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di Errico Novi


Il Dubbio, 21 aprile 2020

 

Da Unicost a "Mi", distinguo sul "penale a distanza". La grande tentazione. Se servisse un titolo, forse non potrebbe essercene uno più adatto. Il processo da remoto sarà, fino all' 11 maggio incluso, una realtà per il settore civile ma anche per il penale, dove il rischio di travolgere le garanzie è ancora più grave.

Solo che la presunta velocità, l'assenza di rischi per la salute, l'apparente fluidità di una macchina giudiziaria virtuale concorrono a creare una suggestione. Tanto che in un intervento pubblicato ieri sulla Gazzetta del Mezzogiorno, il presidente dell'Unione Camere penali Gian Domenico Caiazza ha fatto ricorso a un'espressione non casuale: "Processo degradato a videogame".

Una prospettiva contro cui il leader dei penalisti si batte da giorni, convinto dell'abisso in cui precipiterebbero, senza udienze vere, alcuni cardini del giusto processo: a cominciare dal contraddittorio basato su oralità e immediatezza. E visto che l'emergenza sarà la condizione del Paese ancora per parecchi mesi, il conflitto fra tentazione virtuale e rischi reali per le garanzie ha tutta l'aria di dover segnare da qui in avanti il dibattito sulla giustizia.

Ma la novità, forse, è che si intravedono diverse perplessità all'interno della stessa magistratura. Vale a dire della componente che, nella giurisdizione, si è mostrata finora più aperta a un uso dell'udienza telematica anche dopo l'emergenza. Lo ha fatto con prudenza, come avvenuto con il segretario di Area Eugenio Albamonte, intervenuto proprio sul Dubbio, e con Magistratura democratica, che fa parte sempre di Area ma che ha diffuso un proprio autonomo documento in cui ha segnalato i possibili squilibri di un eventuale abuso della tecnologia, a cominciare dalla condizione delle persone chiamate a discutere in un'udienza da remoto delle misure cautelari ordinate nei loro confronti.

Non c'è insomma una cieca fiducia nelle sorti progressive del processo telematico. Lo confermano le valutazioni raccolte ancora ieri dall'agenzia Adn- kronos, che ha ascoltato diversi vertici dell'associazionismo giudiziario. Il segretario nazionale dell'Anm Giuliano Caputo, della centrista Unicost, sostiene che è sì possibile una "riflessione" a partire dal "potenziamento degli strumenti tecnici" e da una "verifica del modo in cui si svolgono alcune attività" a distanza. Però ricorda anche che nel penale "non si potrà mai pensare di fare tutto da remoto".

A riconoscere la difficile compatibilità fra call conference e diritto di difesa è anche il presidente della sezione Anm di Napoli Marcello Amura: a suo giudizio il ricorso al virtuale sarebbe una "rivoluzione copernicana", ma prima di lasciarsene sedurre si devono tenere presenti le "prerogative dell'avvocatura" che "spesso mal si conciliano con l'approccio digitale". Secondo il vertice dell'Associazione magistrati partenopea, è difficile immaginare "un'arringa compiuta attraverso il canale telematico", magari nei "processi in Corte d'assise, in cui c'è una giuria popolare. Gli ostacoli", riconosce, "sono decisamente più complessi rispetto al civile".

Non è finita. Perché a esprimersi in chiave quanto meno dubitativa su una svolta tecnologica è anche la sola corrente delle toghe che oggi non fa parte della giunta nazionale dell'Anm, Magistratura indipendente: i collegamenti in videoconferenza sono "una risorsa preziosa che consente agli uffici giudiziari di andare avanti nell'emergenza", secondo Paola D'Ovidio, segretaria del gruppo moderato. Eppure anche a suo giudizio le modalità da remoto sono assai più adattabili al civile che al penale, "dove lo strumento telematico può mortificare troppo l'oralità del processo".

Anche se, è lo spiraglio lasciato dischiuso, potrebbe essere opportuno conservarle "per certi tipi di udienze". Sempre a "Mi" è vicina la presidente della sezione Anm di Palermo Giovanna Nozzetti, secondo la quale "non possiamo pensare in futuro a un processo che si celebra sempre dietro uno schermo. Certo", aggiunge, "bisogna vedere quanto durerà ancora il lockdown per il coronavirus, ma mi chiedo per quanto tempo l'Italia possa sostenere una sospensione totale dell'attività giurisdizionale. In un sistema come il nostro, non è accettabile".

È chiaro che non si può parlare di pressing dei magistrati per un convinto e totale ricorso alle call conference. Certo però è che finora le stesse modalità seguite nella fase 1 dell'emergenza hanno costretto il garante della privacy Antonello Soro a lamentare la mancanza di coinvolgimento della sua authority. E se tengono mobilitata l'Ucpi, spingono anche parlamentari come l'azzurro Enrico Costa a parlare di "magistrati che tifano per il "processo dal divano". Non sarà così. Ma è pur vero che la tentazione di una giustizia semplificata dalla tecnologia non può essere sottovalutata. E che governo, magistrati e avvocati hanno la responsabilità di tenerla lontana.