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di Vladimiro Zagrebelsky

La Stampa, 7 aprile 2022

Si lascia intendere che a effettuare l’arresto dello Zar debbano essere i giudici, ma Usa e Russia non hanno mai ratificato lo statuto della Corte internazionale.

Il procuratore della Corte penale internazionale, su richiesta di numerosi Stati, ha già aperto una indagine, che riguarda tutti i fatti avvenuti in Ucraina a partire dal 2014, dalla presa della Crimea. Sono oggetto della indagine numerosi episodi di crimini di guerra e crimini contro l’umanità, così come descritti dallo Statuto della Corte. In ambito nazionale ucraino altra indagine è condotta dalla procuratrice generale. In prospettiva potrebbe verificarsi il blocco del giudizio davanti alla Corte internazionale, poiché questa ha una competenza sussidiaria, che si manifesta solo se le autorità giudiziarie del Paese interessato non volessero o non potessero efficacemente agire. Dunque, per ora si tratta di accertare preliminarmente i fatti, in modo che il procuratore, sulla base di quanto acquisirà, possa chiedere formalmente alla Corte di essere autorizzato a condurre una indagine. Oggetto del giudizio della Corte internazionale non sarà la responsabilità di uno Stato per l’agire dei suoi agenti, ma si tratterà di portare delle persone fisiche al giudizio della Corte, con prove che ne indichino la responsabilità individuale per il singolo fatto criminoso, personalmente commesso o ordinato. Così avviene anche per la giustizia penale nazionale e in generale nei procedimenti a carattere giudiziario. Un giudizio che riguarda responsabilità individuali è particolarmente complesso, per le garanzie individuali che lo caratterizzano. Ciò spiega tra l’altro il fatto che sia prevista la partecipazione necessaria delle persone imputate al processo, che devono essere presenti (arrestate o libere). Le prove presentate al giudice, poi, devono riferirsi al singolo fatto e alla singola persona accusata di averlo commesso. Ciò talora potrebbe essere più facile con riferimento a chi esegue un ordine illegittimo (i soldati sulla strada), che per chi comanda, in una gerarchia che potrebbe finire fino al Cremlino. Una novità di questa guerra è la presenza ovunque dei telefoni cellulari. Essi fotografano, documentano, trasmettono ciò che avviene nelle strade, ma non quello che si svolge nei palazzi del potere.

Il processo sarà lungo e probabilmente sarà selettivo, nel senso che il procuratore sceglierà di procedere per i casi più gravi o per i quali ha potuto raccogliere prove sicure. Nel frattempo, la Corte penale internazionali sarà assente sul piano della informazione, cui ha diritto e urgenza l’opinione pubblica. Lo sarebbe anche una Corte specialmente istituita per giudicare i crimini che si commettono nel territorio ucraino. Sempre che a livello internazionale si scegliesse quella via (ma non dall’Onu, il cui Consiglio di sicurezza è bloccato dal veto russo e magari anche cinese). Difficilmente potrà essere soddisfatta la necessità grave e urgente di informazione, che aiuti a conoscere la verità e a contrastare la disinformazione rispetto a fatti tanto crudeli e selvaggi da rasentare l’incredibile che è proprio del disumano. Sarebbe invece indispensabile che indagini affidabili siano rapidamente compiute e che i risultati man mano raggiunti siano messi a disposizione. Infatti l’esito giudiziario, con tutte le sue garanzie e i suoi limiti, è utile, ma nel frattempo il giudizio politico e morale non può essere dilazionato. E se un simile giudizio è impedito in Russia, nell’Occidente libero c’è la possibilità di farsi una opinione, senza essere troppo gravemente vittime della battaglia informativa. E allora l’opera delle organizzazioni umanitarie internazionali sul terreno e di quelle non governative sarà preziosa. E quella delle giornaliste e dei giornalisti. Si può allora credere che l’opera del procuratore e poi della Corte penale internazionale, che è in corso, sia utile ed anzi necessaria, ma non può bastare.

L’insistenza da tante parti perché Putin sia processato per crimini di guerra e contro l’umanità o altro ancora, pur prospettabile secondo il diritto internazionale, appartiene principalmente alla retorica politica di guerra. Nessuno pare voler essere lasciato in secondo piano nelle dichiarazioni: non potendo ovviamente arrestarlo, fanno intendere che potrebbero e dovrebbero farlo i giudici. Meccanismo ben noto anche a livello nazionale: colpa dei giudici se non lo faranno. Ma la questione non si risolve con le parole. E lascia perplesso tanto improvviso affidamento ai giudici internazionali. Stati Uniti, Russia, Cina, India, Pakistan, Israele e numerosi altri Stati hanno rifiutato di ratificare il trattato istitutivo della Corte internazionale. Gli Stati Uniti (sotto Trump) erano arrivati a rifiutare il visto di ingresso alla allora procuratrice della Corte internazionale, che indagava su possibili crimini delle truppe americane in Afghanistan e hanno persino imposto sanzioni alla Corte internazionale. Così suscitando proteste vibranti da parte di diversi Stati europei “per l’attacco al cuore della Corte”. Gli Stati Uniti non ammettono che loro soldati possano essere giudicati dalla Corte, ovunque compiano le loro azioni. La Russia, dopo aver sottoscritto lo Statuto della Corte, ha rifiutato di ratificarlo quando la Corte ha iniziato a trattare dell’occupazione della Crimea. Che dire allora di certe difficoltà operative della Corte e del suo procuratore? Come stupirsene? Negli stessi giorni dell’eccidio di Bucha, 200 civili sono stati uccisi in Mali, ad opera probabile dell’esercito e dei miliziani russi del gruppo Wagner. Oscurato dalle vicende ucraine, quest’altro episodio ci ricorda come vasto e crudele sia il male nel mondo. La pace e la preminenza del diritto, che la Comunità internazionale aveva volute con l’istituzione delle Nazioni Unite nel dopoguerra e della Corte penale internazionale nel 1998 sono negate, anche quando vanamente proclamate. E lo sono anche dai governi più potenti. Prepotenti.