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di Liana Milella

La Repubblica, 15 gennaio 2024

Alla Camera da domani in discussione il nuovo sistema che sarà approvato con il pieno appoggio di Azione e Iv. Perfino l’attuale Csm - proprio quello che vede come vicepresidente il consigliere laico leghista Fabio Pinelli, e con una solida maggioranza, tra laici e togati, di centrodestra - non può fare a meno di bocciare l’idea della maggioranza, con il solito appoggio di Azione e Italia viva, di cambiare per la quarta volta in cinque anni la prescrizione. Farà saltare il Pnrr, ma loro vanno avanti lo stesso.

Già, proprio questa settimana, a partire da domani alla Camera, si compirà il primo passo della riforma. Pochi emendamenti, un’opposizione decisa a dare battaglia, ma la maggioranza conta di chiudere tutto per giovedì. E il Guardasigilli Carlo Nordio, che mercoledì terrà la sua relazione programmatica per il 2024 in entrambi i rami del Parlamento, sponsorizza la proposta, anche se ci ha messo solo il cappello sopra all’ultimo momento, perché a fare tutto ancora una volta è stato Enrico Costa di Azione in stretta liaison con Pietro Pittalis di Forza italia. Doveva essere una proposta di legge parlamentare, ma in corner il ministro della Giustizia, in una mattinata, l’ha fatta sua.

Non è servito a nulla il disperato appello dei 26 presidenti delle Corti d’Appello italiane, reso noto da Repubblica il 2 dicembre, per inserire almeno una norma transitoria nella nuova prescrizione. Che si richiama, come vedremo, a quella del Guardasigilli del Pd Andrea Orlando, superando del tutto quelle di Alfonso Bonafede e di Marta Cartabia. Non c’è stato niente da fare, Nordio non ha neppure risposto ai suoi ex colleghi.

E adesso, come si può leggere nel lungo parere del Csm approvato all’unanimità dalla sesta commissione (presieduta da Marcello Basilico di Area, relatore Dario Scaletta di Magistratura indipendente) che mercoledì approderà in plenum, in verità fuori tempo massimo rispetto al voto della Camera, l’organo di autogoverno dei giudici sottoscrive in pieno proprio la linea dei presidenti delle Corti d’Appello. Ecco cosa scrivono, considerando soprattutto “la brevità del termine che residua per il conseguimento dell’obiettivo negoziato con la commissione europea nell’ambito del Pnrr”.

Significa - come hanno scritto gli alti magistrati, come hanno sottolineato i giuristi durante le audizioni in commissione, come ha insistito l’opposizione - che l’impegno preso dall’Italia con l’Europa, la riduzione del 25% della mole dei processi penali, non è compatibile con una siffatta modifica della prescrizione. E il Csm né spiega il perché, citando proprio la preoccupazione dei presidenti che viene definita “giustificata “ in quanto “l’entrata in vigore della novella renderebbe necessaria una completa riprogrammazione delle attività giurisdizionali negli uffici di secondo grado e di legittimità, con la riorganizzazione dei ruoli di udienza, a oggi predisposti in modo da evitare, con riferimento ai reati commessi in epoca antecedente al 1 gennaio 2020, la prescrizione e, con riferimento a quelli commessi in epoca successiva, la decorrenza dei temi massimi per la definizione dei giudizi di impugnazione”.

Stiamo parlando di prescrizione, cioè del tempo concesso dal codice a ogni reato per essere contestato agli imputati. Un tempo calcolato nel massimo della pena più un quarto, scaduto il quale il processo si chiude necessariamente, a meno che l’imputato non accetti di andare avanti. Ma non accade quasi mai. Le leggi che si sono succedute nel tempo, e che nel lungo parere del Csm vengono riassunte e descritte, perseguivano proprio questo obiettivo, finire i processi evitando la prescrizione. La legge Orlando sospendeva il processo per i condannati per 36 mesi complessivi in Appello e in Cassazione. La legge Bonafede bloccava definitivamente la prescrizione dopo il primo grado. La legge Cartabia, pur mantenendo la Bonafede, prevedeva che il processo d’Appello dovesse durare non più di due anni.

Questo, detto in estrema sintesi. Perché la materia della prescrizione è molto tecnica e complessa. Adesso la proposta del governo e della maggioranza è di concedere 24 mesi di sospensione in primo grado e 12 mesi in Appello. Una soluzione che assomiglia solo a quella di Orlando, ma che aveva già proposto durante la gestione Cartabia l’ex presidente della Corte costituzionale Giorgio Lattanzi. Ma non fu adottata. Ovviamente si tratta di una norma favorevole agli imputati, che però mette in crisi la gestione attuale dei processi. E qui torniamo alla richiesta dei presidenti delle Corti d’Appello di inserire una norma transitoria. Che il Csm sottoscrive spiegandolo tecnicamente.

