di Errico Novi
Il Dubbio, 28 maggio 2025
Della Lega l’ultima “figurina”: un odg che impegna (di nuovo) il Governo a studiare i rimedi androgenici. Si può usare un decreto come se fosse un “6x3” del primo Berlusconi? Certo che si può, e il testo che converte in legge il Dl sicurezza ne è la prova. Un provvedimento che più viziato dalla distorsione propagandistica non si potrebbe. Colpisce che a fronte di obiettivi così irrinunciabili, almeno per Fratelli d’Italia e Lega, la maggioranza di Giorgia Meloni abbia comunque dovuto far ricorso alla questione di fiducia. L’aula di Montecitorio l’ha votata ieri pomeriggio, con il sì di 201 deputati e 117 no.
Nella maratona finale, si è provveduto fino a mezzanotte a formalizzare i pareri del governo su qualcosa come 151 ordini del giorno collegati al provvedimento e in gran parte concepiti dalle opposizioni - il che dimostra come nessuno, fra i partiti, sia incolpevole - quali surrogati della propaganda più “diretta”, quella affidata dalla maggioranza alle norme vere e proprie. Stamattina, se tutto va bene, dovrebbe arrivare l’alzata di mano sugli stessi odg e poi domani il voto finale sull’intero testo. Dopodiché toccherà a Palazzo Madama, obbligato a pronunciarsi entro il 10 giugno (con un margine dunque ridottissimo, come sempre, per l’esame effettivo delle misure), pena la decadenza del decreto legge.
Si tratta di uno dei prodotti tecnicamente peggiori dell’intera legislatura. Perché contraddice i principi cardine del diritto penale, dalla tassatività all’astrattezza delle norme. C’è un’impressionante tendenza al pleonasmo giuridico: gran parte delle nuove fattispecie di reato e delle nuove aggravanti, si pensi a quella prevista per la minaccia a pubblico ufficiale “commessa al fine di impedire la realizzazione di un’opera pubblica o di una infrastruttura strategica”, è assolutamente superflua alla luce di quanto già sancito dal codice. Ma un conto è leggere sui quotidiani che qualcuno è stato condannato per la tradizionale resistenza a pubblico ufficiale, ben altra soddisfazione (chi s’accontenta gode) è, per un parlamentare, vedere applicata una nuova norma battezzata “No anti- Tav” o “No anti- Ponte”. Certo, già gli slogan affidati alle doppie negazioni dimostrano quanto sia scalcagnato il marketing politico di questo ennesimo (ne hanno sfornati governi di ogni epoca e colore politico) decreto sicurezza. Ma naturalmente non si tratta dell’aspetto peggiore.
Il peggio è che il testo partorito in queste ore dalla Camera dei deputati poteva essere anche più offensivo per lo Stato di diritto e il buonsenso, se Sergio Mattarella non avesse segnalato alla maggioranza l’irragionevolezza davvero insopportabile di alcune misure previste all’inizio, nel disegno di legge governativo che era stato pure già approvato a Montecitorio e che lo scorso 4 aprile il Consiglio dei ministri ha inglobato appunto nel decreto in via conversione. I passaggi- horror rimodulati su pressione del Colle riguardano le detenute madri, il diritto degli stranieri ad acquistare sim telefoniche e il reato di resistenza passiva. Il Capo dello Stato ha evitato il peggio. Ma la maggioranza ha comunque fatto tutto il possibile per infiocchettare una sequenza pazzesca di nuovi reati, 14, di nuove aggravanti, una decina, e di inasprimenti di pena. Un testo di 39 articoli in cui i contenuti davvero meritevoli di nuovo inquadramento normativo sembrano davvero pochi.
E poiché l’occasione per illudersi di incassare consenso a buon mercato era troppo ghiotta, anche il gran finale dedicato agli ordini del giorno ha avuto le sue chicche. La più clamorosa riguarda la castrazione chimica, auspicata dalla Lega. Il capogruppo del Carroccio in commissione Affari costituzionali Igor Iezzi ha ottenuto il parere favorevole del governo (rappresentato in Aula, d’altronde, sempre da un esponente salviniano, il sottosegretario all’Interno Nicola Molteni) sul testo che impegna lo stesso Esecutivo a “istituire quanto prima una commissione o un tavolo tecnico” in merito a “ipotesi di castrazione chimica su base volontaria destinata a chi commette reati sessuali”.
Tale organismo avrebbe, “nel rispetto dei princìpi costituzionali e sovranazionali, lo scopo di valutare, in caso di reati di violenza sessuale o altri gravi reati determinati da motivazioni sessuali, la possibilità per il condannato di aderire, con il suo consenso, a percorsi di assistenza sanitaria, di natura sia psichiatrica sia farmacologica, anche con eventuale trattamento di blocco androgenico mediante terapie con effetto temporaneo e reversibile, diretti a escludere il rischio di recidiva”. Al di là di ogni altra considerazione (non ultimo l’interesse piuttosto traversale che l’ipotesi riscuote), è il caso di notare come un ordine del giorno praticamente identico fosse stato già presentato, con contestuale “accoglimento”, sempre da Iezzi, nel novembre scorso, quando Montecitorio aveva approvato il disegno di legge poi trasformato in decreto un mese e mezzo fa. Non a caso, la “controparte”, cioè Molteni, ha dato parere favorevole a patto che l’odg fosse riformulato con l’integrazione “conformemente agli impegni già assunti”.
Ma tutto, davvero, fa brodo. Inclusa l’aggravante che scatterà quando il reato è commesso “all’interno o nelle immediate adiacenze delle stazioni ferroviarie o delle metropolitane o all’interno dei convogli adibiti al trasporto passeggeri”: difficile dire se il difetto è più nella scarsa tassatività, nella mancanza di astrattezza o nella inesistente genericità.
Tra gli inasprimenti di pena, spicca invece quello connesso al “danneggiamento in occasione di manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico qualora il fatto sia commesso con violenza alla persona o minaccia”: reato che, in base al testo, diventerà punibile con pena compresa fra un anno e mezzo e 5 anni di carcere. Ma i picchi riguardano i nuovi reati: dalla “occupazione arbitraria di immobile destinato a domicilio altrui” al “blocco stradale o ferroviario attuato mediante ostruzione fatta col proprio corpo” (qualcuno ha avuto l’improntitudine, o forse la perfidia, di semplificare il concetto in “norma anti- Gandhi”).
Poi c’è l’incredibile (alla luce del fiume di suicidi dietro le sbarre) delitto di “rivolta all’interno di un istituto penitenziario”. Fino alla neo-introdotta punibilità delle condotte che “impediscono il compimento degli atti dell’ufficio o del servizio necessari alla gestione dell’ordine e della sicurezza”. Sarebbe il reato di “resistenza passiva”. Fondo raschiato che più raschiato non si poteva.











