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di Luigi Grassia

La Stampa, 27 settembre 2025

In America un libro svela l’uso di psicofarmaci e tecniche di controllo psicologico a scopo repressivo ma fa scoprire anche reti di solidarietà e cooperazione dietro le sbarre. Il carcere può creare problemi di salute mentale, o aggravarli se già i detenuti ne soffrono, e questo rischia di essere particolarmente vero negli Stati Uniti, che con due milioni di reclusi hanno il sistema di prigionia più esteso fra quelli dei Paesi occidentali avanzati, sia per numeri assoluti sia in quota rispetto alla popolazione totale. Probabilmente si tratta anche del sistema carcerario più violento e repressivo, benché i raffronti siano opinabili.

Le condizioni di vita dietro le sbarre negli Usa prevedono non di rado per i detenuti trattamenti coercitivi come l’essere immobilizzati su letti di ferro per giorni interi, con cinghie alle braccia e alle gambe; divieto punitivo di uscire all’aria aperta; celle in cui possono essere imposti (di proposito) rumori costanti e/o luci accese 24 ore su 24; uso e abuso di psicofarmaci come l’Haldol per “calmare” i prigionieri, fino a causare gravi problemi neurologici come tic e tremori di forte intensità; come conseguenza, sintomi psicotici e depressioni non curate hanno tale diffusione da essere quasi la regola, e il tasso di suicidi è altissimo, al pari di varie forme di autolesionismo.

Le biografie/autobiografie carcerarie in America sono quasi un genere letterario a sé stante, si persi per esempio a “Educazione di una canaglia” di Edward Bunker, ma ci sono ancora prospettive nuove da esplorare. Introduce altri punti di vista il bestseller “The Jailhouse Lawyer”, un libro non ancora pubblicato in Italia ma che è diventato un caso editoriale negli Stati Uniti, dove è stato recensito in modo ultra-positivo dal re dei “legal thriller” John Grisham e da Sister Helen Prejean (autrice di “Dead Man Walking”). L’autore si chiama Calvin Duncan, è un nero passato da innocente nel tritacarne del sistema giudiziario americano, è stato riconosciuto innocente solo dopo 28 anni - ventotto! - di galera, poi è diventato avvocato penalista e ha cominciato a combattere per tante altre persone a cui è toccata e tocca un’esperienza simile alla sua.

In prigione non solo violenza ma anche reti di solidarietà - In “The Jailhouse Lawyer” ci sono anche delle luci: mentre le biografie/autobiografie carcerarie americane di cui raccontano, di regola, storie di pura violenza ed estraneazione, e per di più da una prospettiva strettamente individuale, sia per quanti riguarda la caduta dei protagonisti sia per il loro eventuale riscatto, il libro di Duncan sorprende perché ci racconta come il carcere possa dar vita a vere e proprie comunità di resistenza: reti di mutuo aiuto, giornalismo carcerario (scopriamo che molti detenuti si offrono volontari per scrivere sui fogli dei penitenziari), classi di studio del diritto gestite dai detenuti, e campagne legislative organizzate dall’interno.

L’autobiografia “The Jailhouse Lawyer” è uno spaccato dell’America, verrebbe da dire dell’America di Trump ma sarebbe troppo facile, perché tutto è cominciato nel 1982, e a quell’epoca Donald Trump era lontanissimo dalla Casa Bianca e ben poche colpe gli si potevano attribuire. In quel lontano 1982 Duncan aveva 19 anni, viveva a New Orleans, e fu arrestato per rapina e omicidio. Vere prove a suo carico non c’erano, sarebbe bastato un avvocato decente per scagionarlo, ma un avvocato decente non si trovò, e Calvin Duncan fu condannato all’ergastolo.

Una storia di caduta e di riscatto - Rinchiuso nel Penitenziario Statale di Angola (in Louisiana) durante la prigionia studiò legge, sperando di poter presentare ricorso. Nel frattempo, divenne avvocato carcerario, come parte del Programma di Sostituto dell’Avvocato dei Detenuti, una figura ufficiale nel Penitenziario Statale di Angola.

“Gli avvocati carcerari - spiega - forniscono assistenza legale a coloro che non possono permettersene uno”; uno vero, si intende. Ma lui in quel ruolo risultò bravo. Duncan ha lavorato su centinaia di casi mentre era in prigione. Nel 2011 Duncan è stato rilasciato. Ora a New Orleans è fondatore e direttore del programma Light of Justice, che si occupa di assistere legalmente i detenuti. Ovviamente “The Jailhouse Lawyer” mostra la forte influenza che il fattore razziale esercita sul sistema giudiziario e carcerario americano, ma questa è solo una delle varie chiavi di lettura.