di Valentina Farina*
brindisireport.it, 7 gennaio 2026
La condizione dei detenuti in Puglia, come nel resto d’Italia, è caratterizzata da un forte sovraffollamento carcerario. Dati statistici dell’amministrazione penitenziaria rilevano al 30 novembre 2025 una presenza negli undici istituti pugliesi di 4.601 persone detenute (di cui 200 donne e 506 stranieri) a fronte di una capienza di 2.945 unità. Il problema del sovraffollamento investe anche le strutture penali minorili, conseguenza dell’applicazione del “Decreto Caivano”, a cui si aggiungono problemi legati a carenze strutturali e di sicurezza e mancanza di personale - a seguito anche dei continui tagli economici effettuati in questi anni dai vari governi che si sono nel tempo succeduti, con una ricaduta significativa sul processo di rieducazione e di reinserimento sociale dei ragazzi detenuti, costretti a vivere “il tempo vuoto della detenzione” e a partecipare a limitate attività scolastiche, formative, sportive, ricreative ed educative.
Nel 2025 l’Ipm di Bari ha dovuto gestire anche eventi critici come l’evasione e gli atti di autolesionismo di alcuni ragazzi, tanto che si è reso necessaria la riapertura dell’Ipm di Lecce per ospitare i ragazzi provenienti da Bari e da altre regioni italiane. Un dato allarmante riguarda l’incremento dei suicidi in carcere: su 238 persone decedute a livello nazionale 79 si sono suicidate, di cui 5 in Puglia, conseguenza di un sistema al collasso che non riesce a tutelare la vita e la dignità delle persone ristrette. Notizia di questi giorni è il terzo suicidio dell’anno nel carcere di Lecce e l’allarme lanciato dai sindacati della Polizia Penitenziaria che denunciano strutture fatiscenti, carenza di personale e di spazi dedicati esclusivamente alla socialità, alla formazione e al lavoro.
Il sistema sanitario negli istituti penitenziari pugliesi è in affanno per carenza di personale medico e specialistico (in particolare psichiatrico), infermieristico e socio-sanitario necessario per garantire le prestazioni minime per la prevenzione, la diagnosi e, in generale, la tutela della salute.
L’Associazione Antigone ha rilevato la presenza negli istituti penitenziari dell’8,9 percento di persone detenute con diagnosi psichiatrica grave su 100 istituti visitati, spesso curati con psicofarmaci come strumento principale per il contenimento del disagio sociale anziché ricorrere a percorsi terapeutici e di supporto.
Non è facile scegliere le tante storie di solitudine e di emarginazione da raccontare, come non è facile affrontare con i familiari lo stato di sofferenza per il suicidio in carcere di un loro congiunto. Ogni cella racconta storie di sofferenza, di attese interminabili e di desiderio di socialità. Ogni vita dietro le sbarre merita la giusta attenzione e tutela per evitare scelte drastiche come il suicidio. Gli atti autolesionistici ci segnalano quanto sia urgente trasformare il carcere da luogo di sofferenza a luogo di rieducazione e responsabilità. I trasferimenti continui da un carcere all’altro rappresentano l’ennesima criticità di un sistema che non tiene conto della necessità di un detenuto di avere vicino l’affetto dei propri cari e di poter scontare la pena nel proprio territorio di appartenenza. La recente normativa sull’affettiva, inoltre, è in molti istituti ancora disattesa.
A questo scenario si aggiunge la recente circolare del 21 ottobre 2025 emanata dal Dap sulla centralizzazione delle attività di carattere educativo, culturale e ricreativo negli istituti penitenziari italiani che devono essere autorizzati non più dalla direzione del singolo istituto, ma dalla Direzione Generale del Dap di Roma. Questa scelta potrebbe creare un “effetto imbuto”, con ricadute importanti rispetto agli spazi dedicati agli incontri genitori - figli, a spettacoli, concerti, laboratori, gare sportive e progetti educativi, con un probabile allungamento dei tempi per la concessione dei relativi nulla-osta e un impatto significativo sulla qualità detentiva dei detenuti. Il timore è che questa stretta burocratica metta una pietra tombale alle iniziative di inclusione sociale.
Secondo gli operatori delle cooperative che lavorano da anni all’interno delle carceri, la circolare nasce dalla buona intenzione di dare un ordine al sistema, ma rischia di ignorare il lavoro quotidiano di chi sta in trincea - bloccando o rallentando i percorsi trattamentali, faticosamente costruiti nel tempo e spegnendo il dialogo tra la società esterna e i luoghi di detenzione.
Pertanto, si auspica che le autorità politiche e le istituzioni facciano un ulteriore sforzo per garantire la salvaguardia dei diritti e della dignità dei detenuti, mettendo in campo nuovi progetti che favoriscano concretamente il processo di cambiamento e di reinserimento sociale delle persone ristrette e maggiori interventi finalizzati al sostegno alla genitorialità per la continuità nella cura dei rapporti tra il detenuto/a e i figli.
*Garante dei detenuti della provincia di Brindisi










