di Errico Novi
Il Dubbio, 4 settembre 2026
Persino il più rigorista dei “giudiziari” di governo, Andrea Delmastro, fissò una priorità, nelle interviste pre-elettorali del 2022: il “ritorno alla prescrizione sostanziale”, perché “non è più tollerabile il paradigma dell’imputato in servizio permanente effettivo”. Era il preambolo di un piano giustizia che, per la maggioranza di centrodestra, avrebbe dovuto coniugare certezza della pena e garanzie nel processo, ma senza che le seconde si riducessero a un optional. Poi le cose sono andate un po’ diversamente. Non un tradimento assoluto delle intenzioni anche buone inserite nel programma, questo no: sarebbe oggettivamente falso. Ma certo, la costante dei quattro anni di governo Meloni si può sintetizzare, sul versante giustizia, in modo piuttosto semplice: concretezza e pragmatismo sui provvedimenti “rigoristi”, sugli innumerevoli decreti e ddl sicurezza che hanno scandito i semestri della legislatura, a fronte di una notevole maggior fatica nel portare a casa le misure garantiste, con una seconda parte del quadriennio straziata dai rinvii e dall’inconcludenza, soprattutto su alcune leggi che sembravano già in tasca.
E sì, il bilancio della giustizia, per il primo Esecutivo di destra nella storia repubblicana, è in chiaroscuro e soffre il senso di incompiutezza. Con alcuni epicentri molto problematici. Il carcere innanzitutto. Diversamente dal resto, l’inefficacia e persino il cinismo su detenzione e sovraffollamento assumono un carattere di gravità assoluta. Nell’estate del 2024 il Parlamento ha convertito in legge un decreto “carcere sicuro” (il Dl 92) che brilla soprattutto per un’assenza: il mancato ritocco alla liberazione anticipata ordinaria, leva semplicissima che avrebbe consentito di alleggerire le prigioni di almeno 5.000 reclusi l’anno.
La proposta originaria, firmata da Roberto Giachetti di Italia Viva e costruita con la presidente di Nessuno tocchi Caino Rita Bernardini, resta come un’occasione assurdamente persa. Avrebbe soffiato un vento di speranza, di sollievo tra le celle anguste e arroventate delle ultime estati. Ma ha prevalso la dottrina proclamata (non è chiaro con quanta intima convinzione) dal guardasigilli Carlo Nordio : uno sconto di pena, ha ripetuto all’infinito il ministro, rappresenta un segnale di debolezza dello Stato, trasferisce un messaggio pericoloso. Tesi fragile, molto, visto che l’istituto della liberazione anticipata esiste dal 2013 e che si sarebbe trattato semplicemente di ampliarne di trenta giorni l’anno la riduzione di pena già vigente.
Sono rimaste colpevolmente sulla carta valide intuizioni come il trasferimento in comunità dei detenuti con tossicodipendenze: l’aveva lanciata sempre Delmastro, l’alfiere dell’anima più intransigente della destra di governo, nell’ormai lontano 2023. Solo poche settimane fa il Parlamento ha tradotto il proposito in legge. Un progresso solo teorico, perché ancora non sono state attivate le strutture presso cui indirizzare i reclusi con problemi di droga. Tutto fermo, sul piano attuativo, come per il progetto dei domiciliari collettivi, rivolto a un target di alcune migliaia di carcerati, in particolare stranieri che avrebbero diritto alla detenzione domestica ma che non vi accedono perché privi di alloggio. A ottobre, forse, entreranno in funzione le prime case, con qualche decina di condannati che potranno prendervi posto.
Naturalmente nel giudizio sul carcere e sulle riforme in ambito processuale non si può prescindere dalla figura di Nordio, un ministro della Giustizia di grandissima cultura, intellettuale raffinato e dotato di visione, ma costretto progressivamente a soffocare le proprie idee nell’angusta prospettiva del consenso. Il che, come detto all’inizio, non può corrispondere a un giudizio totalmente negativo: Nordio ha comunque portato a casa, nell’agosto del 2024, una riforma penale di notevole valore, la legge 114. Una bandiera spicca sulle altre, l’abolizione del reato di abuso d’ufficio, difesa, in seguito, nelle trattative con l’Ue. Ma altre misure importanti hanno trovato posto nella riforma approvata due estati fa: la stretta sulle intercettazioni dei colloqui difensore-assistito, che pure alcuni pm continuano a violare, come avvenuto di recente nelle Procure di Perugia e Milano, ma con conseguenze mediatiche decisamente più sfavorevoli.
