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di Matteo Marcelli


Avvenire, 31 maggio 2020

 

Al di là dei timori di natura costituzionale, già avanzati dall'avvocatura italiana, la decisione di estendere il processo da remoto al settore penale (a causa dell'emergenza sanitaria), pone una questione di protezione dei dati personali. Un problema che l'Unione della Camere penali ha deciso di sottoporre all'attenzione del Garante della privacy.

In realtà il "Processo civile telematico" è stato introdotto già negli ultimi anni. Ma il fatto è che - scrive il presidente dell'Ucp Gian Domenico Caiazza nella lettera inviata all'Autorità - "si sostanzia non già in un processo civile da remoto, ma in una piattaforma (proprietaria) e non realtime, di deposito di atti e di documenti inerenti l'avvio e le fasi del processo civile".

Nel settore penale non è ancora stato possibile rendere operativa una piattaforma di questo genere, anche per la delicatezza di una materia che deve garantire la riservatezza dei dati dei cittadini. La partecipazione a distanza è prevista in via eccezionale solo per detenuti che rispondono di reati di particolare allarme sociale. A seguito dell'emergenza Covid-19, però, è stato introdotto con decreto legge il processo penale a distanza per tutti gli imputati detenuti.

"Tale partecipazione non avviene attraverso gli strumenti già esistenti - scrive ancora Caiazza - ma con due programmi commerciali di una società estera, individuati dalla Direzione generale dei sistemi informativi e automatizzati del ministero". Si tratta di "Skype for business" e "Teams" di Microsoft, secondo l'Ucp regolarmente in funzione senza che sia possibile "comprendere se il loro utilizzo consenta di rispettare le garanzie minime di sicurezza".

Da qui i 21 quesiti posti dalle Camere penali al Garante, ai quali è seguita una lettera del presidente dell'Autorità Antonello Soro al ministro Bonafede, nella quale si riafferma la delicatezza e l'importanza dei beni in gioco.