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di Liana Milella e Conchita Sannino

La Repubblica, 5 maggio 2022

Composta la 20 magistrati nominati dal Csm, la Dna (Direzione nazionale antimafia) coordina le indagini di mafia e terrorismo, dirime eventuali conflitti tra diversi uffici, esprime pareri sui detenuti da destinare al 41bis e sui collaboratori di giustizia.

L’ha inventata, dal nulla, Giovanni Falcone, quando era al vertice dell’ufficio per gli Affari penali di via Arenula. L’ha battezzata lui stesso Procura nazionale antimafia nella legge che fu approvata in Parlamento. Ma tecnicamente si chiama Direzione nazionale antimafia. In sigla Dna. Falcone avrebbe anche voluto esserne il primo capo, ma anche stavolta, proprio come per l’ufficio istruzione di Palermo o come per la candidatura al Csm, Falcone prese, in commissione, meno voti di Agostino Cordova.

Ma il primo capo della Dna nel 1992 fu Bruno Siclari, seguito cinque anni dopo dall’allora procuratore di Firenze Piero Luigi Vigna. Dopo il lungo “regno” di Vigna toccò nel 2005 a Piero Grasso, che arrivava dal vertice della procura di Palermo (e tutti ricordano la polemica con l’altro aspirante, Gian Carlo Caselli che ambigua allo stesso posto). Nel 2013 arriva Franco Roberti che era al vertice della procura di Salerno. Nel 2017 ecco infine la nomina di Federico Cafiero De Raho, fino a quel momento capo degli uffici inquirenti di Reggio Calabria. Proprio mentre Melillo veniva scelto come procuratore di Napoli.

In questi anni la procura nazionale antimafia ha avuto un ruolo da protagonista nelle indagini. Con i suoi venti procuratori antimafia sguinzagliati nelle singole procure dov’era più necessario un coordinamento. Come si può leggere sul sito del ministero della Giustizia, che riassume funzioni e compiti della Dna, il procuratore ha un ruolo “di coordinamento delle indagini condotte dalle singole Direzioni distrettuali antimafia”, le Dda, cioè i singoli gruppi di magistrati che all’interno delle procure lavorano esclusivamente sulla criminalità organizzata. Un coordinamento che ha lo scopo “di assicurare la conoscenza delle informazioni tra tutti gli uffici interessati e collegare le Dda tra di loro quando emergano fatti o circostanze rilevanti tra due o più di esse”.

I compiti dei singoli procuratori - Ma ecco quali sono gli ambiti di competenza della Superprocura. Innanzitutto quello di mantenere un costante collegamento con ciascun pool antimafia delle singole procure con l’obiettivo di conoscere le indagini in corso, acquisire ed elaborare dati, notizie e informazioni che poi possono circolare ed essere messe al servizio degli altri uffici. I singoli procuratori possono essere “applicati” alle singole procure per seguire casi specifici, soprattutto se si tratta di indagini complesse. Compito di questi “inviati speciali” è anche quello di risolvere eventuali contrasti che possano insorgere tra differenti uffici che si trovano a indagare sulla stessa materia. I procuratori possono anche utilizzare i servizi centrali delle singole forze di polizia, quali la Direzione investigativa antimafia (Dia), il Raggruppamento operativo speciale dell’Arma dei Carabinieri (Ros), il Servizio centrale di investigazione sulla criminalità organizzata della Guardia di finanza (Scico).

Le materie d’indagine della Superprocura - La Dna può indagare su mafia, camorra, ‘ndrangheta, sui reati di narcotraffico, sulla tratta di esseri umani, sul riciclaggio, sugli appalti pubblici, può emettere misure di prevenzione patrimoniali, può lavorare sulle ecomafie, sulla contraffazione di marchi, su operazioni finanziarie sospette, sulle mafie straniere. E ovviamente anche sul terrorismo.

I compiti dei singoli procuratori antimafia - A parte il lavoro di coordinamento delle indagini, i procuratori antimafia e antiterrorismo danno valutazioni sui collaboratori di giustizia, sull’applicazione dell’articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario, cioè il regime carcerario particolarmente severo per i detenuti di mafia e terrorismo che non intendono collaborare con lo Stato, sul gratuito patrocinio per gli imputati di reati di mafia non abbienti. I magistrati della procura antimafia curano anche l’inserimento degli atti processuali nella Banca dati nazionale, nonché infine i rapporti con le autorità giudiziarie di alcuni Paesi interessati alle nostre indagini.