di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 29 settembre 2023
I genitori: “Roma cambi atteggiamento con l’Egitto”. L’udienza preliminare tra novembre e dicembre, in primavera al via il dibattimento. Quello rimosso dalla Corte costituzionale era l’insormontabile impedimento che teneva bloccato il processo ai quattro militari egiziani imputati del sequestro, le torture e la morte di Giulio Regeni. Dunque la sentenza della Consulta farà ripartire - appena sarà pubblicata, entro qualche settimana - l’udienza preliminare sospesa dal giudice Roberto Ranazzi il 31 maggio scorso. Ma tolto quel macigno, restano molti ostacoli sulla strada del processo a carico del generale Sabir Tariq, i colonnelli Mohamed Athar Kamel e Helmy Uhsam, il maggiore Magdi Ibrahim Sharif. La Procura di Roma li ritiene responsabili del rapimento di Giulio al Cairo, la sera del 25 gennaio 2016, e uno di loro - il maggiore Sharif - anche delle violenze subite dal ricercatore italiano durante i giorni della prigionia fino all’uccisione, il 3 febbraio.
A tenerli al riparo dalla giustizia italiana ci sono anzitutto le autorità egiziane, politiche e giudiziarie. La Procura generale della Repubblica araba, a dicembre 2020 ha dichiarato una sorta di “non doversi procedere” nei confronti degli imputati perché “è da escludere ciò che è stato loro attribuito”. Paola e Claudio Regeni, insieme all’avvocata Alessandra Ballerini, ribadiscono via Facebook che “l’autorità dittatoriale per la quale lavorano e per conto della quale hanno agito li protegge e ha tentato in ogni modo di impedire il processo”. Di qui l’ausipicio dei genitori di Giulio - “nuovamente fiduciosi per il ripristino del diritto alla verità” - che “chi in questi anni è andato a omaggiare il dittatore al-Sisi e i suoi ministri, giustificandosi davanti a un’indignata opinione pubblica millantando una collaborazione egiziana inesistente, oggi prenda atto delle menzogne e cambi drasticamente atteggiamento”.
Quando riprenderà l’udienza davanti al giudice Ranazzi (verosimilmente tra novembre e dicembre), comincerà una nuova corsa a ostacoli. I difensori d’ufficio dei quattro imputati riproporranno le eccezioni preliminari già avanzate davanti al precedente gup, quello che ordinò il rinvio a giudizio poi annullato dalla corte d’assise fermatasi perché non c’era certezza che le persone alla sbarra fossero a conoscenza dell’inizio del dibattimento. Ora questa questione è stata risolta dalla Corte costituzionale, dunque si potrà procedere anche in assenza degli accusati, però si dovrà ricominciare daccapo. E la prima eccezione sarà quella dell’identificazione certa degli imputati.
I nomi finiti sui registri della Procura di Roma furono forniti all’epoca dagli stessi egiziani, quando il pubblico ministero Sergio Colaiocco chiese a chi si potessero attribuire i telefoni cellulari identificati dalla polizia italiana sui luoghi della sparizione di Giulio. Insieme alle identità arrivarono anche i verbali d’interrogatorio condotti dai magistrati del Cairo, nei quali i militari negarono ogni coinvolgimento nel caso Regeni, ma agli atti mancano luoghi e date di nascita, oltre naturalmente agli indirizzi di residenza. Ci sono solo numeri di documenti d’identità che la giustizia italiana ha ritenuto finora sufficienti, ma gli avvocati devono ripresentare in ogni grado le loro istanze, nell’ipotesi che prima o poi qualcuno possa accoglierle.
In ogni caso un nuovo rinvio a giudizio davanti a una corte d’assise (la stessa del 2021 o un’altra) a questo punto sembra scontato. Il dibattimento potrebbe iniziare nella primavera del 2024, ma pure quello non sarà un percorso semplice né breve. Oltre alla ripetizione delle questioni preliminari (fatta salva la contumacia risolta definitivamente dalla Consulta), la raccolta delle prove davanti ai giudici prevista dal codice sarà molto accidentata.
Per dirne una, forse la più rilevante e complicata: bisognerà rintracciare e convocare i testimoni d’accusa che la Procura ha interrogato (a volte a distanza) tra il 2o17 e il 2020, affinché ripetano quello che hanno detto. Ci si riuscirà? La loro identità è stata coperta dai codici Alfa, Beta, Gamma e via di seguito, nel processo non sarà più possibile. Meno difficile dovrebbe essere ascoltare i testimoni “scoperti”, dal sindacalista Abdallah ai coinquilini di Giulio o altri che hanno fornito indizi a carico degli imputati. Ma anche su di loro non ci sono certezze. La cooperazione giudiziaria tra Stati, finora pressoché inesistente a parte la fase iniziale delle indagini, sarà di nuovo necessaria. A parte le deposizioni degli investigatori e dei periti italiani, insomma, sarà un processo tutto in salita.









