di Grazia De Sensi
ascolta.news, 29 maggio 2026
Venerdì 22 maggio 2026, la mia sveglia suona presto. Alle 6:45 sono già sul primo treno in partenza da Milano, diretta a Padova. Nello zainetto ho libri, foulard, caricatori, cellulare, riviste, caramelle, beauty, agenda e penne, di tutto questo, solo agenda e penna entreranno con me nella Casa di Reclusione “Due Palazzi” di Padova. Il treno arriva puntuale nel caldo della stazione veneta, fermo al volo la navetta. Da lontano riconosco e Martina e Anna Claudia, compagne di viaggio dello scorso anno, anime affini che dedicano i loro studi alla giustizia riparativa.
Arrivate, raggiungo nella coda all’ingresso la giornalista e scrittrice (e tante altre cose) Silvia Giralucci, che anche quest’anno mi ha invitata alla Giornata nazionale di Studi organizzata da Ristretti Orizzonti. Insieme a lei c’è Angelica, la sua storia lo scorso anno mi aveva commosso, una testimonianza così potente che non vedo l’ora di poter ospitare nel mio podcast “L’ombra delle donne”.
Varcata la soglia del carcere per la giornata di studi “Punire i Giovani”, la prima persona che individuo è Ornella Favero, Direttrice di Ristretti Orizzonti. È lei la dea ex machina di tutto questo, e vederla lì, presente per i suoi ragazzi con sorrisi accoglienti, mi riempie commozione, la sua stoicità è d’ispirazione, sapendola presente nonostante il peso di un recente e delicato intervento. Inizialmente avevo pensato di scrivere solo un paio di interventi, ma mentre sfogliavo la mia agenda - un gesto decisamente vintage - ho capito che dovevo onorare ogni parola delle 18 pagine di appunti scritti a penna con una grafia sbilenca. In fondo, ognuno di loro ha lasciato una traccia profonda lo scorso venerdì, voglio ricordarla.
Nella palestra del penitenziario, mancano (e si sente) i ragazzi che, visto il tema delicato, mi dice la Giralucci, non potevano partecipare. Il locale ampio è comunque occupato da più di 500 persone tra educatori, giornalisti e detenuti. Maria Gabriella Lusi, Direttrice della Casa di Reclusione di Padova, apre i lavori con una verità assoluta: “Il dentro e il fuori è un unico sistema”. Le fa eco Massimo Parisi, Vice capo del DAP, evidenziando il disagio dei troppi detenuti con fine pena sotto i due anni e l’urgenza di un servizio strutturato per l’accompagnamento all’esterno (casa, terapia, lavoro) per contrastare i suicidi.
Che cosa stiamo davvero chiedendo ai ragazzi quando diciamo che vogliamo punirli? È con questa domanda che Adolfo Ceretti, professore ordinario di Criminologia presso l’Università Milano-Bicocca, apre la sua moderazione, provando a restare dentro la complessità, senza distogliere lo sguardo. Ha evocato due immagini durante i suoi interventi, la Frantumaglia di Elena Ferrante e una frase di Nietzsche: “Se guardi a lungo nell’abisso, anche l’abisso guarderà dentro di te.” Il tema della punizione minorile ha smesso di essere solo una questione giuridica, diventando un discorso sul vuoto, sulla paura, sulla rabbia.
“C’è qualcosa dentro i ragazzi che è rabbia”, ha detto Ceretti. Ma quella rabbia non è mai isolata, è intrecciata all’ansia, alla paura, alla convinzione che l’altro sia un nemico da temere. I reati minorili, nel complesso, non stanno aumentando in modo generalizzato, ma alcuni segnali sono preoccupanti, uno su tutto: l’incremento delle violenze sessuali nella fascia 18-25 anni e l’aumento dell’omicidio consumato. Il punto centrale è arrivato quando ha parlato del reato come tentativo disperato di esistere. “Torna la fatica di dare voce al vuoto interiore”, ha detto. “Il reato serve per dare spazio al minore per definirsi”.
