sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Liana Milella e Conchita Sannino

La Repubblica, 4 maggio 2022

Oggi il Csm vota per la sua ultima nomina più importante prima dello scioglimento a luglio. Il Consiglio spaccato in due tra i procuratori di Napoli e di Catanzaro. Unicost ago della bilancia. Al Senato domani riunione con la ministra Cartabia sulla riforma del Csm.

All’ultimo voto. E anche all’ultimo ballottaggio. Sarà una conta all’insegna della suspense tra i procuratori di Napoli Giovanni Melillo e di Catanzaro Nicola Gratteri per conquistare la poltrona che conta di più in Italia nelle indagini antimafia e antiterrorismo. Quella della procura nazionale di via Giulia lasciata a febbraio da Federico Cafiero De Raho. E mentre infuria lo scontro tra la politica e le toghe sulla futura legge per il Csm, che la stessa politica di destra e di sinistra pretende in chiave anti-correnti, stavolta saranno ancora le storiche correnti a decidere chi andrà a dirigere l’ufficio voluto, ormai 31 anni fa, da Giovanni Falcone. Che lo inventò, lo immaginò operativo, ne studiò i dettagli legislativi, ma fu bocciato dal Csm per dirigerlo che gli preferì Agostino Cordova. Stando alle “voci” che corrono in via Arenula potrebbe spuntarla Gianni Melillo.

Ma proprio una corrente - la centrista Unità per la Costituzione, detta Unicost - è destinata a far prevalere l’uno o l’altro dei due principali contendenti. Non sembra avere chance Giovanni Russo, attuale procuratore aggiunto (e reggente) della Direzione nazionale antimafia, che pure nella commissione per gli Incarichi direttivi - la famosa “quinta”, la più potente del Csm - ha ottenuto 2 voti, quello del presidente di Magistratura indipendente Antonio D’Amato (anche lui toga napoletana) e quello del laico di Forza Italia Alessio Lanzi. Un voto “obbligato” quest’ultimo, visto che Paolo Russo, fratello del magistrato Giovanni, è deputato di Forza Italia dal lontano 1996. E proprio Fi ha scelto l’avvocato milanese Lanzi come componente laico del Csm. Ma in commissione, il 13 aprile, si è appalesata subito l’incertezza di Unicost, tant’è che Michele Ciambellini, anche lui napoletano, ha preferito astenersi.

A palazzo dei Marescialli, in queste ore, l’interrogativo è proprio cosa faranno i tre consiglieri di Unicost, Ciambellini, Concetta Grillo e Carmelo Celentano (anche quest’ultimo di Napoli). Che oggi hanno deciso di uscire dai radar, inutile chiamarli, non rispondono. Potrebbero votare subito per Melillo, che così conquisterebbe i 5 voti della sinistra di Area, che è poi la sua corrente, quelli dei due professori indicati da M5S Alberto Maria Benedetti e Filippo Donati, e quello del laico di Forza Italia Michele Cerabona, noto avvocato napoletano. Con 11 voti, ai quali si potrebbero aggiungere quelli dei due capi di Corte Pietro Curzio e Giovanni Salvi, Melillo passerebbe ampiamente al primo colpo. Senza strappi.

Ma potrebbe anche non andare così. E se Unicost non dovesse votare subito per lui il ballottaggio con Nicola Gratteri sarebbe inevitabile. Ma chi vota per il procuratore di Catanzaro che non ha mancato, negli ultimi mesi, di manifestare il suo aperto e pieno dissenso rispetto alla riforma Cartabia del Csm? Sicuri i 4 voti di Autonomia e indipendenza, questa volta compatta, perché a favore di Gratteri non sono soltanto i due magistrati antimafia Nino Di Matteo e Sebastiano Ardita - anche loro nettamente anti riforma Cartabia come hanno dichiarato in numerose interviste - ma anche gli altri due togati, Giuseppe Marra e Ilaria Pepe. Per Gratteri anche i due laici indicati dalla Lega Stefano Cavanna ed Emanuele Basile, nonché Fulvio Gigliotti, giurista e calabrese di Catanzaro. Siamo a 7 voti.

Non avrebbe chance di arrivare al ballottaggio Giovanni Russo, se votano per lui solo i quattro togati di Magistratura indipendente, e l’avvocato Lanzi. Ma la sorpresa potrebbe arrivare da Unicost, qualora - proprio per via della duplice presenza napoletana (Celentano e Ciambellini) - dovesse decidere di votare per Russo portandolo in zona ballottaggio.

Un vero guazzabuglio correntizio, ma in questo caso anche di rapporti personali legati all’origine e al lavoro svolto a Napoli. I bookmakers danno per favorito Melillo, che ha già lavorato a lungo alla procura nazionale, dopo la lunga esperienza a Napoli come pm, come procuratore aggiunto e poi ancora da procuratore. Una parentesi al Quirinale e ancora quella come capo di gabinetto di Andrea Orlando alla Giustizia. E addirittura ministro della Giustizia avrebbe potuto diventare Gratteri se l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, nel 2014, avesse accettato la richiesta dell’allora premier incaricato Matteo Renzi. Ma dal Quirinale arrivò un niet.

Inutile dire che questo voto è fortemente influenzato anche dalla campagna elettorale in corso per i 20 togati del prossimo Csm. Il Senato dirà, proprio in queste ore, se la legge Cartabia è destinata a passare indenne rispetto al voto della Camera, oppure se prevarrà la voglia di cambiare della Lega, in chiave filo referendum, e dello stesso Renzi. Per capirlo quella di oggi potrebbe essere una giornata rilevante, con l’incontro che di pomeriggio avranno la ministra Cartabia, il collega ai Rapporti con il Parlamento Federico D’Incà, e i capigruppo d’aula. Un fatto è certo, Pd e M5S insistono per non cambiare neppure una riga del testo. Lega, Fi e Iv la pensando all’opposto. E puntano anche sul fatto che il relatore della riforma in commissione Giustizia sarà il leghista Andrea Ostellari. Come ha detto più volte nelle ultime settimane la responsabile Giustizia della Lega Giulia Bongiorno “i nostri senatori scalpitano per mettere mano alla riforma”. Questo significa cambiarla e rimandarla alla Camera. Ma di conseguenza anche rinviare di qualche mese l’elezione del prossimo Csm.