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di Nicola Saldutti

Corriere della Sera, 2 maggio 2023

Il primo articolo della Costituzione spiega bene che il lavoro non è solo una dimensione economica. Ecco perché vanno individuate alcune priorità e costruire progetti di inclusione. Sul lavoro bisogna uscire da un equivoco. E partire dal primo articolo della Costituzione può essere di molto aiuto. “Una Repubblica fondata sul lavoro…”. Dunque, non si tratta solo di una dimensione economica, di un aspetto legato al mercato (peraltro quello del lavoro è uno dei mercati più inefficienti) ma al diritto delle persone. Alla loro dimensione più profonda, nel contesto sociale. Potremmo dire che il lavoro stesso rappresenta una frontiera sociale di inclusione (o di esclusione).

Se è vero che ci sono tre milioni di Neet, ragazzi e ragazze che non studiano e non lavorano, se è vero che i detenuti per i quali si costruiscono le occasioni lavorative hanno meno probabilità di tornare a commettere reati, se è vero che l’autonomia economica per le donne è questione di diritti oltre che di produttività per il Paese, se è vero che il lavoro è sempre stata la miglior forma di inclusione per chi viene nel nostro Paese, se è vero che in passato le aziende preferivano pagare le multe invece di assumere (come prevede la legge) le persone portatrici di disabilità, allora il Primo maggio diventa molto di più di un’occasione per rivendicare qualcosa: diventa un giorno nel quale istituzioni, imprese, sistemi di rappresentanza, dai sindacati ai corpi intermedi, dovrebbero individuare alcune priorità e costruire progetti di inclusione. In realtà, per fortuna ce ne sono già molti. Ma ancora non sufficienti a dare attuazione, dopo 75 anni, al primo articolo della Costituzione.