di Marco Molino
Corriere della Sera, 1 novembre 2024
I luoghi di detenzione e sofferenza abbandonati da tempo di queste tre gemme del Tirreno sono in via di recupero per finalità storiche, artistiche o culturali. Gli ottomila chilometri di coste italiane sono impreziositi da una costellazione di circa ottocento isole, al novanta per cento disabitate. Oasi senza tempo che purtroppo l’intervento dell’uomo ha tramutato talvolta in luoghi di pena. Un’oscura deriva che cancella l’originaria dimensione del sogno ma che non è irreversibile, come dimostrano le comunità di Procida, Ventotene e Santo Stefano, le tre gemme tirreniche che divennero carcere in epoca borbonica e oggi sono invece protagoniste di una nuova stagione di valorizzazione del patrimonio culturale.
Il vento sibila incessante lungo i corridoi ormai disabitati delle imponenti strutture penitenziarie circondate dal mare in cui furono segregati pericolosi criminali ma anche oppositori politici della casa regnante. Intrise di sofferenza, quelle mura sono testimoni di cruente vicende spesso dimenticate. In quei bagni penali scoppiavano frequenti rivolte tra i detenuti e terribili erano le punizioni inflitte dalle guardie. Il patriota napoletano Luigi Settembrini, recluso a Santo Stefano dal 1851 al 1859, rievocò in un suo scritto le cosiddette battute: “Il colpevole è disteso bocconi sopra uno scanno in mezzo al cortile, e da due aguzzini con due grosse funi impiastrate di catrame ed immollate nell’acqua, è battuto fieramente sulle natiche e sui fianchi”.
Nella prigione edificata “a ferro di cavallo” nell’arcipelago ponziano, scontò la sua condanna per cospirazione pure il filosofo Silvio Spaventa, la cui salute fu irrimediabilmente minata dalle precarie condizioni detentive. Pochi anni prima, nel 1848, il carcere di Procida fu invece sconvolto da un vero e proprio eccidio con la morte di 141 galeotti “trapassati nel conflitto del fuoco - riporta la cronaca dell’epoca - fatto dalle truppe in occasione della tentata evasione dei servi di pena”.
“Isolamenti” è il significativo titolo di una mostra organizzata nel 2023 dall’Archivio di Stato di Napoli, evento che ha dato il via ad una sorta di gemellaggio tra la piccola isola del Golfo partenopeo e i due avamposti in provincia di Latina con una raccolta complessiva di mappe, planimetrie e corposi registri dell’amministrazione penitenziaria. Ma anche struggenti lettere dei detenuti, memoriali e illustrazioni. Preziosi documenti che ripercorrono quasi un secolo di storia, dal 1770 al 1860. “La mostra ha evidenziato come i Borbone, dinastia aperta alle influenze dell’illuminismo ma insieme espressione di un potere assoluto, abbiano interpretato nelle tre isole diverse forme di carcerazione e repressione”, spiega Silvia Costa, già commissario straordinario per il recupero dell’ex carcere di Santo Stefano-Ventotene, che insieme all’Archivio partenopeo ha avviato un progetto di digitalizzazione delle carte riguardanti la storia dell’ergastolo laziale in epoca preunitaria.
Oltre al contributo dei documenti, possiamo ancora “ascoltare” l’eco di quel mondo che risuona nelle superstiti strutture carcerarie. A Procida i prigionieri erano rinchiusi nel cinquecentesco Palazzo d’Avalos, oggi al centro di radicali interventi di riqualificazione con l’obiettivo di creare “un ecosistema di ricerca, arte e cultura”. L’area museale del rigenerato complesso - che insieme alle ex celle comprende la direzione carceraria, l’ex opificio, la medicheria e il padiglione delle guardie - sarà dedicata proprio alla memoria di quegli sventurati che vedevano il mare da dietro le sbarre. Anche per la casa circondariale dell’isola di Santo Stefano, chiusa definitivamente nel 1965, è in corso il restauro finalizzato ad ospitare la “Scuola di Alti Pensieri” intitolata a David Sassoli per lo studio e la formazione dei diritti umani e del moderno concetto di pena. Previsto inoltre un percorso museale di carattere storico, uno spazio artistico creativo e opportunità di studio per giovani ricercatori. La piena operatività sarà raggiunta nel 2031, ma è già attualmente visitabile. E pure nella Ventotene santuario degli ornitologi, tristemente nota come luogo di confino in epoca fascista per intellettuali e politici invisi al regime, si tengono seminari presso l’Istituto di Studi Federalisti Altiero Spinelli, intitolato all’autore del Manifesto di Ventotene “Per un’Europa Libera e Unità”, redatto nel 1943 insieme ad Ernesto Rossi. Lezioni di dignità e giustizia nelle ex isole carcere.










