di Vincenzo Pellico
La Repubblica, 21 giugno 2026
Sono circa 50 fra gli undici istituti di pena che sono sparsi per la regione. C’è chi parte da zero, ma anche chi sceglie di proseguire gli studi dopo averli interrotti nel passaggio dallo stato di libertà a quello detentivo. È Lecce il modello più virtuoso, con 23 iscritti. Studiano sociologia, giurisprudenza, criminologia, scienze politiche. Ma anche filosofia, psicologia e scienze motorie. E in numero sempre maggiore: i detenuti nelle carceri pugliesi iscritti all’università non sono mai stati così tanti. Una cinquantina, complessivamente, fra gli undici istituti di pena che sono sparsi per la regione. C’è chi parte da zero, ma anche chi sceglie di proseguire gli studi dopo averli interrotti nel passaggio dallo stato di libertà a quello detentivo.
È Lecce il modello più virtuoso, con 23 iscritti all’università. In sette, nell’ultimo anno, si sono anche laureati. Più indietro Bari, dove gli studenti sono una decina. È su questo terreno, fatto di numeri ancora piccoli ma in crescita, che arriva un accordo che punta a dargli struttura. L’hanno firmato l’assessora regionale alla Cultura Silvia Miglietta, il provveditore dell’amministrazione penitenziaria Pierpaolo D’Andria, i rettori dei cinque atenei pugliesi e il garante regionale dei detenuti Piero Rossi.
L’obiettivo è semplificare le procedure di iscrizione, esonerare in tutto o in parte dalla tassa regionale per il diritto allo studio ed estendere l’e-learning anche dentro gli istituti di pena. “L’università - spiega il garante Rossi - deve fare un passo decisivo verso le carceri. E non soltanto sotto il profilo didattico: serve sgravare l’amministrazione penitenziaria da incombenze burocratiche che ostacolano, di fatto, l’accesso agli studi dei detenuti”. Al cui fianco ci saranno nuovi studenti e dottorandi delle università pugliesi. Faranno loro da tutor, sostenendoli negli studi. Figure che troppo spesso sono mancate ai detenuti universitari: “Intercettiamo tante lamentele - fa il punto Maria Pia Scarciglia, referente pugliese dell’associazione Antigone - perché i tutor messi a disposizione dalle università sono insufficienti rispetto alle esigenze degli studenti, che non riescono ad avere con loro un contatto adeguato”.
C’è dell’altro. E ha a che fare con la più annosa delle questioni carcerarie, il sovraffollamento. Che significa pochi spazi per tutto, anche per studiare: “Gli studenti non hanno accesso quotidiano alle biblioteche - osserva Scarciglia - Le salette di socialità, già insufficienti, diventano l’unica alternativa possibile, ma inadeguata”. Un problema che in Puglia si fa sentire più che altrove: la regione resta indietro rispetto a realtà come Toscana, Emili Romagna e Piemonte, dove i poli universitari penitenziari hanno una tradizione più consolidata e numeri di iscritti decisamente più alti. Colpisce, tra le facoltà scelte dai detenuti studenti, la prevalenza di percorsi legati al diritto - giurisprudenza la più scelta - e alle scienze sociali. “Non è un caso - aggiunge Scarciglia - L’affinità con percorsi giuridici nasce dal bisogno di comprendere meglio la propria condizione, le proprie vicende processuali. Lo studio significa consapevolezza. E la consapevolezza abbatte la recidiva”.










