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di Gian Antonio Stella

Corriere della Sera, 23 marzo 2022

Secondo Matteo Salvini quelli che “scappano davvero dalla guerra vanno trattati con i guanti bianchi”, ma non la pensava così per gli eritrei della nave “Diciotti”. “L’Italia ha il dovere di spalancare le porte a chi scappa. Mentre spesso si parla di guerre finte, questi profughi sono veri e scappano da guerre vere”.

È passato un mese da quando Matteo Salvini disse quelle parole sugli ucraini in fuga. Tesi più volte ripetuta: “Questa è una guerra vera, che vede scappare profughi veri, non sono barchini o barconi di cui conosciamo bene traffici e provenienze”. E l’insistenza sul tema, peraltro contraddetta ieri col distinguo polemico contro l’ipotesi citata da Draghi di fornire all’Ucraina altre armi, conferma non solo la sua rapidità nel voltar gabbana al primo fiuto del vento (“darei due Mattarella per mezzo Putin”, diceva prima) ma anche la sua disinvoltura nel dimenticare le scelte muscolari del passato.

Basti ricordare, fra i casi che riguardavano persone in fuga da Siria, Somalia e Afghanistan in guerra da anni sotto la furia del terrorismo islamico, il caso del blocco nel porto di Catania, a metà agosto 2018, della nave “Diciotti”. Solo due mesi prima, l’allora responsabile del Viminale aveva detto che quelli che “scappano davvero dalla guerra vanno trattati con i guanti bianchi”. Rileggiamo: “guanti bianchi”. Eppure...

Gli uomini, le donne e i ragazzini che erano sulla “Diciotti”, compresi 26 dei 27 “scheletrini” (definizione di un inorridito soccorritore) fatti scendere dopo giorni e giorni d’attesa per essere finalmente ricoverati in ospedale, erano in larghissima maggioranza eritrei. Luigi Patronaggio, il magistrato che seguì il caso, prese nota: su 198 persone raccolte in mare dalla nave militare c’erano un somalo, due siriani e 168 eritrei. Più altri 11 eritrei sbarcati per primi (motivi sanitari) a Lampedusa.

Profughi in senso pieno, come gli ucraini di oggi, costretti a fuggire allora dal dittatore Isaias Afewerki, al potere ad Asmara dal ‘91, capo dello Stato dal ‘93, presidente del Consiglio, del Parlamento, dell’unico partito e di un mucchio di altre cose, accusato da Amnesty International di praticare sistematicamente la tortura, condannato dall’Onu per crimini contro l’umanità, classificato da molti anni da Reporters Sans Frontieres al 180° posto (su 180, salvo isolati sorpassi della Corea del Nord) tra i Paesi meno liberi del mondo. Nessuno, forse, aveva più diritto di loro all’asilo politico. Nessuno. Ma quando in 41 chiesero i danni Salvini rise: “Al massimo gli mando un bacio Perugina”.