di Andrea Ossino
La Repubblica, 5 ottobre 2022
Le motivazioni della sentenza che ha portato alla condanna di otto militari dell’Arma. I depistaggi e le false annotazioni per sviare il processo sulla morte di Stefano Cucchi avevano “la finalità di allontanare l’attenzione dai carabinieri così da evitare qualsiasi coinvolgimento del comandante del gruppo, considerato che già altri militari erano stati coinvolti nei gravi fatti in danno del presidente della regione Lazio, un uomo delle Istituzioni”.
Lo scandalo Marrazzo aveva già messo in difficoltà l’Arma. Quindi otto militari hanno tentato di offuscare la verità sulla morte di Stefano Cucchi. Per questo motivo “è stata confezionata la versione ufficiale dell’Arma dei carabinieri”.
Una mossa che doveva servire a escludere “ogni possibile coinvolgimento dei militari così che l’immagine e la carriera dei vertici territoriali, in particolare, del comandante del gruppo Roma, Alessandro Casarsa, non fosse minata”. In altre parole: le indagini sulla morte di Cucchi furono falsate, depistate. Lo scrive chiaramente il tribunale di Roma nelle oltre quattrocento pagine che motivano la condanna a carico di un’intera catena di comando dell’Arma. Un generale, un colonnello, quattro comandanti e altri due carabinieri: hanno tutti lavorato nell’ombra per nascondere i fatti accaduti nel 2009, quando due carabinieri hanno pestato a morte il ragazzo mentre era nelle mani dello Stato, all’interno della caserma Casilina.
La sentenza - Ma nonostante i depistaggi, i falsi, i favoreggiamenti, le calunnie e le mancate denunce, la verità è venuta a galla e otto militari, nell’aprile scorso, sono stati condannati. C’è il generale Alessandro Casarsa, all’epoca dei fatti comandante del Gruppo Roma, che è stato condannato a 5 anni di carcere per aver spinto i sottoposti a firmare due annotazioni di servizio false.
Il colonnello Francesco Cavallo e l’ex comandante della compagnia di Montesacro, Luciano Soligo, dovranno scontare 4 anni di reclusione. Invece il comandante della stazione di Tor Sapienza, Massimiliano Colombo Labriola, e il carabiniere Francesco Di Sano, sono stati condannati rispettivamente a 1 anno e 9 mesi e a 1 anno e 3 mesi di carcere.
“Un intero Paese è stato preso in giro per sei anni” attraverso “un’attività di depistaggio ostinata, a tratti ossessiva”, aveva detto il pm Giovanni Musarò riferendosi a quanto accaduto dopo il 2015, quando la procura di Roma aveva riaperto l’inchiesta. L’allora comandante del Reparto Operativo, Lorenzo Sabatino, venuto a conoscenza della false annotazioni di servizio, non aveva informato i pm e per questo è stato condannato a scontare 1 anno e 3 mesi di reclusione.
E poi c’è il comandante della IV sezione del Nucleo Investigativo, Tiziano Testarmata, che avrebbe “dimenticato” di informare la procura dell’esistenza del registro generale del fotosegnalamento in cui era stato “cancellato con il bianchetto il passaggio di un soggetto”, ricordano gli atti: è stato condannato a scontare 1 anno e 9 mesi di carcere. Anche nel 2018 è stato gettato fango su Stefano Cucchi: il carabiniere Luca De Cianni, condannato a 2 anni e 6 mesi.
Le due relazione di servizio - Il perché delle condanne lo spiegano bene i giudici. Partendo dalle modifiche apportate alle relazioni di servizio, che “non riguardano circostanze irrilevanti…erano essenziali nell’economia della vicenda e per la comprensione di cosa fosse accaduto”.
“È un dato pacifico che furono redatte due versioni delle annotazioni datate 26 ottobre 2009 a firma di Gianluca Colicchio e Francesco Di Sano, avente un contenuto divergente in relazione alle condizioni fisiche in cui versava Stefano Cucchi durante la sua permanenza presso la Stazione dei Carabinieri di Tor Sapienza”, si legge negli atti.
Colicchio e Di Sano, come da comandi del tenente Colombo Labriola, hanno scritto una prima relazione di servizio, il 26 ottobre 2009, spiegando cosa avevano visto durante il loro turno di lavoro e “i malesseri manifestati da Stefano Cucchi”.
