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di Damiano Aliprandi

Il Dubbio, 19 giugno 2026

Ventotto anni dopo il dramma degli anarchici alle Vallette, la storia si ripete. Quando il garantismo cede il passo all’afflizione pura e cancella l’umanità. Ambrogio Furlan aveva 27 anni ed era nato in provincia di Savona, ma la sua vita era a Torino. Lì aveva studiato, gli amici, la fidanzata, i posti di tutti i giorni. Andrea ne aveva 20. Tutti e due erano finiti tra i denunciati per i cortei a favore della Palestina dell’autunno scorso, quelli che, tra settembre e novembre, avevano portato in piazza migliaia di persone e a volte scontri e danneggiamenti, dall’occupazione dei binari a Porta Susa all’irruzione alle Officine Grandi Riparazioni durante l’Italian Tech Week. A febbraio sono arrivate 18 misure cautelari.

Ad Ambrogio, e solo a lui fra tutti, è toccato il divieto di dimora a Torino: doveva andarsene dalla città che considerava la sua casa. Il Tribunale del Riesame ha confermato la misura. Gli avevano spiegato che era una cosa temporanea, destinata a cambiare in pochi mesi. Un paio di giorni dopo si è tolto la vita vicino a Toirano, lasciando un biglietto nell’auto. Il 25 aprile i suoi compagni lo hanno ricordato come “partigiano del presente”.

Andrea è morto il 26 maggio, investito da un treno a Settimo Torinese. Anche lui era stato denunciato per le stesse manifestazioni. I suoi amici, su Infoaut, lo hanno chiamato un fiore bellissimo e fragile cresciuto nel cemento. Volevano esserci al funerale, il 6 giugno. Solo che alcuni di loro erano sottoposti all’obbligo di dimora a Torino, nello stesso procedimento in cui era coinvolto Ambrogio, e Settimo è il Comune accanto, oltre il confine. Serviva l’autorizzazione del giudice. La giudice titolare prima si era detta disponibile, poi è uscita dall’ufficio senza lasciare indicazioni, e la richiesta è finita al magistrato di turno, che l’ha respinta: niente “legame parentale”, nessuna ragione “di salute, rilevante dal punto di vista costituzionale”. Così non hanno potuto dare l’ultimo saluto al loro amico.

A raccontare le due storie è stato Claudio Novaro, da anni difensore di movimenti torinesi, in un testo intitolato “Quando la giustizia esclude e uccide”, pubblicato sul periodico online Volere La Luna. Parla di un “potere terribile” che la magistratura ha tra le mani e che andrebbe usato sapendo quanto pesa sulla vita delle persone. Nessuno può dire che una misura cautelare uccida da sola, e le ragioni vere di un gesto così non le conosce nessuno fino in fondo. Resta però un fatto semplice: due ragazzi giovani, dentro lo stesso dispositivo, non ci sono più. E davanti a una cosa del genere la prima parola onesta è fallimento. Non conta essere d’accordo o no con un corteo o con un blocco dei treni. Conta il modo in cui lo Stato decide di rispondere.

Misure nate contro la mafia - Per capirlo bisogna guardare a una parte del diritto che si conosce poco. Accanto al processo penale ordinario esiste un secondo binario, nato negli anni delle stragi e del terrorismo per colpire la mafia e l’eversione. Da quel mondo arrivano strumenti pensati per l’emergenza: il 41 bis, l’associazione con finalità di terrorismo, e soprattutto le misure di prevenzione. Hanno una caratteristica che le rende delicate: si applicano senza una condanna, sulla base di una previsione su quello che una persona potrebbe fare. La sorveglianza speciale, l’obbligo o il divieto di dimora, il foglio di via nascono lì. Nel 2017 la Corte europea dei diritti dell’uomo, con la sentenza De Tommaso, ha condannato l’Italia perché quella legge non era abbastanza precisa: chi la subiva non poteva prevedere quali comportamenti l’avrebbero fatta scattare. Due anni dopo la Corte costituzionale, con la sentenza numero 24 del 2019, ha dichiarato illegittima la categoria della pericolosità “generica”, scritta in modo troppo vago. Sono pronunce che dicono una cosa scomoda: una parte di questo sistema vive al limite della Costituzione, sul confine fra la prevenzione e la pura punizione.

