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di Mario Di Vito

Il Manifesto, 30 novembre 2024

Il governo Consiglio dei ministri lampo: niente sanzioni alle toghe né stretta sulla cybersicurezza. Schede sbagliate inviate ai tribunali, rinviate d’urgenza le elezioni dei consigli giudiziari. Nei mille secondi scarsi che si sono resi necessari per fare il consiglio dei ministri, ieri pomeriggio, l’annunciato decreto giustizia non c’è. O almeno non ci sono i due pezzi più grandi che, stando alle bozze abbondantemente circolate nei giorni scorsi, avrebbero dovuto comporlo. Niente norma disciplinare per i magistrati, dunque, né stretta sulla cybersicurezza. “Un fatto tecnico”, dicono da palazzo Chigi. Servono “ulteriori approfondimenti” da parte degli “uffici competenti”. E tant’è. Anche se forse bisognerebbe considerare nelle valutazioni le recenti tensioni nella maggioranza e il pranzo tra Meloni e Mattarella.

Ad ogni modo, il famigerato articolo 4 del decreto - quello che imporrebbe ai magistrati l’astensione “per gravi ragioni di convenienza” - è finito nella terra delle decisioni non prese. Pare che sia stato il sottosegretario Alfredo Mantovano a varare un supplemento d’istruttoria sul punto. Il problema qui non è solo la ferma contrarietà delle toghe a un provvedimento che considerano punitivo (in effetti pare proprio indirizzato a quei giudici che esternano in pubblico le proprie opinioni sui temi che poi riempiono i loro fascicoli, tipo quelli delle sezioni immigrazione che scrivono articoli tecnici o intervengono a dibattiti sui vari decreti), ma anche il fatto che l’astensione per convenienza servirebbe a sanare un buco che si è venuto a creare con l’abolizione del reato di abuso d’ufficio, che ha portato via con sé una serie di casi in cui astenersi dal giudizio è un obbligo e non una facoltà (come da codice di procedura civile all’articolo 51). Non sfugge a nessuno, in tutto questo discorso, che sulla sparizione dal diritto penale dell’abuso d’ufficio pendono sei ordinanze di rinvio dei tribunali alla Corte costituzionale, che prima o poi dovrà pur dire la sua sul punto.

Sul fronte della cybersicurezza, dove la notizia più forte contenuta nelle bozze era l’arresto in flagranza di reato per gli hacker, il problema era nel ventilato aumento delle competenze per la Direzione nazionale antimafia. Un dettaglio che avrebbe innervosito molto Forza Italia. Lo aveva detto quasi a chiare lettere il capogruppo azzurro al Senato Maurizio Gasparri nei giorni scorsi “In via Arenula ci sono troppi magistrati e noi politici non siamo la loro buca delle lettere”. Da qui la decisione di rinviare. Anzi, come si è detto, di dare tempo agli “uffici competenti” di fare “ulteriori approfondimenti”.

Quel che è rimasto in piedi del decreto giustizia è l’articolo 1 sul rinvio ad aprile delle elezioni dei consigli giudiziari, inizialmente previste domenica e lunedì prossimi. Qui bisognava agire con la massima urgenza, perché il rischio di combinare un guaio grosso era dietro l’angolo: soltanto ieri, infatti, le Corti d’appello hanno ricevuto le schede elettorali. Che però erano in numero inferiore rispetto agli aventi diritto. Una situazione che oggi, al momento della vidimazione, sarebbe diventata oltremodo imbarazzante. In questo modo si spiega la fretta con cui Mattarella ha firmato il decreto, uscito in Gazzetta ufficiale in serata.

Resta sospesa, sempre sul fronte della giustizia, la madre di tutte le battaglie tra il governo e la magistratura: la riforma della separazione delle carriere. L’esame del testo procede a rilento e il suo approdo in aula alla Camera è slittato al 9 dicembre, nonostante la maggioranza abbia a lungo brigato per chiudere questa fase della partita entro novembre. Già, perché, oltre al merito della questione, esiste anche una questione di tempi: trattandosi di riforma costituzionale è necessaria la doppia lettura sia a Montecitorio sia a palazzo Madama. E senza maggioranza qualificata (assai improbabile) in fondo al tunnel ci sarà il referendum, cioè la vera partita della vita del governo Meloni, uno scontro all’ultimo sangue dal valore sia identitario (dall’altra parte ci sono gli odiati giudici, “toghe rosse” per definizione al di là di ogni dato di realtà) sia politico. Se il premierato è sparito dai radar e l’autonomia differenziata si è fermata davanti alla Consulta, infatti, questa al momento rappresenta l’unica vera riforma che la destra potrebbe riuscire a portare a termine.