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di Alberto Zorzi

Corriere del Veneto, 24 settembre 2024

“Qui non si processano tutti i femminicidi”. La coda all’ingresso per entrare, la folla di microfoni e telecamere messi sotto la bocca di chiunque, la lista di nomi delle persone ammissibili (un solo giornalista per testata) e le proteste di chi è rimasto fuori e invocava il diritto di cronaca. Tutto questo “all’esterno” del processo che si è aperto ieri in Corte d’assise. “Dentro”, cinque associazioni a tutela delle donne che hanno cercato di costituirsi parte civile, ma sono state bocciate così come i due Comuni teatro del massacro di Giulia Cecchettin: Vigonovo, dove la giovane vittima abitava, e Fossò.

Che il processo a Filippo Turetta non sia uguale agli altri, anche a tanti femminicidi, è chiaro ed evidente. È il processo di una vicenda simbolo, nonostante i tentativi del presidente della Corte Stefano Manduzio - affiancato a latere dalla collega Francesca Zancan e da otto giudici popolari (5 uomini e 3 donne), di cui due supplenti - di cercare di frenare la pressione mediatica: questo anche evitando la soluzione più semplice, ovvero tenere l’udienza in aula bunker a Mestre, che però rischiava di diventare una sorta di set.

Ecco dunque la decisione: in aula solo le telecamere della Rai, quelle di “Un giorno in pretura”, preannunciando dunque che il processo sarà visibile integralmente in tv in futuro. Una decisione sposata sia dall’accusa che, ovviamente, dalla difesa, ma pure dalle vittime. “Un conto è giudicare un reato - dice Gino Cecchettin - un altro prodigarsi perché questo non succeda in un altro modo e questo lo farò con l’associazione”.

“Il processo serve ad accertare le responsabilità personali e non a fare i processi ai dati sociali - è invece il parere del procuratore capo di Venezia Bruno Cherchi - questo non è il processo contro il femminicidio, ma nei confronti di Filippo Turetta per i reati che gli sono stati contestati. Il processo non è uno studio sociologico, quello si fa in altre sedi”. Quanto all’assenza dell’imputato, il capo dei pm lagunari fa una riflessione amara: “La pressione mediatica può avergli fatto pensare di non essere presente - ha aggiunto - ma sarebbe grave se una persona che ha diritto a partecipare a un processo pubblico dove deve ascoltare e difendersi non lo facesse per questo”. L’avvocato difensore Giovanni Caruso, prendendosi la paternità della scelta, anche perché si trattava di un’udienza tecnica, è pienamente d’accordo: “Questo processo deve dire se Turetta merita una pena di giustizia e quale - sottolinea - non dev’essere una spettacolarizzazione per farne il vessillo di una battaglia culturale contro la violenza di genere”

A questo puntavano invece le associazioni che avevano tentato di essere parti civili ne l processo: Penelope, di cui i legali dei Cecchettin, Stefano Tigani e Nicodemo Gentile, sono referenti e che hanno seguito il caso fin dall’inizio dopo la denuncia di scomparsa; ma anche Differenza Donna, Udi Aps, I care we care e Insieme a Marianna. La Corte però ha osservato che non c’erano i presupposti del legame con il territorio, oltre al fatto che per alcune mancava anche una delibera dell’organismo direttivo. Quando ai Comuni, per Fossò l’avvocato Stefano Marrone aveva sottolineato come per settimane il paese fosse stato conosciuto “per quella macchia di sangue nella zona industriale” e aveva chiesto per questo un danno di 125 mila euro; Vigonovo invece solo 15 mila, anche per il danno ai tanti eventi a tutela delle donne. Ma il collegio giudicante ha ritenuto che sia stata “accidentale” la commissione del delitto in quei luoghi. “Accettiamo la decisione e auspichiamo che l’esclusione di tutti gli enti sia quanto meno funzionale ad una rapida conclusione del processo”, afferma il sindaco di Vigonovo Luca Martello, presente in aula a fianco dell’avvocato Jeannette Baracco.