di Vincenzo Bisbiglia
Il Fatto Quotidiano, 26 gennaio 2020
Cresce l'allarme sul Centro di detenzione in cui è spirato il georgiano Enukidze. Il Siulp: "In un mese 40 tra incendi e atti vandalici, non dovrebbe gestirlo la polizia". Quaranta atti vandalici gravi. Materassi bruciati, porte sfondate, strutture danneggiate. Tre tentativi di fuga, di cui due riusciti, solo a gennaio. E poi risse quotidiane e atti di autolesionismo. Il tutto a poco più di un mese dall'inaugurazione.
"Il Centro di permanenza per il rimpatrio di Gradisca d'Isonzo - ammette Giovanni Sammito, segretario provinciale e membro del direttivo nazionale del Siulp, fra i sindacati più rappresentativi della polizia di Stato - è una polveriera".
E in Italia non è il solo. Nella struttura riaperta il 16 dicembre in provincia di Gorizia, il 18 gennaio è stato trovato morto il 38enne georgiano Vakhtang Enukidze. Secondo le testimonianze di una decina di migranti, amplificate dalla denuncia delle associazioni e dei Radicali, l'uomo sarebbe deceduto dopo una colluttazione con un gruppo di agenti, intervenuti per sedare una rissa con un egiziano. I testimoni-chiave sono stati tutti rimpatriati nei giorni successivi. Uno di loro si è reso disponibile a tornare in Italia per testimoniare nell'eventuale processo.
Una storia giovane, quella della struttura aperta a fine 2019 nell'ex caserma "Ugo Polonio", a un cancello di distanza da un Centro di accoglienza per richiedenti asilo. Il 20 gennaio, commentando la morte dí Enukidze, il prefetto Massimo Marchesiello ne sottolineava le "criticità strutturali".
Solo due settimane prima tre ospiti erano riusciti a eludere la sorveglianza e a fuggire. Il 12 gennaio otto persone avevano saltato il muro di cinta alto 4 metri: solo in tre sono stati riacciuffati. L'ultimo tentativo il 17, quando un piccolo gruppo di migranti ha provato a scappare da una camera scavando un tunnel che avrebbe dovuto portarli aldilà del muro esterno, ma è stato fermato. Spesso, poi, gli ospiti danneggiano le strutture.
"In meno di un mese abbiamo registrato oltre 40 episodi tra incendi e atti di vandalismo", spiega Sammito. Una situazione difficile, causata anche dalla coabitazione tra persone che hanno commesso reati e semplici migranti.
Da un punto di vista normativo, infatti, i Cpr non sono carceri, perché le persone "ospitate" sono solo in attesa del rimpatrio: chi è stato condannato ha già scontato la pena in galera, mentre gli altri sono senza documenti o hanno irregolarità col passaporto. Così "si ritrovano insieme delinquenti e persone normali - spiega Sammito - e tutto ciò crea caos".
Per questo "il Cpr di Gradisca è come un carcere, anzi peggio - continua il sindacalista. Dovrebbe gestirlo la Polizia penitenziaria, che ha altri protocolli. Quella di Stato non si trova dentro la struttura, ma interviene su richiesta del gestore, una cooperativa, per fare il lavoro sporco".
Difficile anche la comunicazione: "Non ci sono mediatori o interpreti - dice - 60 persone parlano lingue incomprensibili a fronte di agenti che spesso hanno difficoltà con l'inglese". Ci sono versioni contrastanti sul fatto che Enukidze possa aver partecipato alla fuga del 12 gennaio: qui, secondo le ricostruzioni sommarie, il georgiano avrebbe perso il suo telefonino, episodio che ha scatenato la rissa con l'egiziano per la quale sono intervenuti i poliziotti. Un'altra testimonianza, raccolta dal "Collettivo Tilt", parla di due "pestaggi" da parte della polizia.
Sammito invita alla cautela: "I magistrati stanno visionando i filmati - afferma - se qualcuno ha commesso abusi o ha perso la testa, verrà sanzionato. Ma da qui a dire che la morte del georgiano sia stata causata dall'intervento degli agenti, ce ne vuole". Alcune testimonianze, nota Sammito, parlano di atti di autolesionismo da parte di Enukidze: "Inoltre, c'è il problema dell'infermeria, che è in sotto numero".
Quello friulano è il secondo Cpr più grande d'Italia, dopo quello di Torino: ce ne sono 8 in tutto il Paese: Trapani, Caltanissetta, Ponte Galeria, Potenza, Bari, Torino e Brindisi, oltre a Gradisca. Che dovrebbe contenere 150 persone, ma per ora la capienza è limitata a 66 a causa di lavori di ristrutturazione.
Il Cpr è "strategico" per la sua posizione molto vicina al confine nord-est del Paese, porta aperta alla rotta balcanica, ha sottolineato il viceministro dell'Interno Vito Crimi il 9 gennaio in una risposta a un'interrogazione della deputata del M5S Sabrina De Carlo.
Anche le altre strutture sono in sofferenza. Su tutte quella di Torino: "Il 94% degli ospiti- spiega Felice Romano, segretario nazionale del Siulp - ha scontato pene per omicidi, tentati omicidi e stupri. Gli altri sono solo migranti senza documenti. La struttura è stata devastata diverse volte - conclude il dirigente - 25 giorni fa sono state date alle fiamme ben quattro aree. Sono stati devastati 112 posti su 160".










