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di Timothy Ormezzano

Corriere di Torino, 17 marzo 2025

A 92 anni, i ricordi di una vita: “Amo gli ultimi da sempre, ho visto cose disumane”. Il grande psichiatra Annibale Crosignani da quasi 92 anni (“sono nato il 10 maggio 1933, nel giorno in cui Hitler bruciò i libri all’opernplatz di Berlino”) ha scelto di schierarsi dalla parte degli ultimi. Fu la mente illuminata protagonista della rivoluzione culturale che portò alla chiusura del manicomio femminile torinese di via Giulio (dove oggi c’è l’anagrafe Centrale) e di quello di Collegno, quasi un decennio prima della legge 180. “Sono un ribelle, vado sempre contro. Mi piacciono i perdenti. Alle medie tenevo per Ettore e non per Achille. Mi veniva da dentro, era più forte di me”, dice mostrando le foto delle sue tante vite. Per dire, Crosignani fondò e visse in una comune a Romagnano Sesia.

“Ma sono stato anche un autostoppista: andai fino a Capo Nord e, girando l’Europa, nel 1954, scoprii la tragedia dei campi di concentramento di Dachau e della Shoah. Sono stato pure un calciatore, a 19 anni feci un provino per il Piacenza. E ho lavorato come medico del Torino, al fianco del mitico dottor Cattaneo, negli anni Sessanta di capitan Bearzot. Nel mio cuore, però, c’è la Juve. Non è una scelta da amante dei perdenti? Beh, nessuno è perfetto - ribatte strizzando gli occhietti vispi e chiari. Ma una volta ho finto di essere del Toro”.

Quando?

“Nel 2015 per caso, in piazzale Umbria, incontrai Andrea Soldi, il malato di mente che sarebbe morto a causa di un Tso molto violento. Un gigante buono molto chiuso, quasi catatonico. Provai inutilmente a instaurare un dialogo: l’empatia fa molto più delle medicine. Poi dalle nostre parti rotolò un pallone che Andrea fermò con un bel tocco. Gli chiesi di che squadra fosse. “Toro”, mi rispose. Allora gli mostrai una mia foto con Claudio Sala, il poeta del gol. A quel punto Andrea si aprì, diventò simpaticissimo e mi offrì pure da bere. Quindici giorni dopo, la tragedia”.

Torniamo alla sua giovinezza, lei fu una staffetta partigiana?

“Avevo 12 anni, portavo al leggendario comandante Cesare Pozzi notizie di sua figlia Milvia. Una volta mi fermarono i tedeschi, dissi che stavo andando a prendere il latte, mi lasciarono andare ma che paura. C’era una certa rivalità tra i partigiani: ricordo i garibaldini, i badogliani, la Brigata Matteotti, quelli di Giustizia e Libertà. Ma eravamo tutti antifascisti”.

Ottant’anni dopo la Liberazione, come vede l’italia?

“Non bene. Ci sono troppi segnali preoccupanti per chi ha vissuto il Ventennio. Avevamo degli ideali che non vedo più. Sono angosciato dalle guerre. Le immagini da Gaza e dall’ucraina mi fanno impressione, perché risvegliano istanze contro la democrazia e la libertà”.

I suoi studi?

“A determinare la mia vita fu don Niso Dallavalle, lo stesso prete che formò Pier Luigi Bersani. E in seguito ho avuto un grande maestro in Rodolfo Amprino, professore di istologia. Nel 1946 andai a Milano a fare la prima liceo scientifico. Mi sentivo il padrone della città, solo e libero, ma mi bocciarono perché preferivo giocare a calcio. “Annibale ha la stoffa, gli serve un buon sarto”, sentenziò don Niso. Così andai prima dai Salesiani a Lanzo e poi al Valsalice a Torino, dove mi indicarono di nuovo la strada”.

Quale?

“Pensavo di fare Legge ma un professore, don Bonello, mi consigliò di seguire il mio sogno di diventare dottore, nato leggendo “La cittadella” di Cronin. Andai al Collegio Universitario, vinsi il concorso trovai un ambiente molto stimolante dal lato culturale: c’erano Eco, Salvadori, Beccaria, Schiffer e Billia”.

Nel 1968 entrò nel manicomio di via Giulio. E scoprì l’inferno...

“Vidi cose disumane, la dignità era profanata. Mi identificai con le malate, che sembravano zombie. Avevano origini umili, come le mie. Ero così attratto dal loro mondo che le infermiere e alcuni colleghi mi davano del pazzo. Organizzarono uno sciopero contro di me. Lo ammetto, un po’ ci facevo, perché un matto può muoversi liberamente. Il vicedirettore chiese una visita medico legale per verificare la mia salute mentale: il direttore generale, scoprendomi sanissimo, disse che semmai bisognava visitare il vicedirettore. Era comunque arrivato il momento di intervenire”.

Come?

“Portai dal sindaco Guglielmetti una ex maestra delle elementari ricoverata in via Giulio. Lei si mise a recitare poesie a memoria e il sindaco mi chiese cosa ci facesse al manicomio. Venne dimessa. Cercai altri medici disposti a sposare la causa, sostenuta pure dal movimento studentesco e dall’associazione per la Lotta contro le Malattie Mentali fondata da Piera Piatti. La lotta si fece dura. Ci considerarono dei pericolosi sovversivi, dopo che una malata grave, da me slegata, ferì al capo un’infermiera. Ma il manicomio era ormai diventato indifendibile. Il 10 aprile 1969 liberammo 160 malate del reparto 5: il momento più bello della mia vita professionale”.

Dopodiché, a Collegno, anticipò la legge Basaglia...

“Il nostro grimaldello fece saltare il sistema. Nel 1970 entrai alle Ville per dimettere quasi tutto il reparto femminile. Collegno fu oggetto di un’occupazione già nel 1968, con un’azione nata dopo un convegno a cui parteciparono Basaglia e Pasolini. Fu la prima volta nella storia della psichiatria italiana in cui i malati ebbero modo di denunciare le sevizie subite. Anche la stampa schierò dalla nostra parte”.

Infine fu primario emerito alle Molinette...

“Fino alla pensione, nel 2000. Tre anni dopo mi diedero il Sigillo civico, un’onorificenza prestigiosa. Successivamente ho scritto la storia di un malato, “Ludovico e Contessa”, portata a teatro con successo da Ivana Ferri. Ora ho un altro progetto in fase avanzata, allestire un Museo della Follia con il materiale che ho raccolto negli anni: catene di ferro, cinghie di contenzione, camicie di forza. Collegno sarebbe la sede ideale”.

Lei è un rivoluzionario, lo sa vero?

“No, resto modesto e umile. Ho solo seguito quello il mio destino, in un preciso momento storico. Vale davvero la pena parlare della mia vita? Mi sono dato da fare, quello sì. Ho lasciato uno studio privato per fare psichiatria moderna a tempo pieno: dovendo lavorare con gli ultimi, non posso farmi pagare dai baroni. Ma ho anche io le mie sconfitte”.

Quali?

“Qualche caso mi è sfuggito di mano, in modo drammatico. Ricordo una malata attiva nella contestazione, voleva uscire dal manicomio. Le abbiamo trovato casa, l’ha arredata ma poi si è tirata indietro chiedendo di tornare dentro. Quando cercai di dissuaderla mi disse “lei non ha capito niente” e si suicidò davanti a me, buttandosi dalla finestra. Ecco cosa vuol dire essere uno psichiatra”.