Gli adulti, secondo Ceretti, dovrebbero investire nella “esplosione vitale di un ordine interiore.” Una definizione quasi poetica (pronunciata dentro un carcere!) perché ogni persona è esattamente questo: “una trama di significati”. E quando il flusso riflessivo si interrompe sotto il peso dell’ansia, l’azione rischia di diventare pura reazione. La domanda decisiva allora è una sola: che cosa voglio fare qui e ora? Ceretti chiedeva agli adulti uno sforzo difficile: smettere di pensare solo a come punire e ricominciare a domandarsi come ascoltare. Perché ci sono ragazzi che fanno cose terribili e contemporaneamente ci sono anche adulti che da troppo tempo hanno smesso di cercare le parole per raggiungerli.
Ornella Favero, direttrice della redazione di Ristretti Orizzonti, la descrive come molto più di una rivista. È uno spazio in cui i detenuti adulti siedono accanto ai più giovani e li aiutano a riflettere sulle “strade sbagliate”, lavorando soprattutto su qualcosa che in carcere sembra quasi un lusso: il valore delle relazioni. Intorno a quel tavolo si prova anche a immaginare “un modo nuovo per gestire le questioni disciplinari”, meno punitivo e più capace di produrre senso. Favero parla con chiarezza della fragilità della vita detenuta. “In carcere il poco è quel poco che si può perdere con facilità incredibile”, soprattutto quando arrivano i trasferimenti continui, che spezzano legami, interrompono percorsi, azzerano quello che si stava costruendo. E poi aggiunge qualcosa che colpisce: “Le istituzioni possono imparare a chiedere scusa.” Non è una concessione retorica. È una posizione precisa su cosa significa prendersi davvero la responsabilità di educare. Per lei è fondamentale mettere l’esperienza di chi “ha esperito il male” a disposizione dei ragazzi. Perché vite senza difficoltà non esistono, ma il senso profondo del lavoro educativo è uno solo: “far venir voglia di non rifare lo stesso errore.”
Salvatore aveva 14 anni quando è entrato per la prima volta nel carcere minorile di Nisida. Parla del peso del processo mediatico e della sua esposizione pubblica, definita da qualcuno un “modello Fiorello.” Ma il punto centrale del suo intervento è un altro: racconta di aver commesso reato “per essere riconosciuto.”
Raul porta una storia diversa, segnata fin dall’inizio da alcol, violenza domestica ed emarginazione. Lui e sua madre erano stati portati in comunità due volte, e per due volte lo Stato li aveva rimessi a vivere con il padre violento. A scuola si sentiva invisibile: “Non posso venire perché devo andare a prendere i calzini di mio padre.” Dentro quella frase c’è tutto. “Io volevo solo una famiglia normale”, dice. A 15 anni “lo schifo di vita” che viveva lo ha portato a bere e a rubare motorini. “Prendersi la vita che volevo. Se io sto soffrendo anche gli altri devono soffrire.” Da lì sono arrivate le estorsioni, poi le droghe, fino alla notte in cui il padre prese un coltello e Raul reagì, uccidendolo.
Don Claudio Burgio, fondatore dell’Associazione Kayrós e cappellano del carcere minorile Beccaria di Milano, è netto: i ragazzi non possono essere ridotti a etichette come “maranza”, “baby gang” o “mostri”: etichettare significa “semplificare” e spostare il problema invece di affrontarlo. La domanda vera è: “Perché lo fai?”. Dietro ci sono rabbia, solitudine, mancanze, soldi e il desiderio di “aiutare il genitore”. I giovani, dice, sono “analfabeti dal punto di vista sentimentale”: lasciati soli non riescono a gestire il “magma” interiore e nessuno ha insegnato loro a “fronteggiare il dolore”. Nel RAP trovano una narrazione reale di “emarginazione, solitudine e punizione”. Critica il Decreto Caivano, figlio della “paura”, chiedendo una giustizia “rieducativa e riparativa”, non “buonista” ma “con misericordia”. Racconta poi l’orrore di sezioni minorili dove ha calpestato “appiccicume di sangue” e visto ragazzi col cappio, chiedendosi: “Servono davvero le carceri minorili?”, perché non sono ambienti rieducativi. La sfida, dice, è restituire ai ragazzi luoghi dignitosi. Denuncia inoltre la mancanza di educatori nelle comunità e “l’oblio della responsabilità”. Poi cita Massimo Recalcati: una parola viene davvero “riconosciuta” solo quando viene “ascoltata”.