E ancora: la maggior tutela dei terzi intercettati ed estranei all’inchiesta, l’interrogatorio di garanzia, che ha scongiurato l’ingresso in carcere per gli indagati in grado di chiarire subito i propri argomenti difensivi, il divieto, per il pm, di impugnare in appello le assoluzioni nei processi (almeno in quelli!) per i reati a citazione diretta. Non un pacchetto insignificante, dunque. Frutto di un’intesa, di una sintesi che Nordio è riuscito a costruire non solo con il viceministro Francesco Paolo Sisto, forzista con il quale l’accordo è sempre stato a portata di mano, ma anche con due interlocutori dal diverso approccio politico-culturale, come i sottosegretari Andrea Ostellari, della Lega, e appunto Andrea Delmastro di FdI.
Sempre sulle intercettazioni, poco prima che il ddl penale venisse approvato in via definitiva, la componente più garantista della maggioranza, Forza Italia, era riuscita strappare un faticoso sì su alcune norme inserite nel decreto 105 del 2023, convertito con la legge 137 approvata a ottobre di quell’anno: il divieto, per la polizia giudiziaria, di annotare “maliziosamente” intercettazioni che contenessero esclusivamente fatti privati, magari pruriginosi ma irrilevanti, l’obbligo per il gip di motivare i decreti autorizzativi in modo “non fotostatico” rispetto alla richiesta della Procura e la famosa norma che limita ai reati da 416 bis le intercettazioni a strascico, cioè utilizzabili anche in procedimenti diversi da quello per il quale l’ascolto era stato concesso. È la misura che nello scorso mese di aprile il capo della Dna Gianni Melillo ha contestato con una lettera a Nordio, al capo del Viminale Matteo Piantedosi e alla presidente della bicamerale Antimafia Chiara Colosimo, e che resta il più delicato punto di tensione tra Forza Italia e il resto della maggioranza.
Come divisiva ma doverosa va ricordata la norma, voluta dall’allora deputato di Azione Enrico Costa, oggi presidente dei deputati di FI, che da fine 2024 vieta ai media di riportare testualmente le ordinanze cautelari. Tra le poche occasioni di ampia convergenza in ambito giudiziario va annoverata la riforma forense. Un piccolo miracolo parlamentare: nessun voto contrario e astensione dei soli 5 Stelle per una legge delega che ristruttura l’ordinamento degli avvocati, ma che, proprio per il largo accordo politico suscitato, riconosce di fatto anche il rilievo sociale e costituzionale della professione forense nel sistema democratico.
Si diceva che il finale della giustizia è stato tutt’altro che in crescendo. Ed è qui che si arriva al grande black hole della legislatura: la separazione delle carriere. Una riforma che, se convalidata dal referendum, avrebbe conferito all’opera dell’Esecutivo e della destra di governo tutt’altro sigillo. Intanto, in nome della campagna per il sì alla riforma, già dal 2025 erano finiti in freezer alcuni provvedimenti pur approvati in un ramo del Parlamento, dalla prescrizione alla legge Zanettin sul sequestro degli smartphone. Ma soprattutto, la sconfitta sul “divorzio” tra giudici e pm ha indotto un mood da ritirata strategica, sul garantismo, che non solo tiene tuttora in fresco le leggi già sacrificate per non disturbare l’elettorato referendario, ma aggrava pure la frattura tra il partito della premier e Forza Italia.
Al punto che nella campagna per le prossime Politiche ciascuno finirà per avere un proprio programma sulla giustizia. Pesa l’equivoco sulla vittoria del No: la quota di elettori di destra che ha votato contro la modifica costituzionale sembra aver convinto Palazzo Chigi che il garantismo è sostanzialmente indigesto all’intero elettorato conservatore. In realtà Meloni, Nordio e il sottosegretario alla presidenza Alfredo Mantovano sembrano sottovalutare l’uragano qualunquista scatenatosi attorno alla presunta difesa della magistratura, preservata dal No, in realtà, solo nella propria autocrazia correntocratica. Un fenomeno contro il quale la politica dovrebbe battersi con convinzione bipartisan, anziché intimidirsi. Ma i tempi stretti e l’avanzata vannacciana hanno diradato un po’ la pazienza dell’analisi, e rinviato, probabilmente di lustri, il riequilibrio fra i poteri della Repubblica.









