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di Giampaolo Cadalanu

 

La Repubblica, 16 novembre 2020

 

L'allarme si estende a Somalia, Sudan e Gibuti. E all'Egitto con la disputa per le acque del Nilo. Il fuoco che sta incendiando il Corno d'Africa rischia di divampare ben oltre il Tigrai e l'Etiopia. La stabilità dell'intera regione, e dunque di mezzo continente africano, è scossa: lo scontro fra il gruppo di potere tigrino che si riconosce nel Tplf e sembra deciso alla secessione da una parte e il governo federale di Abiy Ahmed dall'altra ha già coinvolto l'Eritrea, ma potrebbe arrivare molto più in là.

In ballo è l'integrità dell'Etiopia: per questo il governo di Addis Abeba non ascolta i richiami a usare mezzi diplomatici e considera "interna" la questione del Tigrai. Nel breve termine, gli etiopici cercano una soluzione militare rapida, ma a disposizione del Tplf c'è una fetta robusta delle forze armate federali. L'incognita fondamentale è interna al Tigrai: quanti ufficiali schierati nella regione a nord sono favorevoli alla rivolta, quanta parte della popolazione tigrina ascolterà i richiami nazionalisti e sosterrà il Tplf anche di fronte a difficoltà economiche e di approvvigionamento.

Gli eritrei, apparentemente, non vogliono entrare in uno scontro con gli eterni nemici tigrini, il gruppo che guidava l'Etiopia ai tempi della guerra. Asmara - oggi in buoni rapporti con Addis Abeba - incassa il bombardamento tigrino, lamenta danni limitati, e per ora si limita a dare spazio di manovra per le truppe etiopi, confidando in una soluzione rapida dello scontro.

L'Eritrea teme un'Etiopia instabile o in disfacimento, che sarebbe un problema enorme per il piccolo Paese sulla costa del mar Rosso. E punta il dito sui tigrini, che vogliono - dicono gli eritrei - abbandonare la federazione ma soprattutto provocarne la crisi, arrivando persino a sostenere i gruppi indipendentisti delle etnie Oromo e Amhara, così da indebolire ancora di più il governo federale.

Ma la guerra può debordare anche oltre. Nei giorni scorsi Egitto e Sudan hanno cominciato esercitazioni militari aeree congiunte: di fatto un primo allarme è giustificato. Il governo del Cairo condivide con quello di transizione di Khartoum - che pure riconosce ad Abiy un ruolo importante nell'uscita dalla crisi avviata con la deposizione di Omar al Bashir - seri motivi di scontento verso Addis Abeba. Al centro c'è il Nilo, le cui acque sono contese fra tutti. E né i sudanesi né gli egiziani hanno accettato di buon grado la costruzione della diga etiope sul Nilo azzurro, che riduce la gettata dell'intero corso d'acqua in modo significativo. In più, il Sudan si trova a dover accogliere un flusso di profughi in aumento: secondo le Nazioni Unite, i fuggiaschi dalle zone della guerra potrebbero raggiungere quota duecentomila nei prossimi giorni. L'ennesima crisi umanitaria è ormai dietro l'angolo.

L'impegno dell'Etiopia per reprimere la rivolta del Tplf ha spinto il governo di Abiy Ahmed a ritirare i primi seicento uomini dal contingente stanziato in Somalia, dove i soldati etiopi sono parte di due diverse missioni internazionali. Per ora non è coinvolto il contingente schierato nell'Amisom, la missione anti-Shabaab, ma un'evoluzione in questo senso non può essere esclusa. E ovviamente l'indebolimento del fronte anti-jihadisti desta preoccupazione in tutto il mondo. Tanto più che gli integralisti della Somalia sono considerati un punto di riferimento per la strategia di Al Qaeda nell'intero continente.

L'incendio potrebbe arrivare persino a Gibuti. La piccola repubblica affacciata sul Golfo di Aden ospita una robusta presenza militare straniera: la grande base americana di Camp Lemonnier, da cui partono i droni Reaper che operano in Somalia e nello Yemen, una base francese, una italiana (con poco più di un centinaio di soldati, schierati in supporto per le forze in transito), e una degli Emirati arabi Uniti. E in un contesto come quello del Corno d'Africa, la possibilità che una scintilla possa diventare provocazione e dunque elemento di un allargamento incontrollabile dello scontro, è concreta.