Mirko racconta di essere entrato in carcere per la prima volta a 14 anni. Stava anche per diventare padre. Ma è solo “quando ho varcato la porta del carcere” che dice di aver sentito davvero “la paura”.
Paolo Tartaglione, pedagogista e presidente della Cooperativa Arimo e della federazione CNCA, sostiene che in Italia si sta perdendo la cultura della giustizia minorile. I ragazzi che commettono reati, dice, spesso non sono interessati alla pena, ma semmai a “trofei e medaglie.” La vera sfida educativa è farli tornare ad avere fiducia negli adulti. “Se non ho davanti il futuro, nel presente posso vivere commettendo reati.” E al contrario: “Io non commetto reati nel presente se ho davanti un progetto di futuro.” Tartaglione riflette poi sulla differenza tra “pagare i propri reati o ripagare” e usa la metafora di una montagna da ottomila metri. La sfida è aiutare i ragazzi a scalarla, ma soprattutto fare in modo che “in cima ci sia qualcosa”, anche per chi ci arriva “in ciabatte.” Perché se il carcere non smette di essere un luogo dove si continua “a stare male”, finirà solo per generare altra violenza.
Leopoldo Grosso, psicologo, psicoterapeuta e presidente onorario del Gruppo Abele, il carcere ospita sempre più ragazzi tossicodipendenti fragili, incapaci di gestire l’astinenza. Spesso le figure di riferimento adulte vengono sostituite dagli stessi compagni di detenzione. I numeri che porta sono precisi: tra i 15 e i 17 anni il consumo riguarda il 35% dei giovani per l’alcol e il 18% per la cannabis, mentre il “grumo del consumo” di alcol, tabacco e cannabis coinvolge l’86% dei ragazzi e il 20% usa droghe pesanti. Grosso distingue tra consumo e dipendenza attraverso il rapporto “quantità per frequenza”: non è la sostanza in sé a definire il problema, ma la misura in cui entra nella vita. Fumare marijuana, osserva, non è più un gesto rivoluzionario ma una forma di “omologazione.” E la cocaina diventa la metafora di “prendere l’ascensore”: l’illusione di raggiungere rapidamente il piano della vita desiderata, evitando la fatica di salirci davvero.
Paola Brunese, presidente del Tribunale per i minorenni di Napoli, lancia dati precisi: i reati commessi dai minorenni sono in aumento e dall’inizio del 2020 si contano già 29 procedimenti per “terrorismo”. Una delle cause principali, osserva, è la “connessione a internet”: ragazzi costantemente in attesa di un like e sempre più vicini ad atteggiamenti da “giocatori d’azzardo.” E lancia un allarme concreto: i ragazzi “escono con i coltelli.” Brunese definisce “ridicolo celebrare processi ai bambini” e sostiene che non serva inasprire le pene, ma applicare bene quelle esistenti per costruire responsabilità. Aggiunge poi una riflessione che sposta il fuoco: un minore di 14 anni che commette un reato è spesso la “spia di una famiglia che ha bisogno d’aiuto.”
Ibra racconta un percorso fatto di spostamenti e fratture, da Vicenza a Parigi, alla ricerca di integrazione e accettazione. A 16 anni, dice, “mi sono ritrovato a spacciare in piazza.” In carcere però arriva anche la musica: “Facendo musica in carcere a Parigi ho trovato la mia musica, la mia ispirazione.” Un percorso che lo porta a raggiungere “mezzo milione di visualizzazioni.” Poi il crollo: “Mia madre muore ed io sballo completamente, mi sono infognato nelle droghe.” Durante l’incontro canta “Vi penso” insieme ai ragazzi del progetto teatro carcere.
