di Vincenzo Musacchio
Il Dubbio, 1 ottobre 2020
La crisi della magistratura accresce l'illegalità che pervade la società civile. Il nostro Paese, un tempo culla e modello della civiltà giuridica mondiale, è sconvolto dallo scandalo che sta compromettendo una parte della nostra magistratura.
Nonostante l'attuale silenzio, è evidente che non siamo di fronte a vicende di singoli, bensì a un sistema di potere che coinvolge politica e magistratura con lo scopo di condizionare nomine in funzioni inquirenti e giudicanti, secondo interessi ancora non sufficientemente chiari. Chi sottovaluta questa situazione o cerca in qualche modo di silenziarla, gioca sporco poiché a essere coinvolti, sono membri del Consiglio Superiore della Magistratura e dell'Associazione Nazionale Magistrati, ossia, gli organi vitali del potere giudiziario. In una situazione simile, toccherebbe, in primis, ai magistrati seri, onesti e leali verso le Istituzioni, intervenire portando a compimento la pulizia al loro interno, senza guardare in faccia a nessuno.
Se questo non avverrà nel breve periodo, a rischio saranno l'indipendenza e l'autonomia dei magistrati costituzionalmente garantite. Altro aspetto incomprensibile è come mai, nell'attuale agenda politica di questo governo, tutto si affronta tranne che la riforma della Giustizia. Sostengo, ormai da qualche tempo, l'urgenza occuparsi del sistema giudiziario e processuale italiano facendolo divenire in concreto il pilastro portante di una democrazia moderna e progredita come dovrebbe essere la nostra.
In Italia sta pericolosamente prendendo piede l'idea che l'illegalità convenga. Se a ciò si aggiunge il sentore di una Giustizia incapace di essere percepita dai cittadini uguale per tutti, garantendoli allo stesso modo, a rischio potrebbe esserci persino l'idea dello Stato di diritto. Il fine della Giustizia è l'uguaglianza tra i singoli, nelle famiglie, nelle relazioni interpersonali e sociali, tra le generazioni, tra le Nazioni e tra i popoli. Theodore Roosevelt affermò che "nessun uomo può essere al di sopra della legge e nessun uomo può essere al di sotto".
L'idea di Giustizia, di conseguenza, non può non reggersi sulla centralità della persona umana, intesa non come mezzo ma come fine principale dell'ordinamento giuridico. Lo strumento per garantire la Giustizia, e cioè il processo, deve incentrarsi sull'individuo e sul diritto di difesa, il che significa facile acceso, ragionevole celerità, rispetto di tutti i diritti, tra cui essenziali quelli del giusto processo. Se continua a passare il messaggio pericolosissimo che il sopruso, specie se contro i più deboli, non è punito in maniera equa e giusta per tutti, non si garantirà un futuro migliore neanche alle generazioni che verranno dopo di noi.
Al sacrosanto principio di rieducazione della pena non può non essere associato il principio della certezza della stessa. Le leggi devono essere ragionevoli, chiare, semplici, facilmente comprensibili da tutti e al tempo stesso effettive ed efficaci. Rispetto della legalità significa innanzi tutto sapere e poter facilmente comprendere cosa la legge prescrive, evitando per quanto possibile l'indeterminatezza e il dubbio. I processi, quindi, devono essere brevi, semplici, chiari nella loro estensione ed essenziali ed efficaci nel loro contenuto.
Personalmente credo molto in una seria informatizzazione dell'intero apparato giudiziario e nella necessità del diritto di difesa che non potrà esistere davvero senza un'avvocatura libera e responsabile. Buona parte della crisi della magistratura e delle sue recenti distorsioni è derivata anche dalle commistioni politiche e dalla spettacolarizzazione dei processi.
I "processi mediatici" sono stati e sono uno dei talloni d'Achille della magistratura moderna. Il mio compianto maestro Antonino Caponnetto mi ripeteva sempre, fino all'ossessione, come i magistrati parlassero solamente attraverso i loro provvedimenti (sentenze, ordinanze e decreti). Considerato lo stato di crisi in cui versa una parte della nostra magistratura, diventa fondamentale una seria ed efficace riforma del sistema elettorale del Csm.
Occorre agire affinché vi sia una separazione netta e definitiva tra la carica di magistrato e quella politica. Non ultimo sarà indispensabile agire sulla netta distinzione tra la carriera del pubblico ministero e quella del giudice. Se non si faranno questi cambiamenti necessari, pur se non risolutivi, continuerà a crescere la percezione che delinquere convenga e, ciò, come ho già detto, potrà mettere in crisi le regole essenziali della convivenza civile e dello Stato di diritto.
*Giurista, docente di diritto penale










