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di Eleonora Camilli

La Stampa, 21 settembre 2024

Oltre ad alcuni dei migranti tenuti a bordo della nave per 19 giorni in quell’agosto del 2019, si sono costituite civilmente anche diverse organizzazioni della società civile. Oltre un milione di euro di risarcimento danni. È la richiesta avanzata oggi dagli avvocati dei soggetti che si sono costituiti parte civile nel processo che vede imputato il ministro Matteo Salvini per sequestro di persona e rifiuto di atti d’ufficio, nel caso della nave Open Arms. Oltre ad alcuni dei migranti tenuti a bordo della nave per 19 giorni in quell’agosto del 2019, si sono costituite civilmente anche diverse organizzazioni della società civile tra cui Arci, Mediterranean saving humans ed Emergency. “Tutti si sono riportati alle richieste che la Procura ha fatto in modo molto argomentato sia sulla ricostruzione dei fatti, sia sulle disposizioni giuridiche che sono state violate dell’imputato”, spiega l’avvocato di Open Arms, Arturo Salerni. “Noi confidiamo sulla pronuncia del Tribunale, riteniamo che ci siano tutte le condizioni per affermare la responsabilità penale dell’allora ministro dell’Interno”.

In aula oggi a Palermo c’era anche Moussa. Non aveva neanche 16 anni quando fu salvato in mare dalla Open Arms e poi costretto a quello stallo forzato per decisione del leader della Lega nonostante fosse minorenne. Oggi ha 20 anni ed è uno dei pochissimi migranti ancora in Italia. “È rimasto traumatizzato per quello che ha vissuto, ricorda con dolore il periodo di restrizione sulla nave e la paura di essere riportato in Libia. Paese da cui era scappato dopo essere stato torturato in ogni modo. È tutto documentato”, spiega l’avvocata del ragazzo Silvia Romano. Originario del Gambia, Moussa ha perso lo zio con cui era partito durante il viaggio. Poco più che ragazzino ha dovuto affrontare da solo l’orrore dei centri di detenzione libici. E poi quei lunghi giorni sulla nave spagnola. “Abbiamo chiesto che l’imputato sia condannato e che sia risarcito il danno che ha provocato a Moussa, a cui ha aggravato le sofferenze”.

Tra le parti civili ci sono anche altri dieci migranti che erano a bordo di Open Arms. Ma nessuno di loro è voluto tornare neanche per testimoniare. “In Italia non metterò mai più piede, ho ancora troppa paura”, ha ripetuto alla sua legale Silvia Calderoni, uno degli ex naufraghi che ora vive a Caen, in Normandia. Qui ha trovato lavoro in edilizia e ottenuto il riconoscimento dello status di rifugiato. Da poco è riuscito anche a far arrivare dalla Nigeria la moglie e le due figlie. Per questo non vuole sentir parlare più del nostro paese. Inutili i tentativi per convincerlo a presenziare al processo Salvini.

“I miei assistiti sono ancora molto traumatizzati per quello che è successo, il fatto che nessuno di loro sia rimasto in Italia e non voglia più tornarci è indicativo. Il procedimento era un atto dovuto ma non potrà mai essere una riparazione - aggiunge la legale -. Non dimentichiamo che alcune norme che ostacolano il soccorso in mare sono ancora in vigore e che le persone continuano a morire nel Mediterraneo”. In tutto i naufraghi soccorsi dalla ong spagnola, a cui fu negato lo sbarco, furono 147, tra loro anche donne e bambini. E anche se il ministro continua a chiamarli “clandestini” a molti di loro è stata riconosciuta una protezione internazionale in altri paesi europei. La maggior parte vive in Francia e Germania.