di Annalisa Costanzo e Simona Musco
Il Dubbio, 18 luglio 2026
Negato l’acquisto del quotidiano a un detenuto. Eppure nel 2024 una lettera al Dubbio fu usata da Mattarella per richiamare l’attenzione sul carcere. Il detenuto vuole leggere Il Dubbio? Meglio di no, perché ci sarebbe “la possibilità di veicolazione, tramite esso, di messaggi occulti di non agevole decifrazione”. A scriverlo nero su bianco è una magistrata di Sorveglianza di Novara, Marta Criscuolo, che ha respinto la richiesta di un detenuto in regime di 41-bis di poter acquistare il nostro quotidiano in quanto veicolo potenziale di messaggi cifrati.
La decisione è contenuta nell’ordinanza 1297/2026, nella quale Criscuolo ha risposto al reclamo proposto da Sebastiano Vottari, detenuto originario di San Luca (Rc) attualmente ristretto a Vigevano, ma precedentemente in carcere a Novara, dove aveva impugnato, per mezzo dei suoi avvocati Giuseppe Pelle e Antonio Femia, il diniego dell’amministrazione penitenziaria all’acquisto di due testate giornalistiche non incluse nel cosiddetto “modello 72”, L’Unità e, appunto, Il Dubbio. La scelta delle pubblicazioni è infatti limitata e deve essere compresa in un elenco approvato dal Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria per prevenire comunicazioni con l’esterno. E laddove quella testata non sia inserita nell’elenco, è il giudice di Sorveglianza a poter stabilire, caso per caso, se ci siano ostacoli a concedere l’autorizzazione. Ostacolo che la magistrata ha ritenuto sussistente nel caso del Dubbio.
Il paradosso è che si tratta dello stesso quotidiano che appena due anni fa il presidente della Repubblica Sergio Mattarella citava pubblicamente per fare luce sul dramma delle carceri, al quale il Capo dello Stato è particolarmente attento. A luglio del 2024, durante la tradizionale cerimonia del “Ventaglio” con l’Associazione stampa parlamentare, Mattarella affrontò il tema dell’emergenza penitenziaria prendendo spunto da una lettera a lui indirizzata dai detenuti del carcere di Brescia tramite le pagine del Dubbio. Una delle poche lettere che ha trovato effettiva ospitalità sulle pagine del quotidiano.
“Vi è un tema che sempre più richiede vera attenzione: quello della situazione nelle carceri - disse Mattarella -. Condivido con voi una lettera che ho ricevuto da alcuni detenuti di un carcere di Brescia: la descrizione è straziante. Condizioni angosciose agli occhi di chiunque abbia sensibilità e coscienza. Indecorose per un Paese civile, qual è, e deve essere, l’Italia. Il carcere non può essere il luogo in cui si perde ogni speranza, non va trasformato in palestra criminale”. Insomma, Il Dubbio, lungi dal veicolare messaggi “cifrati”, aveva fatto ciò che compete alla stampa: denunciare situazioni umanamente degradanti, rispettando quanto previsto, a livello deontologico, dalla Carta di Milano, che regola la comunicazione sul carcere e sui detenuti. In quella lettera c’era il racconto della quotidianità dietro le sbarre, delle condizioni di vita di alcuni detenuti, di una sofferenza che il Capo dello Stato ritenne doveroso portare all’attenzione dell’intero Paese. Nessun messaggio cifrato. Nessuna comunicazione occulta. Solo la voce del carcere che raggiungeva le istituzioni.
Nel merito della decisione, la magistrata ha operato una netta distinzione tra le due testate, accogliendo il reclamo limitatamente a L’Unità, “storico quotidiano politico italiano, a tiratura nazionale, fondato nel 1924 da Antonio Gramsci” e pertanto “assimilabile, per tiratura nazionale e significativa tradizione editoriale, ai quotidiani inclusi nell’elenco”. Nelle tre pagine dell’ordinanza viene richiamata la pronuncia della Corte costituzionale n. 122 del 2017, la quale ha stabilito che la compressione delle modalità di acquisto della stampa (esclusivamente tramite canali interni e mai dall’esterno) è legittima per prevenire comunicazioni criptiche, ma non deve tradursi in una “negazione surrettizia del diritto”.
Nel momento stesso in cui impone al detenuto di avvalersi esclusivamente dell’istituto penitenziario per l’acquisizione della stampa, l’amministrazione si impegna a fornire un servizio efficiente, evitando “lungaggini e barriere di fatto” che penalizzino, nella sostanza, le legittime aspettative del detenuto. Al quale, scriveva il giudice delle leggi, “non è impedito l’accesso alle letture preferite e al loro contenuto, ma gli è imposto di servirsi, per la relativa acquisizione, dell’istituto penitenziario”.
L’ordinanza fa però propria la giurisprudenza di legittimità secondo cui tale principio non implica “che ogni pubblicazione possa e debba (...) fare il proprio ingresso in istituto, indipendentemente dalla compatibilità di un tale ingresso con le finalità proprie del regime detentivo speciale, con le ineludibili esigenze organizzative dell’Amministrazione, a quelle finalità anche correlate, e con l’effettiva inerenza dello stampato all’esercizio di diritti fondamentali”. Applicando questi parametri, Criscuolo ha ritenuto che L’Unità fosse da ritenere “stampato inerente all’esercizio del diritto fondamentale all’informazione”.
Mentre Il Dubbio, “giornale pubblicato dal 2016”, è “quotidiano di minor tradizione editoriale, rispetto al quale”, appunto, “la Direzione ha altresì rappresentato la possibilità di veicolazione tramite esso, di messaggi occulti, di non agevole decifrazione, che potrebbero sfuggire ai controlli degli addetti alla censura, e il cui controllo richiederebbe all’A.P. quindi un dispendio di risorse umane e tempo per accurati controlli del contenuto, dal momento che in esso trovano ingresso rubriche con lettere inviate dal carcere e comunque dall’esterno, che potrebbero prestarsi a veicolare informazioni da e all’esterno, tra detenuti in 41 bis o.p. e affiliati, alleati o comunque terzi, aggirando le finalità del regime speciale con conseguente pregiudizio per l’ordine e la sicurezza pubblica”. Imponendo così, secondo l’ordinanza, delle verifiche che richiederebbero un dispendio non sostenibile di “risorse e tempo”.
Per inciso, è la rubrica in cui si racconta il mondo penitenziario a chiamarsi “Lettere dal carcere”, ma ciò non la rende una cassetta delle lettere indiscriminata. Il risultato è che una testata giornalistica viene di fatto esclusa non per i suoi demeriti, ma per il suo merito principale, dare voce a chi non ne ha. Una motivazione che finisce per trasformare l’attenzione mediatica sul carcere in un possibile fattore di rischio.