Per Elton Kalica occorre “stare dalla parte dei maranza.” Una posizione che si intreccia con l’analisi di Gabriel Seroussi, giornalista freelance e autore del saggio sulla fobia dei “maranza”. “La periferia ci guarda con odio”, spiega Seroussi, raccontando come la figura del maranza nasca anche dallo sguardo esterno. “Il maranza è nello sguardo di chi guarda”: quello sguardo di sfida è spesso una risposta al modo in cui questi ragazzi vengono osservati e raccontati. Seroussi critica i media perché “fanno un calderone” e diffondono messaggi sbagliati. Nella sua analisi lega il fenomeno ai linguaggi della rap e della trap e osserva che il “maranza” concentra due delle categorie più temute in Italia: i giovani e le persone non bianche.
Alessandro Iembo ha 24 anni e racconta di essere passato anche dal carcere di massima sicurezza per traffico di droga. “Mi sentivo io la vittima”, dice. “Non pensavo che con il mio reato avevo procurato delle vittime, perché in fondo erano loro a scegliere di drogarsi.” Poi qualcosa cambia: “Gli incontri con le vittime reali mi hanno aperto gli occhi ed ho iniziato il mio percorso di recupero”.
Eraldo Affinati, scrittore, insegnante e fondatore della scuola Penny Wirton, parte da una convinzione precisa: i detenuti attraversano prima un processo di interiorizzazione della propria esperienza e solo dopo imparano a verbalizzarla. Senza la parola, dice, nessuno riuscirebbe a esprimere quel “grumo di emozioni” che si porta dentro: è attraverso la lingua che si riesce a dare senso a ciò che accade. Affinati racconta il lavoro svolto con Anna Lucia Lenzi, responsabile dell’Associazione Penny Wirton, dove l’italiano viene insegnato gratuitamente agli immigrati. Da qui nasce anche l’idea di formare detenuti italiani perché insegnino la lingua ai detenuti stranieri, trasformando la pena in relazione e responsabilità reciproca. Ricorda poi Mohammed, un ragazzo del Gambia che dopo aver imparato l’italiano lo invitò a conoscere sua madre. “L’Italia è un paese molto più bello di quello che si mostra in TV”, dice Affinati. Educare, per lui, significa offrire ai ragazzi una “bussola orientativa” per distinguere il vero dal falso, anche dentro sé stessi.
Per Matteo Lancini, psicoterapeuta, scrittore e presidente della Fondazione Minotauro, gli adulti parlano molto di ascolto, ma spesso cercano di liberarsi delle parti dei figli considerate disturbanti: paura, tristezza e rabbia. L’invito allora è imparare ad ascoltare davvero i figli, invece di ascoltare soltanto sé stessi. “Quando dite che i ragazzi sono superficiali, pensate a quante volte li avete zittiti”, afferma, proprio nel momento in cui stavano cercando di esprimere le loro emozioni. Lancini critica anche la continua drammatizzazione del quotidiano: “Se un bambino spinge una bambina, si crea subito un caso mediatico.” Una società che amplifica tutto ma che spesso non riesce più a distinguere il conflitto dalla violenza reale. Parla poi del ritiro sociale, definendolo l’equivalente contemporaneo dell’anoressia: un sintomo profondo del disagio adolescenziale di oggi. Uno dei passaggi più forti riguarda il corpo dei ragazzi, simbolicamente “sequestrato dalle App di localizzazione” usate dagli adulti. Allo stesso tempo, osserva, basta vedere un gruppo di adolescenti riuniti in piazza perché qualcuno chiami immediatamente i vigili. Il messaggio implicito è che il corpo adolescenziale, oggi, faccia paura. Lancini rifiuta le spiegazioni semplicistiche sulla violenza giovanile. Non sono trapper e videogiochi a generarla. I ragazzi crescono circondati da “adulti incompiuti” e dalle guerre. E ricorda che il gioco dovrebbe servire proprio a elaborare la rabbia, non a produrla. Poi arriva una provocazione netta: “Gli smartphone hanno rimbambito gli adulti.” Ma gli stessi adulti continuano a indicare internet e il cyberbullismo come gli unici problemi dei ragazzi, senza accorgersi che spesso le stesse chat dei genitori diventano luoghi di esclusione e bullismo. Secondo Lancini le nuove generazioni hanno soprattutto bisogno di essere viste. Ci sono ragazzi disposti a raccontare tutto, anche il proprio dolore più profondo. Il problema è che molto spesso gli adulti, invece di ascoltare, reagiscono arrabbiandosi o punendo. Per questo insiste sulla necessità di fare ai ragazzi “domande scomode”, senza sottrarsi alla loro sofferenza. Il rischio, avverte, è che una disperazione non ascoltata si trasformi inevitabilmente in gesto violento. Per questo invita a non “demonizzare la rete” e a non criminalizzare un’intera generazione. La vera sfida educativa è legittimare le emozioni e aiutare i ragazzi ad attraversarle senza vergogna.
