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di Karima Moual

La Stampa, 9 marzo 2022

Se c’è una cosa che in questi giorni stiamo imparando dalla guerra in Ucraina è che nel futuro ci attendono scelte difficili e di rottura su molte questioni, perché ancora una volta ci toccherà misurarci e ripensarci. Non avevamo fatto in tempo a farlo ingabbiati in una pandemia che dura da due anni e che ancora è in piedi anche se la guerra sembra essersela divorata. Quanto sta accadendo può essere certamente raccontato e interpretato nelle innumerevoli drammatiche istantanee che un teatro di guerra ci consegna, ma non c’è storia più struggente di quella marea umana di persone che si muovono lasciando non solo le loro case alle spalle ma la loro stessa esistenza e vita alla ricerca di una via di fuga altrove, lontani dalla morte, anche se di quell’altrove non si hanno dettagli ed è comunque da ricostruire da zero.

Secondo l’Unhcr dal 24 febbraio al 6 marzo sono stati 1.735.068 i rifugiati ucraini che hanno attraversato i confini. La maggior parte sono andati in Polonia, Ungheria, Moldavia, Romania, Slovachia. Per quanto riguarda l’Italia, secondo il Viminale sono 17.286 i cittadini ucraini entrati nel nostro Paese dall’inizio del conflitto fino a oggi: 8.608 donne, 1.682 uomini e 6.996 minori. Le principali destinazioni sono Roma, Milano, Napoli e Bologna.

La marea umana che le immagini ci stanno trasferendo un giorno dopo l’altro è la crisi di rifugiati che cresce più velocemente in Europa dalla seconda guerra mondiale. I rifugiati che siamo abituati a vedere in altre aree geografiche più lontane, peccando di poca empatia e cinismo, questa volta ce li troviamo nel cuore dell’Europa. Come si risponderà? Accogliere chi scappa da guerre o catastrofi, è inciso nelle radici dell’Europa, e la prima risposta è stata importante anche se stiamo registrando come questo sentimento di grande umanità non trovi sempre una politica pronta a metterlo in atto.

Prima lo scandalo degli africani, o comunque delle persone di origine straniera non bianchi, che in Ucraina avevano una vita anche loro, come studenti lavoratori o professionisti devastata dalla guerra, ma che nel momento in cui si sono trovati alla frontiera per richiedere asilo, hanno scoperto di essere neri e basta, con quello che può significare in termini di discriminazione e limitazione dei diritti. Poi la prova di forza a Bruxelles al Consiglio affari europei, con il gruppo Visegrad e l’Austria che hanno espresso riserve sulle concessioni della protezione temporanea a profughi che non siano cittadini ucraini. Hanno perso, ma tocca segnarlo comunque nel taccuino questo macabro setaccio sui più deboli che si è trasferito anche da noi, con l’ultima memorabile dichiarazione dell’esponente della lega Susanna Ceccardi, intenta a disegnare fantomatiche tratte di africani che approfittando della guerra in Ucraina si farebbero il giro dell’Europa, passando sotto i carri armati di Putin in Ucraina al fine di arrivare alla frontiera della Polonia per la richiesta di asilo. Insomma, farebbe ridere se non fosse drammatico e raccapricciante che una testa pensante potesse produrre una tale narrativa e crederci anche.

Infine abbiamo il Regno Unito, duro su sanzioni e sull’invio di armi in Ucraina, ma poi sui profughi se ne guarda bene dall’accoglierli. Finora la generosità degli inglesi si è tradotta nella concessione di 50 visti ai profughi dell’Ucraina mentre si esamina la possibilità di corridoi umanitari che comunque avranno dei limiti. Quali? Verranno accolti soltanto coloro che hanno connessioni familiari con un inglese oppure uno sponsor. Come al solito, chi è l’ultimo può solo aspettare. Buonanotte solidarietà.