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di Elvira Serra

Corriere della Sera, 20 settembre 2026

Siamo sicuri che sia giusto perdonare uno studente lo stesso giorno che ti ha accoltellato? Nella tragedia sfiorata a Centocelle, dopo l’ennesima aggressione a scuola di un’insegnante, colpisce la dichiarazione resa dalla professoressa accoltellata dal tredicenne che per tutta l’estate ha covato l’odio nei suoi confronti per due debiti in italiano e storia. Qual è il messaggio pedagogico di un perdono così repentino, senza che l’adolescente abbia ancora preso coscienza di quello che ha fatto, della gravità del gesto premeditato da settimane, dell’enormità del caschetto con la telecamera sulla testa, per scimmiottare gli stragisti americani nei campus? Deve pur esserci una via di mezzo tra la reazione di Isabella Marsilio, prossima alla pensione con i suoi 66 anni, già pronta a riabbracciare il suo mancato omicida, e le parole del marito, Pino Tersigni, che invece invoca il carcere per lo studente e i suoi genitori.

Mi pare che in questa confusione di ruoli e di lezioni si perda di vista il fatto che ogni azione ha una conseguenza, di cui bisogna assumersi la responsabilità. A ogni età. Questa cosa si impara in famiglia e a scuola, dove l’architrave della convivenza si fonda su una equazione intramontabile: se sbaglio, chiedo scusa. E il perdono, certo, è la naturale conseguenza. Non scontata, però, perché attiene alla sensibilità e alla coscienza individuale. Il che non significa non avere il diritto di emendare un errore e di lasciarselo alle spalle, soprattutto se commesso in un’età così immatura e confusa come l’adolescenza. Ma la professoressa a favore della remigrazione (invero salvata da un allievo congolese che vive in una casa famiglia, da lei definito straordinario “nonostante il suo vissuto”) rischia, forse, di perdere l’opportunità di trasformare quello che è successo in una lezione non prevista dal programma, eppure non meno essenziale.