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di Maria Teresa Caputo

altalex.com, 18 agosto 2025

Intervista al dott. Piero Rossi, Garante per la Puglia delle persone private della libertà personale: “Ancora una volta il Governo ha dimostrato di dar vita a delle azioni intempestive nel senso che questa è una politica di annuncismo. Si sposta l’orizzonte sempre in avanti senza trovare una soluzione ma semplicemente prevedendo una pianificazione per un risultato che potrà arrivare tra due o tre anni. C’è una Commissione di costruzione carceraria che continua a non dare risultati. Per risolvere il problema del sovraffollamento, si pensò prima alle caserme poi ai container, che non sono mai arrivati. Si continuano a fare riunioni ma non si comprende quale sia il dies a quo, quando cioè avranno avvio le prospettate misure e il dies a quem, quando cioè arriveranno i risultati. Non si sa niente e, nel frattempo, la gente continua a morire in carcere”.

Dott. Rossi, cosa ne pensa delle misure approvate in questi giorni dal Governo?

“Siamo consapevoli che non c’è un rapporto diretto tra detenzione e suicidi ma, in tutti i casi, c’è una stretta correlazione. Il Governo parla di un carcere che va bene così e al quale occorre apportare solo dei correttivi ma, in realtà, il carcere non va bene così e la migliore delle soluzioni sarebbe quella di evitare l’ulteriore ingresso in carcere ove evitabile. Si consideri che stanno proliferando nuovi reati per i quali la risposta è il carcere. Inoltre, occorre far uscire immediatamente tutti quei detenuti la cui rimessione in libertà non rappresenta un pericolo sociale perché hanno scontato gran parte della pena e perché magari hanno commesso reati minori. Sono questi i casi in cui dovrebbero intraprendersi percorsi differenti come ad esempio interpellare il Servizio Sanitario nazionale, in presenza di riscontrati problemi psicologici che possono poi sfociare in problemi psichiatrici”.

Ritiene pertanto che il Governo abbia una visione carcerocentrica?

“Sembra che il Governo giri intorno ad un tema fortemente ideologizzato restando il carcere centrale nella sua prospettiva e che tutto il resto debba essere piegato funzionalmente a sostenere tale idea inscalfibile. Eppure, i suicidi in carcere sono un fatto eclatante, mostruoso, che deve indurre ad intervenire tempestivamente.

Non possiamo permetterci il lusso di aspettare grandi manovre; occorre intervenire subito, anche correndo dei rischi. Rinchiudere in carcere i detenuti con l’idea di buttare la chiave non va bene perché non si può pensare di essere giustizialisti a tutti i costi ritenendo che la priorità debba essere quella di salvare l’onore, mantenendo la promessa di assicurare il carcere, nell’ottica di una maggiore sicurezza anche perché il sovraffollamento delle carceri significa invece minore sicurezza. Non si tratta solo di una questione di comfort abitativo ma anche di minore sicurezza sia per prevenire rivolte, sia per la salute perché se un detenuto sta male il personale penitenziario che risulta essere insufficiente non fa in tempo neanche ad aprire la cella per prestare il primo soccorso. Il sovraffollamento, inoltre, comporta anche la difficoltà per l’equipe di osservare tutti i detenuti per poi consegnare alla magistratura di sorveglianza le osservazioni e questa a sua volta non fa in tempo a gestire le pratiche perché magari nel frattempo i detenuti sono usciti scontando interamente la pena”.

Ritiene che sia corretto considerare i detenuti tossicodipendenti come persone da curare piuttosto che come criminali da punire?

“Siamo tutti d’accordo sul dover considerare i detenuti tossicodipendenti persone da curare. Il problema è la realizzabilità in concreto della misura prospettata dal Governo perché, come più volte chiarito dalla Corte dei Conti, occorrerebbe, prima di dar vita ad iniziative di tale natura, disporre delle risorse finanziarie e stringere accordi con le strutture che dovranno accogliere i predetti detenuti. Il problema della fuoriuscita dei tossicodipendenti dal sistema penitenziario è cosa ben diversa dal prevenire l’ingresso nel circuito penale in quanto non tutte le comunità terapeutiche sono pronte ed attrezzate a dar vita ad alleanze terapeutiche con persone che, in realtà, non vi aderiscono spontaneamente ma per motivi utilitaristici. Ne consegue che non tutte le comunità aderiranno. A tanto si aggiunga che occorrerà verificare che vi siano posti disponibili e non dimentichiamo che sarà necessario stabilire un rapporto contrattuale con i gestori di tali strutture. Un ulteriore problema, legato alla annunciata detenzione differenziata, concerne la condizione imprescindibile per potervi accedere e cioè la correlazione tra la tossicodipendenza e il reato commesso. Sorgeranno inevitabilmente contrasti interpretativi in merito a quali reati potranno dirsi correlati e questo potrebbe indurre a sollevare eccezioni di incostituzionalità”.

In merito alla liberazione anticipata, come si pone questa in relazione alla comminata condanna?

“Liberazione anticipata non significa delegittimare i giudici che li hanno condannati. Il processo ha un inizio, prosegue con i tre gradi di giudizio e, nel giudizio di esecuzione, quando la clessidra si rovescia, si inizia a verificare, dopo che si è fatto di tutto per metterli dentro, quali sono le questioni possibili e attivabili in termini di benefici per farli uscire. Liberazione anticipata non significa tradire il pensiero costituzionale per il quale chi commette un reato deve scontare la pena ma significa che tutto quello che ha a che fare con il processo d’esecuzione è strutturale rispetto alla certezza della pena e che alla comminazione di quest’ultima deve seguire un lento e progressivo reinserimento in società del detenuto attraverso anche sistemi premiali”.

Qual è la situazione negli Istituti penitenziari della Puglia?

“In Puglia si riscontra la percentuale più elevata d’Italia e d’Europa in termine di sovraffollamento. Servono più agenti. Anche se negli anni ci sono stati ingressi di nuovi agenti grazie a concorsi, il numero di questi continua ad essere insufficiente e non soltanto per fronteggiare eventi critici ma anche per assicurare i diritti dei detenuti quali il diritto allo studio o alla salute. Non dimentichiamo infatti che l’agente di polizia penitenziaria da solo è già un presidio trattamentale in grado di prevenire i sucidi e contenere eventi critici di varia natura”.