Ma “è provato che il contenuto di tali annotazioni fu modificato in data 27 ottobre 2009 secondo le indicazioni del comandante del gruppo Roma, Alessandro Casarsa (condannato a 5 anni di carcere). Le modifiche erano state sollecitate “attraverso il suo braccio destro, tenente colonnello Francesco Cavallo, dal comandante della compagnia dei carabinieri Montesacro, Luciano Soligo, da cui dipendeva la stazione di Tor Sapienza”.
Quelle relazioni arrivarono poi “al comando provinciale e, attraverso esso, al comando generale per poi pervenire, come si è visto, al ministero della difesa e infine al gabinetto del ministero della giustizia”.
Le versioni “poco convincenti” dei superiori - I falsi avevano uno scopo preciso: “Erano funzionali a comprovare che al detenuto non era successo nulla fino a quando era stato nelle mani dei carabinieri”. Versioni poco convincenti sono andate in scena anche durante il processo. Le testimonianze del colonnello Casarsa e del generale Vittorio Tommasone, “non appaiono convincenti” dice la Corte. Casarsa, nel corso dell’esame, è stato evasivo, ambiguo, ha reso dichiarazioni generiche e vaghe riguardo alle circostanze più rilevanti su cui gli sono stati chiesti chiarimenti….ha in qualche modo minimizzato il rilievo della vicenda Cucchi”, si legge negli atti
Proteggersi dopo il caso Marrazzo - “L’immagine dell’Arma capitolina era mediaticamente esposta” ricorda il giudice facendo riferimento al caso Marrazzo, che aveva coinvolto diversi carabinieri. Quindi “le false annotazioni (dopo la morte di Cucchi ndr) avevano dunque la finalità di allontanare l’attenzione dai carabinieri così da evitare qualsiasi coinvolgimento del comandante del gruppo, considerato che già altri militari erano stati coinvolti nei gravi fatti in danno del presidente della regione Lazio, un uomo delle Istituzioni”.
“Cucchi era malato” - “Tutti gli imputati avevano la consapevolezza che, attraverso le condotte da ciascuno posta in essere, si giungeva alla modifica e all’alterazione del contenuto delle annotazioni, consentendo cosi di rappresentare uno Stefano Cucchi che stava male di suo, perché molto magro, tossicodipendente, epilettico”, contestualizza il giudice ricordando come “si resero necessarie telefonate, colloqui, persino una ricostruzione della scena vissuta” da uno dei militari imputati. E “le modifiche non furono apportate dagli interessati”. Le ordinarono ai sottoposti: “fu detto ‘leggi, firma e poi vediamo se parti”. La verità è che Cucchi “quando era uscito di casa, la sera in cui fu arrestato, stava bene”, tuona il magistrato. E che sul ragazzo i militari avrebbero infierito anche dopo la morte: “Alle condotte poste in essere dagli autori materiali delle lesioni che hanno determinato la morte di Stefano Cucchi per sviare la ricostruzione dei fatti, evincibili dalle sentenze riguardanti la vicenda Cucchi, si sono aggiunte quelle ….poste in essere” per depistare le indagini. Da qui la condanna.
Ilaria Cucchi: “Questa sentenza è la storia della nostra vita” - “Questa sentenza è la storia della nostra vita, in 13 anni ci sono stati momenti difficili ma non ci siamo mai arresi e oggi la verità è scritta nero su bianco”, dice Ilaria Cucchi dopo aver letto le motivazioni della sentenza. “Sono immensamente grata a tutti coloro che sono stati accanto a noi in questi 13 anni - continua - a partire dall’avvocato Fabio Anselmo, dal professor Vittorio Fineschi, il pm Giovanni Musarò, non voglio dimenticare nessuno e ringrazio tutti. Credo che questa sentenza - sottolinea - possa aprire la strada a tanti altri Stefano che rischiano di non avere giustizia. In questo momento il mio pensiero va a lui e voglio dirgli ‘fratello mio, è stata dura ma ce l’abbiamo fatta”‘.
“Questa è una sentenza molto importante. Dopo 13 anni, 160 udienze e tutta questa vita vissuta, siamo riusciti a far emergere la verità e le tesi del pm Giovanni Musarò e quelle nostre sono state provate e riconosciute in una sentenza che ora deve mettere a tacere tutti, inclusi quei politici avvoltoi”, commenta invece l’avvocato Fabio Anselmo, legale di parte civile di Ilaria Cucchi. “È un momento emozionante - continua - dopo tanto lavoro e tanti sacrifici fatti dalla famiglia Cucchi, dopo il dolore che hanno vissuto, siamo riusciti a far emerge la verità. L’ ‘anima nera’ è stata riconosciuta dal giudice” conclude riferendosi a Casarsa.