Il parere definisce la “riorganizzazione prevedibilmente molto onerosa in quanto individuare i procedimenti da trattare con priorità richiederebbe la preventiva ricostruzione del regime di prescrizione e di improcedibilità applicabile a ognuno di essi”. Era proprio quello che i presidenti delle Corti d’appello cercavano di spiegare a Nordio nella loro lettera, raccontando che, con un personale molto ridotto perché nei loro uffici non è stato aumentato pur in vista degli impegni con l’Europa, con la nuova legge sarà necessario riprendere fisicamente fascicolo per fascicolo migliaia di processi e ricalcolare, per ognuno di essi, qual è il termine di prescrizione. E in molti casi questo andrà fatto anche, all’interno dello stesso processo, per reati differenti che ovviamente si prescrivono in tempi differenti. Per questo il Csm scrive: “L’entrata in vigore della nuova disciplina, che interviene tanto sul tema della prescrizione quanto su quello dell’improcedibilità, richiederà che individuare il regime applicabile a ogni procedimento non possa prescindere dall’applicazione dei principi in tema di successione di leggi nel tempo, essendo in gioco l’istituto sostanziale della prescrizione, ma al contempo, non potrà esaurirsi in essa, poiché di mezzo c’è anche l’improcedibilità che è un istituto di carattere processuale”.

Il Csm cerca di spiegare a Nordio qual è la complessità della questione che il ministro della Giustizia dovrebbe conoscere benissimo visto che si vanta di continuo di essere stato pubblico ministero per quarant’anni. Ma pare proprio che, entrando in via Arenula, se lo sia dimenticato.

Ecco perché i presidenti delle Corti d’Appello e il Csm sollecitavano “un regime transitorio al fine di scongiurare “brutte conseguenze”. Quelle che lo stesso Csm riassume così: “Nel contesto di una realtà giudiziaria caratterizzata da una situazione di sovraccarico delle pendenze e da rilevanti scoperture di organico del personale, di magistrati e di amministrativi, l’attività di verifica andrebbe preferibilmente a detrimento dei tempi da dedicare alla trattazione delle udienze, alla stesura delle motivazioni, agli adempimenti di cancelleria, con inevitabili ricadute negative sulla durata dei giudizi e lo smaltimento dell’arretrato, e con l’ulteriore rischio di invertire il trend positivo registrato in questi ultimi due anni sotto il profilo della riduzione del disposition time e, di conseguenza, di pregiudicare il raggiungimento entro il 2026 degli obiettivi negoziati con la Commissione europea”.

Ancora una volta, come per l’abuso d’ufficio, il governo Meloni sulla giustizia va contro l’Europa. Per evitarlo il Csm, pur dove il centrodestra delle toghe e della magistratura domina, scrive: “Al fine di scongiurare tali possibili evenienze sarebbe opportuno completare l’intervento normativo con la previsione di un regime transitorio il cui perimetro di ammissibilità è ben definito alla luce della giurisprudenza costituzionale con riferimento sia agli aspetti migliorativi che peggiorativi di una nuova disciplina”. Per concludere che vantaggi di una disciplina transitoria sarebbero plurimi “evitando soluzioni difformi, con effetti di imprevedibilità, disomogeneità e instabilità delle decisioni sino al consolidamento, nel futuro, di un chiaro indirizzo interpretativo”.

Il parere del Csm si conclude così: “Attraverso l’adozione di una disciplina transitoria il legislatore potrà, nell’esercizio della propria discrezionalità, individuare le soluzioni più idonee a coniugare l’obiettivo di un processo in grado di raggiungere il suo scopo naturale di accertamento del fatto e di eventuale iscrizione del relative responsabilità, con l’esigenza pure essenziale di raggiungere tale obiettivo nel pieno rispetto delle garanzie della difesa, in un lasso di tempo non eccessivo, tenendo conto anche delle necessità di preservare gli importanti risultati sinora conseguiti in punto di durata dei giudizi e di abbattimento dell’arretrato, in vista del pieno conseguimento degli obiettivi fissati dal Pnrr”. Ma, incredibilmente, a porsi questa linea di responsabilità rispetto agli impegni che l’Italia ha assunto con l’Europa non è né il ministro della Giustizia, né la maggioranza di centrodestra in Parlamento, ma i magistrati stessi e il Csm.