di Antonella Cilento
La Repubblica, 9 febbraio 2025
Lo spazio del carcere è un topos frequentatissimo dalla nostra letteratura: se penso a un libro prezioso di venti anni fa, “Luoghi della letteratura italiana” di Giorgio Anselmi, dove si osservavano, fra le altre, le ricorrenze romanzesche di banca, chiesa, fabbrica, mi rendo conto che se il carcere è certo stato un protagonista di sempre, da Dumas a Silvio Pellico, oggi ha assunto nell’immaginario collettivo un peso diverso. Da luogo della vendetta, dell’ingiustizia, si è mutato in luogo del rispecchiamento dei destini, specie nella scrittura delle donne.
Penso al recentissimo “Pucundria”, di Maria Rosaria Selo (Marotta e Cafiero), che ambienta nel carcere femminile di Pozzuoli, drammaticamente chiuso a maggio del 2024 a seguito dell’intensificarsi del bradisismo, l’avventura speculare di Teresa, agente cinquantenne che ha avuto una figlia da un uomo violento, che per poco non ha ucciso e scomparso da vent’anni, e di Anna, che invece il maschio violento l’ha ammazzato e per questo è detenuta. Al bivio, le scelte si sono divise ma Teresa non riesce a considerare Anna una vera colpevole e così tenta d’aiutarla (come in verità fa con ogni donna, dentro e fuori dal carcere) a realizzare un suo talento, l’arte della profumeria. In anni recenti il tema e il luogo erano anche in “Non smetto di aver freddo” di Emilia Bersabea Cirillo (L’Iguana), dove Dorina e Angela, antiche compagne di orfanotrofio, si ritrovano adulte in un carcere irpino, una in qualità di cuoca per le detenute, l’altra a scontare una lunga pena. Così pure in “Almarina” (Einaudi) di Valeria Parrella il fondale era il carcere minorile di Nisida, dove a incontrarsi erano una professoressa vedova e cinquantenne, Elisabetta, e una giovanissima detenuta rumena, Almarina.
Al netto, insomma, di “Mare fuori” e delle derive soap e melodrammatiche del carcere, fondale crime alternativo ai medical in cui si rinnova il feuilletton odierno, al netto di gioielli cinematografici e teatrali come “Scugnizzi”, il carcere è ormai lo spazio dove le donne si incontrano e si guardano allo specchio.
Maria Rosaria Selo aveva già adottato la fabbrica e le lotte sindacali (l’Italsider di Bagnoli) come scena delle sue personagge (un romanzo in stato di grazia intitolato “Vincenzina ora lo sa”, Rizzoli), e si muove di nuovo in uno spazio sociale per inscenare il suo dramma: il carcere di Pozzuoli è un fondale straziante, la bellezza irraggiungibile ma visibile dei Campi Flegrei, non meno terribile di quella negata di Nisida e del suo golfo, dove insistono tanto il carcere minorile quanto i resti dell’acciaieria di Bagnoli, è una protagonista. E ci sono anche Castel Volturno, la comunità africana, i padri Comboniani, le illusioni vacanziero-edilizie di decenni lontani trasformate in ghetto, la spiaggia di Ischitella, la Domiziana con le sue stragi. Si avverte l’intensità emotiva, in questo romanzo, dell’esperienza sul campo nel carcere dell’autrice e l’amore sfrenato per Pozzuoli (“il cielo di Pozzuoli mi accompagna e mi consola”): Maria Rosaria Selo ha firmato un atto d’amore, l’ennesimo, per una terra che genera la sua scrittura.
“La pagina bianca è zona franca, è il luogo dove si adagia l’altro da sé, è uno specchio interno”, osserva Teresa spiando il laboratorio di scrittura delle detenute. E il coro dei drammi delle donne che il romanzo raccoglie, una rosa fatta di molti petali, a ognuna la sua pena, ci accompagna come un vero coro greco, pagina dopo pagina. Teresa lotta per il profumo di Anna, un profumo di donna che si avverte a ogni capitolo: “Mi metto paura di essere felice”, dice una delle molte anime di questo romanzo. E con questo è detto ciò che tante donne d’ogni età ancora provano, ciascuna nel suo personale carcere, non sempre chiuso da sbarre.











