuzione a oltranza del procedimento penale. Dato che sinora non ha avuto significative conseguenze in Parlamento, ma che, se fossero confermate le distanze, condurrebbe nei prossimi giorni, Pd, Italia Viva e Leu a dovere fare scelte dense di conseguenze.

Da martedì, infatti, alla Camera, andranno al voto, in commissione Giustizia, gli emendamenti prima e il testo poi del disegno di legge presentato dal forzista Enrico Costa che abroga tout court da Bonafede, facendo di fatto rivivere la Orlando. Difficilmente il Pd potrà votare la proposta Costa oppure l'emendamento depositato che riproduce nei contenuti il disegno di legge dem presentato il 27 dicembre a Camera e Senato che agisce sui termini di sospensione dopo il primo grado per un complessivo periodo, tra Appello e Cassazione, di 3 anni e 6 mesi nel massimo, trascorsi i quali però la prescrizione riprende a correre.

È chiaro però che quando la proposta di legge dem arriverà al voto allora potrà saldarsi un fronte inedito con le opposizioni su un tema comunque di assoluto rilievo. Sul piano tecnico, a confrontarsi è una pluralità di soluzioni. Dal Pd è stata avanzata l'ipotesi di una prescrizione processuale che conduca alla decadenza dell'azione penale quando in appello e Cassazione non sono rispettati i termini predeterminati. Una via che già Bonafede ha considerato impercorribile, visto che avrebbe condotto al medesimo risultato della prescrizione sostanziale.

Che si estingua il reato oppure il processo, nei fatti non farebbe una grande differenza. Il ministro ha rilanciato con l'utilizzo della leva disciplinare per sanzionare il magistrato che si rende responsabile di uno sforamento dei tempi in una quota significativa dei fascicoli a lui assegnati. Accompagnando questa proposta con una via preferenziale per lo svolgimento degli appelli, in maniera tale da condurli a sentenza in tempi più rapidi, e una accesso velocizzato ai risarcimenti già oggi previsti dalla legge Pinto in caso di eccessiva durata.