Il problema è che questi strumenti, nati per la criminalità organizzata, si sono spostati. A Torino una studentessa di 24 anni si è vista chiedere dalla questura la sorveglianza speciale per i cortei, la stessa misura usata per i sorvegliati di mafia. Le violazioni del foglio di via, fino a poco fa una contravvenzione, dal 2023 sono un delitto, con pene da sei a 18 mesi, e oggi possono pesare anche nel giudizio di pericolosità sociale. Si finisce per punire la disobbedienza a un divieto, a prescindere dal fatto che si sia davvero fatto del male a qualcuno.

Qui sta un punto che l’avvocato Novaro coglie bene. Misure di questo tipo non funzionano nemmeno come deterrente. I movimenti, dal No Tav in poi, disobbediscono in modo dichiarato: violano i fogli di via, entrano nelle zone rosse, lo rivendicano in pubblico. Quello che resta somiglia poco alla prevenzione di un pericolo e molto a un’afflizione. Lo stesso avvocato definisce l’obbligo di dimora dei suoi assistiti una misura “meramente punitiva”, visto che i fatti contestati erano avvenuti di giorno e nella stessa città. Quando uno strumento smette di prevenire e serve solo a far male, basta che incontri una persona fragile perché diventi insostenibile. E il decreto sicurezza del 2025 ha spinto ancora in quella direzione.

Sole e Baleno, e una garanzia che vale per tutti - Non è una storia nuova. Basta tornare al 1998, sempre a Torino. Il 5 marzo di quell’anno vengono arrestati tre anarchici: Edoardo Massari, detto Baleno, Maria Soledad Rosas, chiamata Sole, e Silvano Pelissero. L’accusa è pesantissima, associazione con finalità di terrorismo, per una serie di sabotaggi contro la Tav in Val di Susa attribuiti a un fantomatico gruppo, i “Lupi grigi”. Baleno non regge. Il 28 marzo, dopo nemmeno un mese, si toglie la vita nella sua cella del carcere delle Vallette.

Sole, distrutta dalla morte del compagno e dalle accuse ancora sospese su di lei, fa lo stesso l’11 luglio, nella comunità dove scontava i domiciliari. Aveva 24 anni. Nel 2002 la Cassazione smonta l’impianto dell’accusa. Non c’era nessuna organizzazione terroristica, solo, al massimo, reati comuni. L’accusa di terrorismo cade, Pelissero viene condannato per fatti minori. Quando la verità giudiziaria arriva, però, Sole e Baleno sono morti da quattro anni. La macchina costruita contro il terrorismo si era abbattuta su due ragazzi che con il terrorismo non c’entravano nulla, e li aveva schiacciati prima che un giudice potesse dire come stavano le cose.

È qui che torna utile una parola spesso fraintesa: garantismo. Viene prima della politica, e non guarda in faccia a nessuno. Vale per il ricco e per l’ultima persona della terra, per chi sta dalla parte che ci piace e per chi sta dall’altra. Vale anche per chi un reato lo ha commesso davvero, perché il punto non è stabilire se uno ci è simpatico o se le sue idee ci convincono, ma se lo Stato, nel rispondergli, continua a trattarlo da essere umano.

Ambrogio, Andrea, Sole e Baleno avevano storie e fatti diversi alle spalle. Quello che li accomuna è di essere finiti in un meccanismo che a un certo punto ha smesso di vederli come persone e ha visto solo una posizione da neutralizzare. Una giustizia che non lascia entrare la compassione finisce per assomigliare all’ingiustizia. Negare a un ragazzo di salutare un amico morto, strappare un altro alla sua unica casa, sono gesti minimi sulla carta ed enormi nella vita di chi li subisce. Da lì, qualche volta, comincia una tragedia.