di Alessia Candito
La Repubblica, 4 settembre 2023
Parla uno dei sommersi nel Cpr di Pian del Lago. Ci è finito per un garbuglio burocratico, in pochi giorni è stato tirato fuori e adesso dice: “Salviamo quei ragazzi”. “Sai qual è la prima cosa che ti dicono appena entri là? ‘La vuoi la terapia?’. Sono calmanti, sonniferi, non so quale altra schifezza. Non serve a curare niente, ti ammazza e basta”. Nell’inferno del Cpr di Pian del Lago, nel Nisseno, Bacary ci è stato per pochissimo tempo. “Ma un giorno lì dentro vale un anno. Io sono rimasto lì per poco più di 72 ore, mi è sembrato non finissero mai. Lì dentro non sei un essere umano, ti trattano come un animale da addomesticare. Non sembra neanche di stare in Italia”.
Dei Cpr, i centri per i rimpatri che il governo Meloni vorrebbe sempre più attivi, più grandi e in ogni regione stando agli annunci, Pian del Lago è uno dei più vecchi. E dei più chiacchierati. Più volte in passato è finito al centro delle cronache per incendi, fughe, rivolte per le pessime condizioni di vita all’interno, denunciate da avvocati, giuristi e attivisti. Nulla è mai cambiato.
Dentro Bacary è finito per un garbuglio burocratico: gli è stata negata la protezione internazionale, ha fatto appello ed è in attesa della fissazione del giudizio. Da terminale però non risulta e nel frattempo non ha documenti validi. Anche per questo chiede di trincerarsi dietro un nome di fantasia. “Ho paura che facciano del male a me e ai miei”. O banalmente che possa pregiudicare la sua battaglia legale. Fermato a un controllo stradale a Palermo, è stato subito trasferito in Cpr. “Mi hanno caricato su una volante e accompagnato a tutta velocità a Caltanissetta come se fossi un criminale. Ho fatto giusto in tempo ad avvertire la mia avvocata, poi mi hanno tolto anche il telefono”.
Succedeva mesi fa, ma quello che ha visto, quello che ha vissuto lo divora. “Bisogna fare qualcosa per salvare quei ragazzi - dice - lì dentro stanno distruggendo uomini e creando mostri, incapaci di parlare, di pensare, di fare qualsiasi cosa. Perché? Io non lo capisco, non me lo spiego”.
Tutto a Pian del Lago serve a farti dimenticare di essere una persona, un essere umano. “Io non avevo nome, non avevo identità. Io ero un numero. Io mi chiamavo trentacinque”. Per prima cosa, gli hanno chiesto di mettersi in fila. In fondo c’era un infermiere: “La vuoi la terapia?”. Gocce o pasticche, il risultato - spiega Bacary - era sempre lo stesso. “I ragazzi, molti giovanissimi, forse appena maggiorenni, diventavano degli automi. Incapaci di parlare, di pensare, di fare qualsiasi cosa. Molti passavano il tempo a dormire sui materassi luridi che ci sono lì dentro”.
Nessun medico a verificare le condizioni, “chi stava lì da più tempo mi ha detto che il dottore si fa vedere solo una volta al mese”. A distribuire psicofarmaci “era un infermiere, dicevano fosse un tirocinante”. E forse - o almeno questo lui sospetta - quei farmaci venivano imposti anche a chi non li volesse: “Ogni volta che mangiavo qualcosa - e ce ne voleva, perché il cibo era poco e pessimo - improvvisamente mi veniva sonno, mi sentivo intontivo, avevo solo voglia di dormire, non mi importava più di nulla”. L’imperativo categorico -spiega - era far stare tutti calmi. A vegetare. “Ho chiesto di avere un libro, un fumetto, un giornale, non c’è niente. Neanche una televisione per capire cosa stia succedendo fuori”. Il Cpr è un non luogo, dove anche le semplici attività quotidiane sono un lusso difficile da conquistare. “Lì c’è una sola doccia funzionante per tutti, un unico lavandino, anche l’acqua in piena estate è razionata”.
Parole in libertà? Lo sfogo di chi è stato ingiustamente imprigionato e liberato con tante scuse qualche giorno dopo? No, almeno stando al report di avvocati e consulenti giuridici di Asgi, Associazione studi giuridici sull’immigrazione, che un anno fa in un report pubblico denunciavano la distribuzione a pioggia di psicofarmaci, senza previo consulto e valutazione psichiatrica, pessime condizioni igieniche, ambienti inadeguati a ospitare esseri umani, totale mancanza di assistenza legale, impossibilità per i reclusi di comunicare con l’esterno. E dal Cara poco distante, dove da mesi va avanti una protesta per le pessime condizioni di vita, confermano. “Ogni notte si sentono urla, pianti, arriva l’odore dei lacrimogeni”. Perché l’effetto dei farmaci finisce.
“La notte lì sembra giorno. C’è chi protesta perché ha bisogno di dosi sempre maggiori di medicine, chi cerca di scappare, chi sale sui tetti e minaccia di buttarsi giù”. Pian del Lago, racconta, è un inferno da cui fuggire è impossibile. “Appena arrivi ti tolgono lo smartphone. Significa che non puoi comunicare con nessuno, non puoi chiedere aiuto, non puoi documentare con foto e video quello che succede lì dentro”. Eppure, quanto meno formalmente non è un carcere.
Chi finisce lì è in stato di detenzione amministrativa, “giuridicamente una contraddizione in termini”, spiega l’avvocata Ilenia Grottadaurea, perché pur in assenza di reato o imputazione vi è una privazione della libertà personale. In teoria, è regime che può durare massimo 90 giorni, in alcuni casi prorogabili a 120. Ma a molti capita di essere liberati e immediatamente o quasi di nuovo imprigionati lì dentro. Gli operatori legali sono pochi, possono passare giorni prima che si rivolgano a un nuovo arrivato.
“Mi sono presentata appena il mio assistito è riuscito a contattarmi”, spiega l’avvocata Grottadaurea. Ma pur in presenza di una nomina formale ha dovuto attendere ore prima di riuscire a entrare. “Se non mi fossi presentata io al Cpr, sarebbe stato obbligato ad affrontare l’udienza di convalida da solo, affiancato da un avvocato che nulla sa del suo caso”. L’assistenza legale, gli sportelli di orientamento sono un miraggio. “Non volevo parlare per paura di ritorsioni - mormora Bacary - ma ogni giorno penso a quello che ho vissuto lì dentro e ogni giorno non posso che ripetermi che quei ragazzi non possono essere abbandonati. Lì dentro c’è per lo più gente che ci finisce perché non ha documenti validi o non li ha ancora. Per questo merita di essere lentamente ammazzata?”.