Butungu racconta un lungo viaggio dal Congo all’Italia, attraversando il mare dopo l’uccisione del padre per motivi politici. Aveva solo 11 anni. Racconta di aver cercato di resistere soprattutto per sua sorella, che lo vedeva piangere e lo incoraggiava a non crollare. Arrivato in Italia si è trovato “molto solo” e racconta che la prima cosa imparata è stata “delinquere.” La sua riflessione finale resta una delle più forti: “Abbiamo sbagliato, ma noi non siamo sbagliati.”
Roberto Bezzi, responsabile dell’Area Educativa della Casa di Reclusione di Milano Bollate, mette in guardia da un rischio preciso: “predeterminare il destino di un ragazzo” troppo presto, già dalle schede di orientamento della terza media. Se ci si limita alla biografia di una persona, dice, quella persona resterà sempre ferma lì dove si trova. Per questo invita a guardare il carcere come una “vera città reale”, smettendo di raccontare soltanto gli aspetti problematici dei detenuti e iniziando a vedere anche le loro possibilità concrete. Bezzi riconosce però i limiti strutturali della funzione educativa del carcere e afferma con lucidità: “Se il carcere non può essere migliorativo, dobbiamo lavorare per non peggiorarlo.” Chiude con una riflessione sulla genitorialità detenuta: per un padre in carcere è quasi impossibile riuscire a essere davvero una risorsa per i propri figli.
L’ultima parte della giornata è dedicata al disturbo ADHD in carcere. Si parte dalla testimonianza di Mattia, padre detenuto con figli ADHD, e si conclude con l’intervento di Francesco Pompei, medico specialista in Psichiatria presso il Servizio Dipendenze dell’AULSS 6 di Padova. Mattia racconta la difficoltà vissuta da molti bambini con disturbo da deficit dell’attenzione nel sentirsi compresi e accolti, parlando anche delle chat WhatsApp come luoghi quotidiani di bullismo ed esclusione. Pompei richiama l’importanza della diagnosi precoce, perché consente “interventi e trattamenti specifici”, limitando l’impatto negativo sulla quotidianità. Per chi opera in carcere, aggiunge, è necessario affrontare il rapporto tra “ADHD e Disturbi da uso di Sostanze” con un approccio integrato e centrato sulla persona. Ascoltando tanti giovani detenuti, l’impressione è che molti abbiano una “storia di ADHD non diagnosticato e non trattato.”
Quando usciamo dal carcere, caldo e sole ci avvolgono. Sono intontita dalle parole, ho le ginocchia che urlano vendetta e così dopo i baci&abbracci&selfie, quando la navetta mi riporta in stazione decidono di andare a fare una passeggiata verso piazza del Santo, a cui ho sempre qualcosa da domandare. Soprattutto dopo una giornata come questa. In treno, mentre dormicchiavo cercando un profilo nitido nei riflessi del finestrino, ho vagamente realizzato che durante la giornata, quando un detenuto parlava, io pensavo a mio zio Franco. E lo pensavo così come era nelle ultime fotografie in tuta. Lui in carcere c’è stato, e di droga e reclusione è morto. Chissà cosa avrebbe detto oggi da quel leggio. Lui che negli anni ‘90, in carcere aveva imparato a cucinare e a dipingere.










