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di Conchita Sannino

 

La Repubblica, 24 febbraio 2022

 

Il monito del procuratore di Napoli, Giovanni Melillo, davanti alla commissione parlamentare antimafia sul tema dell’ergastolo ostativo e sulla possibile concessione di benefici carcerari agli esponenti della criminalità organizzata.

U nodi ci sono. Molti. Di non facile soluzione. “E forse non basta dire l’Intendenza seguirà”. Il procuratore di Napoli Giovanni Melillo, in audizione ieri sera in Commissione bicamerale antimafia a Palazzo San Macuto, riprende quel proverbiale ordine del Generale francese per segnalare che, prima di aprire a permessi o benefici le celle dei padrini mafiosi e dei loro più pericolosi seguaci, non occorrono solo, in elevata densità, “prudenza e rigore”.

Ma servono procedure corrette e uniformi, nuova riorganizzazione delle carceri, maggiore controlli per arginare il peso che i boss tuttora detengono nei penitenziari. E soprattutto: servono più organico, per i giudici di sorveglianza, per le Procure, per quelle forze dell’ordine impegnate sul fronte delle investigazioni antimafia. Perché “su questi uffici grava il compito di dimostrare la cessazione dei rapporti dei detenuti” ergastolani “con le cosche e gli ambienti mafiosi di riferimento”.

Eccola, vista dal vertice della più grande Procura italiana, la sfida della riforma dell’ergastolo ostativo: quel “fine pena mai” di eccezionale durezza inflitto ai condannati per reati di mafia che non abbiano accettato di collaborare con lo Stato. Attenzione, dice Melillo: “Inutile dire che ogni errore e ogni sottovalutazione rischia di avere pesanti ripercussioni”.

Concrete e simboliche. Sul rischio di fuga dei padrini e sull’allarme sociale. Il procuratore indica anche clamorosi esempi napoletani. Un passo indietro. Già i pronunciamenti della Corte europea dei diritti dell’uomo avevano, di fatto, smontato l’assunto su cui si regge l’ergastolo ostativo, figlio dell’emergenza italiana e della stagione delle stragi mafiose.

Così, dopo il prevedibile ultimatum che, un anno fa, la Consulta ha consegnato al Parlamento, è stato licenziato solo 48 ore fa, in Commissione giustizia alla Camera, il testo che dovrà affrontare l’esame dell’aula e che già pone una serie di “paletti” e valutazioni alla concessione dei benefici. Una prova di sintesi tra opposti schieramenti a cui il procuratore di Napoli non sbarra la strada ovviamente. Offrendo, più in generale, l’analisi di alcune, serie criticità.

Quindi, citando con accento critico lo storico motto francese (“L’intendance suivra”: ad indicare che le ragioni dell’economia vengono dopo quelle della politica), il procuratore Melillo argomenta: “È un pensiero che può andar bene per le campagne militari, forse, ma non ha mai prodotto buoni frutti o ha innescato pratiche virtuose” nell’ambito di un progetto complesso come la riforma della giustizia, e in particolare, del delicatissimo compito di restituire il fine rieducativo della pena senza registrare cedimenti sul terreno del contrasto alle mafie, e ai suoi capi storici.

Non basta prudenza e rigore, insomma. Le “pesanti ripercussioni” che rischia chi aprisse le porte a qualche ergastolano che invece non deve uscire (neanche in permesso) sono collegati a fatti concreti. Ricorda Melillo: “Il principale latitante della camorra si chiama Renato Cinquegranella”, coinvolto “in uno dei più brutali omicidi degli anni Ottanta” - il riferimento è al massacro del capo della Mobile Antonio Ammaturo e del suo autista, Pasquale Paola, il 15 luglio 1982.

“Evase nel 1989 dopo la concessione del secondo permesso ricevuto. Fu riarrestato nel 1991. Nel 2002, al quarto permesso, nuovamente evase. E da allora si è sottratto ad ogni ricerca”. Melillo torna poi su un tema che, dinanzi alla stessa Commissione antimafia, aveva affrontato nei dettagli e con parole impietose. Sulla capacità delle consorterie criminali di incidere nella gestione dei circuiti penitenziari: “partecipano alla gestione”, in alcuni casi.

“Se dico tutto ciò - sottolinea ancora - è perché l’area, i legami dei mafiosi si trasferiscono all’interno dell’ambiente penitenziario”. E non dimentichiamo che “le politiche criminali cambiano, si evolvono, si adeguano”.