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di Patrizio Gonnella

Il Manifesto, 17 giugno 2026

L’urgenza delle ispezioni. La situazione indecente in cui versava il carcere fiorentino era da tanto tempo evidente a chiunque. Nessuno poteva negare di sapere, tanto meno al ministero della Giustizia o al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap). Sollicciano chiama Italia. La chiusura per via giudiziaria di ben sette reparti del carcere fiorentino di Sollicciano ha a che fare con il degrado del sistema penitenziario italiano nel suo complesso. Sollicciano è solo l’epifenomeno di un complesso carcerario che sempre più si propone come un apparato pseudo-militare decadente, nel quale le persone detenute sono disumanizzate fino al punto che esse stesse ritengono naturale vivere nell’acqua putrida e tra le cimici.

La situazione indecente in cui versava il carcere fiorentino era da tanto tempo evidente a chiunque. Nessuno poteva negare di sapere, tanto meno al ministero della Giustizia o al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap). D’altronde, bastava leggere le prime righe del rapporto di Antigone per capire che le condizioni strutturali dell’istituto fossero disastrose. O dare uno sguardo al comunicato di Magistratura democratica e Antigone del marzo 2025 nel quale era scritto che era difficile descrivere la condizione di degrado raggiunta dalla struttura. Oppure leggere l’atto con il quale il Tribunale di sorveglianza di Firenze, qualche mese addietro, riferendosi espressamente a Sollicciano, ha chiesto alla Corte costituzionale di giudicare se è accettabile che un detenuto viva in condizioni così disumane da compromettere la sua dignità. La Consulta deciderà a settembre. Vedremo se il governo si opporrà alle argomentazioni limpide della magistratura fiorentina.

Intanto il Dap è stato costretto a chiudere ben sette reparti, nonché trasferire in altri istituti duecentocinquanta detenuti, i quali ora passeranno dalla vita in sezioni putride alla vita in sezioni sovraffollate. Questo è il paradosso di una decisione presa senza rispettare fino in fondo il principio di legalità costituzionale che imporrebbe invece decisioni ben più drastiche, a partire dall’introduzione per via politica delle liste di attesa: se l’istituzione governativa non è in grado di assicurare una pena dignitosa è di conseguenza delegittimata a esercitare il potere di punire, per cui la persona deve scontare diversamente la sua sanzione.

Ancora una volta la colpevole inerzia di chi ha il potere di management delle carceri si va a scontrare con il ruolo di controllo della magistratura. Ed è proprio ai giudici che in conclusione ci rivolgiamo. A quelli di sorveglianza perché ispezionino le galere, come la legge consente loro, e investano le procure e le Asl dei loro poteri di accertamento. Vanno chiuse tutte le strutture carcerarie, se patogene e inabitabili. Si potrebbe partire dai reparti nuovi giunti e di transito delle galere metropolitane, luoghi infami dove la gente è lasciata sola in celle malsane. Non ci si deve meravigliare se proprio in quelle celle, o nei reparti di isolamento, i detenuti decidano di togliersi la vita. L’ennesimo suicidio c’è stato qualche giorno fa a Regina Coeli a Roma. Ci rivolgiamo anche alle Procure e ai Tribunali, perché sull’esempio fiorentino, oltre a chiudere ciò che va chiuso, si rifiutino di mandare in galera persone qualora non ci sia posto o se il posto è marcio. Un gruppo di associazioni ha chiesto al Dap di visitare il prossimo 14 luglio un gran numero di carceri in giro per l’Italia, coinvolgendo nelle delegazioni anche uomini delle istituzioni, della cultura, della società civile. Vedremo cosa dirà il ministero della Giustizia. Intanto ci auguriamo che nessun giornale dia più credito alle fandonie del nuovo piano di edilizia penitenziaria. Qua siete in buone mani. Il manifesto non lo ha mai fatto.