di Gustavo Zagrebelsky
Il Fatto Quotidiano, 29 maggio 2022
Il carcere è prima di tutto segregazione. Alla sua base c’è l’idea implicita che la società sia l’effetto di due forze contrastanti, una forza di aggregazione e una di segregazione. L’aggregazione universale, l’agape fraterna estesa a tutti, può essere un nobile ideale, ma è un ideale utopico.
L’inclusione che non conosce esclusione genera anomia, violenza, disfacimento, alla fine dissoluzione del vincolo sociale. La socialità implica l’antisocialità. Tutti associati equivale a nessuna associazione. Affinché per alcuni vi sia convivenza, per altri deve esserci separazione, esclusione. Si può parlare di polarità di forze in equilibrio. L’una si appoggia all’altra.
C’è una figura universale che esprime questa tensione tra il dentro e il fuori, ed è il capro espiatorio, una figura della psicologia collettiva che si presenta in forme diverse ma svolge sempre la stessa funzione di tenuta, rassicurazione e autoassoluzione del gruppo sociale dalle proprie colpe attraverso la polarizzazione su di lui come unica vittima della violenza ch’esso cova endemicamente. È il polo negativo che rafforza quello positivo. La sua estromissione dalla vita comune allenta temporaneamente la tensione, fino a quando questa si ripropone e richiede di allentarsi in un qualcuno o qualcosa d’altro che ne incarni la funzione di equilibrio.
C’è un racconto biblico sorprendente, ricchissimo di simboli e di mimetismi, eccentrico rispetto alle altre narrazioni delle opere del Cristo. Esso nel modo migliore esemplifica la funzione del capro espiatorio che ci interessa in questo momento. È l’indemoniato geraseno, una specie di morto vivente che porta il nome di “legione perché siamo tanti”, la cui storia, inquietante sotto diversi aspetti, è raccontata nei tre Vangeli sinottici. Marco (5, 1-20) ci dà i maggiori dettagli. Sono stati oggetto di magistrale interpretazione da parte di Jean Starobinski e di René Girard.
“Legione” si chiama così perché in lui è rappresentato e concentrato l’insieme dei numerosi spiriti negativi che popolano la regione di Gerasa. La sua (o loro) esistenza non solo è tollerata dal popolo, ma è anche desiderata. La sua condizione era quella del reietto, ma di un reietto che veniva “custodito qui con noi”, come si provvede alla custodia di qualcuno di cui si ha bisogno. Dimorava tra i sepolcri, si aggirava nudo, senza posa, e nessuno lo teneva a bada quando era preso dal furore. Notte e giorno, tra i sepolcri e sui monti, gridava e si feriva con le pietre.
Incontrato Gesù, lo scongiurava non di essere guarito, ma di essere lasciato in pace, di essere abbandonato a se stesso. Al contrario degli altri miracolati che i Vangeli presentano come figure supplicanti d’un cambio di condizione (guarire, risuscitare, essere esorcizzati), egli era legato alla sua funzione: “Che cosa c’è tra me e te? Ti scongiuro per Dio di non tormentarmi”. Svolgeva un ruolo collettivo, pur nella sua singolare condizione di reietto: “Ed egli lo supplicò di non cacciarli fuori da quel paese”. Quando viene mondato (gli spiriti immondi trasferiti nei porci e i porci precipitati dal burrone nel mare), non mostra alcuna gratitudine né dà prova di alcuna conversione interiore, ma chiede di stare con Gesù, sotto la sua protezione, come se a quel punto avesse tradito il suo compito e fosse preso dalla paura di rimanere lì dov’era, con l’altra parte della popolazione. La quale, contrariamente a ciò che ci si potrebbe aspettare, non manifestò alcuna gratitudine verso il guaritore. Al contrario, ne fu costernata: quando vide l’uomo “vestito, sano di mente e nel pieno possesso delle sue facoltà”, cioè ricondotto alla normalità, “tutta la popolazione fu presa da spavento e chiese al Cristo di andarsene via da loro, perché avevano molta paura” (Lc 8, 35-37), come se fosse venuta meno una rassicurazione di cui avevano bisogno. L’indemoniato era segno di estrema segregazione dal mondo ordinato, ma serviva come rassicurazione! Era capro espiatorio del male del mondo ordinato.
Perché, parlando di carcere, s’è presentato questo racconto? Perché è facile vedervi una rappresentazione d’una realtà sociale avente una consistenza che va al di là di Gerasa, dell’indemoniato, degli spiriti impuri, dei porci e del loro suicidio collettivo, eccetera, e che ci riguarda in quanto parla della funzione sociale della segregazione. Il Cristo vuole la conciliazione integrale, ma la società degli onesti non la vuole. Il carcere è nato, più che come sanzione, come pulizia della società dai suoi scarti: poveri, vagabondi, mendicanti, sbandati, irregolari d’ogni genere, da offrire in sacrificio all’ordine sociale.
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Se noi chiedessimo a chicchessia che cos’è per lui la pena normale per chi commette delitti, la risposta certamente sarebbe: il carcere. È stato detto che il carcere appare oggi una realtà metafisica, sempre esistita e inevitabile: una dolorosa necessità. In effetti, tutti ragioniamo così. Il carcere è la naturale risposta, il naturale castigo che segue il delitto. È la regola; le misure alternative sono eccezioni.
Questo è il nostro fortissimo preconcetto. La Costituzione, tuttavia, non identifica la pena con il carcere, anche se le “restrizioni alla libertà personale” e la “carcerazione preventiva” dell’articolo 13 mostrano che, sullo sfondo, stava anche allora l’idea che la società non possa esistere senza appoggiarsi al carcere. Ma la pena carceraria non è certamente un istituto “costituzionalmente necessario”, né, per così dire, la “prima scelta” in materia di pene. È una possibilità giuridica alla quale si può attingere per necessità, una dolorosa necessità che s’impone a fronte dell’urgenza di difesa della convivenza civile, quando non esistono alternative. La finalità costituzionale della pena non è solo il castigo; è anche la rieducazione o, meglio, la socializzazione o risocializzazione del condannato. Quale che sia il rapporto tra punizione e recupero, e quali che siano le difficoltà di conciliare l’una con l’altro, una cosa è certa: il carcere di per sé e nella migliore delle ipotesi, quando cioè non è controproducente, non serve alla socializzazione. Tanto è vero che le pene alternative e sostitutive sono previste precisamente per il “recupero” del condannato alla società, impossibile nel regime carcerario, per quanto “umanizzato” esso possa diventare.
Ora, la relazione problematica (per non dir di più) che il carcere ha con la protezione della dignità umana e l’inconciliabilità di carcere e socializzazione, dovrebbero indurre quantomeno a rovesciare il rapporto regola-eccezione. Il carcere come regola dovrebbe cedere al carcere come eccezione, come extrema ratio (ed è proprio quanto proposto da questo libro di Manconi, Anastasia, Calderone e Resta).
Questo rovesciamento dovrebbe indurci a una riflessione e, anche, a un’opera di progettazione. Non ci appare stupefacente che in tanti secoli l’umanità, che ha fatto tanti progressi in tanti campi delle relazioni sociali, non sia riuscita a immaginare nulla di diverso da celle, gabbie, sbarre dietro le quali rinchiudere i propri simili come animali feroci? E non ci stupisce il fatto che, tutto sommato, la coscienza sociale sia quieta di fronte a questa realtà?










