di Vincenzo Pellico
La Repubblica, 17 agosto 2026
Dopo oltre due anni dalla sentenza della Corte Costituzionale, negli istituti penitenziari pugliesi, sovraffollamento, burocrazia e resistenze culturali bloccano l’avvio di colloqui intimi tra partner. Le conseguenze non colpiscono soltanto la sfera sessuale. Non c’è spazio per l’affettività nelle carceri pugliesi. Letteralmente. Nel senso che gli ambienti che dovrebbero permetterla non ci sono, e quando esistono manca il personale per gestirli, e quando c’è il personale mancano i fondi per attrezzarli. Tant’è che spesso a mancare sono pure le richieste stesse: assai diffuso, fra i detenuti, sarebbe il senso di impotenza rispetto a un diritto che vedono come irrealizzabile. È una catena di impossibilità che si chiude su sé stessa. Tenendo fuori ciò che la Corte Costituzionale ha riconosciuto, ormai più di un anno fa, come una facoltà fondamentale: quella dei detenuti di vivere momenti di intimità con i propri partner e familiari all’interno degli istituti di pena.
Piero Rossi, Garante regionale dei detenuti della Puglia, ha percorso uno per uno tutti gli undici istituti di pena della regione. Identico il risultato: le cosiddette “stanze dell’amore” - gli spazi destinati agli incontri riservati tra detenuti e partner o familiari - restano, nella maggior parte degli istituti pugliesi, un’ipotesi sulla carta. “Soltanto nel caso di Trani abbiamo riscontrato una qualche idoneità degli spazi - dice Rossi - Nelle altre strutture le difficoltà sono innanzitutto fisiche e architettoniche. Non si tratta soltanto di volontà: è una questione di strutture che non sono state pensate per questo”.
Ma c’è un ostacolo ulteriore. E meno visibile, che Rossi ha trovato nel lavoro di ascolto diretto con i detenuti: la diffidenza di chi è dentro. “Quando li interpelliamo sull’argomento c’è molta reticenza, come se ci fosse un pregiudizio interiorizzato. La prima reazione è quasi sempre: “Devo far venire qui mia moglie?” Ci siamo sforzati di far capire che non si tratta soltanto di una questione sessuale”. Una diffidenza perlopiù culturale, che nasce - anche - dall’inconsuetudine, come uno stigma verso qualcosa che non è mai stato praticato.
È esattamente questo il nodo che la Corte Costituzionale ha voluto sciogliere con la sentenza numero 10 del gennaio 2024, una pronuncia storica che ha dichiarato illegittimo il divieto assoluto di colloqui intimi nelle carceri italiane. La Corte è stata esplicita: la sessualità è uno degli essenziali modi di espressione della persona umana, ma l’affettività è qualcosa di più largo. Significa il diritto di abbracciare il proprio figlio senza un agente a guardare, di stare vicino alla propria madre senza che il tempo sia scandito da un orologio e da uno sguardo di sorveglianza. Non una concessione. Un diritto. E non programmatico, non un invito al legislatore a provvedere prima o poi: la Corte lo ha dichiarato già esistente, dando per scontato che quegli spazi debbano esserci.
A Bari, però, quegli spazi non ci sono, e non ci sono nemmeno le condizioni per immaginare di ricavarli nell’immediato. Luigi Pannarale, Garante dei detenuti del Comune, usa toni netti: “Siamo all’anno zero”. Non è di fatto solo una questione logistica. Pannarale sposta il ragionamento sul piano dei significati, su quello che la privazione dell’affettività produce davvero. “Questo diritto viene continuamente ridotto alla sessualità, mentre è tante altre cose: il rapporto con un figlio, con una madre, con il proprio cane. Privare un detenuto di tutto questo non significa soltanto colpire lui: significa colpire anche chi sta fuori, un bambino che non può vedere il padre, persone che soffrono quanto chi è rinchiuso”.
E prima ancora di tutto, osserva, c’è un dato che condiziona ogni discorso possibile: il sovraffollamento. “In Puglia viaggiamo mediamente intorno al 180 per cento - spiega - e questo finisce per travolgere tutto il resto. Quando gli spazi sono già saturi per le esigenze ordinarie, diventa impensabile ricavarne di nuovi per funzioni diverse. Il sovraffollamento non è un problema tra gli altri: è quello che comanda tutti gli altri, e li rende di fatto irrisolvibili”. E c’è un nesso diretto, secondo il garante, fra questa privazione e i fenomeni più drammatici che si registrano nelle carceri. “La mancanza di affettività spinge all’autolesionismo, al suicidio, a fenomeni che ci fanno gridare allo scandalo. Una serie di problemi enormi potrebbe essere alleviata proprio da qualcosa che appare secondario: il permesso di stare vicini a chi si ama”.
La Corte Costituzionale lo aveva scritto con chiarezza nella sua sentenza: la compressione del diritto all’affettività si riversa necessariamente anche sui partner e sui familiari dei detenuti, costretti a subire, pur senza avere colpa alcuna, restrizioni prolungate e irragionevoli. Il carcere, in altre parole, non punisce solo chi è dentro. Punisce anche chi aspetta fuori. L’inadempienza, conclude Pannarale senza mezzi termini, è dell’amministrazione penitenziaria, e dunque della politica. Chi volesse potrebbe già oggi presentare ricorso per violazione di un diritto formalmente riconosciuto. Per ora non lo fa quasi nessuno, anche perché - come osserva Rossi - non c’è una resistenza ideologica da parte delle direzioni degli istituti.
In un incontro avuto con il direttore del carcere di Bari, racconta Pannarale, la questione relativa alla realizzazione di spazi da adibire a stanze dell’affettività è stata ulteriormente sollevata. “Il problema è quasi esclusivamente organizzativo e di risorse - spiega - Dove esiste una rete di associazionismo che collabora con le direzioni si riesce a ragionare. Se gli spazi ci fossero - conclude - le richieste dei detenuti sarebbero molte di più”.
Richieste che, in ogni caso, non mancano. Anzi. Emergono nelle visite, nei colloqui, nelle segnalazioni agli operatori. Maria Pia Scarciglia, referente di Antigone Puglia, porta lo sguardo di chi entra negli istituti e raccoglie le voci dall’interno. “Ogni volta che visitiamo un carcere pugliese chiediamo al direttore se si stanno attrezzando per i colloqui intimi. La risposta è sempre la stessa: no, per mancanza di fondi e di spazi”. Il caso di Trani, unico punto di relativa idoneità strutturale, si rivela anch’esso un’occasione mancata. “La stanza era stata adibita, era anche attrezzata. Ma manca il personale per gestirla. L’amministrazione penitenziaria non dà le risorse per fare quello che la Corte Costituzionale ha istituito”.
C’è anche un discorso di collocazione: le stanze, per funzionare, dovrebbero essere allocate nei pressi degli spazi dove avvengono i colloqui fra detenuti e familiari. Ma, per come sono concepite oggi le strutture penitenziarie, queste premesse semplicemente non esistono, mancando anche, fra l’altro, le connessioni funzionali fra gli ambienti. Scarciglia porta anche la voce dei detenuti, raccolta nelle visite di Antigone. “Loro chiedono più colloqui, chiedono di vedere più spesso la famiglia. Non è una rivendicazione astratta: è un bisogno elementare”. E ricorda quale sia, almeno sulla carta, la funzione del carcere: “Restituire ai detenuti la possibilità di coltivare relazioni affettive significherebbe restituire alla società, dopo il tempo della pena, persone più integre e più responsabili”. Per ora, in Puglia, quella restituzione non è ancora cominciata.










