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di Alessandra Ricciardi


Italia Oggi, 8 gennaio 2021

 

Un governo di dilettanti", attacca Carlo Nordio, ex procuratore aggiunto di Venezia, protagonista di indagini storiche, da quelle sulle Brigate Rosse in Veneto a Tangentopoli, oggi editorialista. Mentre a Roma si litiga sul Conte ter ("sarebbe il colmo dell'assurdo"), a Bruxelles attendono il piano di riforme per i 209 miliardi del Recovery plan italiano: giustizia e pubblica amministrazione, i principali dossier.

"La giustizia nella bozza di riforme ancora una volta è stata trattata da Cenerentola... Eppure la mala giustizia ci costa 2 punti di Pil l'anno", spiega Nordio, che ha coordinato uno studio per la Ambrosetti House. La nuova prescrizione annunciata dal governo? "Doveva essere accompagnata da una riforma più globale volta alla riduzione dei tempi dei processi. Non se ne è fatto nulla". La digitalizzazione dei fascicoli e delle notifiche? "È ancora in alto mare, ma anche una volta che dovesse essere legge avrebbe lo stesso effetto di un'aspirina per curare il Covid". Quello che manca è un progetto complessivo, dice Nordio: revisione delle procedure e radicale depenalizzazione di molti reati. A partire dall'abuso di ufficio.

 

Domanda. A ormai quasi un anno dallo scoppio dell'epidemia, il Covid che effetti ha avuto sulla gestione della giustizia? Partiamo da quella penale.

Risposta. Come negli ospedali, non ha prodotto un blocco, ma un forte rallentamento. Le cause urgenti si celebrano ancora, detenuti e arrestati hanno sempre la precedenza. I dirigenti degli uffici sono in genere molto bravi, anche se da magistrati devono trasformarsi in manager, perché la gestione della sicurezza è una loro responsabilità.

 

D. E su quella civile?

R. La giustizia civile richiede meno immediatezza, le parti possono comunicare a distanza con il giudice e tra di loro, e in questo la telematica attenua le difficoltà determinate dall'isolamento. Ma purtroppo la giustizia civile era giù così fragile e malaticcia, che questa epidemia rischia di affossarla definitivamente. Abbiamo un organico vecchio, sottodimensionato rispetto al nuovo contenzioso e nemmeno del tutto coperto.

 

D. La carenza di organico non è colpa solo di questo governo. O no?

R. La carenza di organico ha molti padri: la carenza di risorse, che ha sempre visto la giustizia sacrificata nei bilanci, e solo oggi comprendiamo che è un motore essenziale per l'economia; poi la farraginosità burocratica, che rende eterne le procedure dei concorsi, cosicché se un aspirante magistrato inoltra oggi la domanda, e supera le prove, otterrà la toga fra tre o quattro anni; infine la stessa magistratura, restìa ad aumentare il numero dei togati.

 

D. Perché?

R. Per la ragion pura di non ridurre l'alta professionalità dei suoi componenti, che in effetti devono superare una durissima selezione. E per la ragion pratica che un'immissione cospicua di avvocati diluirebbe il corporativo potere correntizio, che lo scandalo Palamara ha messo in luce, anche se era conosciuto da tutti. Ma la colpa principale risiede nell'inerzia governativa e parlamentare. L'esempio più indecoroso è il seguente: una gran parte di processi, anche importanti, sia civili che penali, è oggi gestita dai Got, cioè dai giudici onorari presso i tribunali.

 

D. Chi sono i Got?

R. Sono avvocati bravi e preparati che devono, in pratica, rinunciare alla professione, perché non possono esercitare nello stesso foro dove svolgono funzioni giurisdizionali. Ebbene, questi ausiliari dei giudici di carriera, insostituibili per la tenuta del sistema, vengono pagati in modo irrisorio, e solo quando fanno udienza. Non hanno garanzie di stabilità né di trattamento previdenziale, anche se vengono per molti anni riconfermati nella carica, con una procedura che non sarebbe consentita a un privato imprenditore. Una recente sentenza del tribunale di Vicenza ha riconosciuto il loro diritto a una retribuzione corrispondente a quella dei togati. In effetti lo Stato li sfrutta con un trattamento indegno, che sta giustamente suscitando proteste. Se questi Got smettessero di lavorare, la giustizia collasserebbe definitivamente. Ecco, questa è un'urgenza da affrontare subito.

 

D. Che fine hanno fatto le riforme annunciate dal governo Conte, dalla prescrizione alla digitalizzazione delle notifiche?

R. Qui il discorso è amaro. La funesta mini riforma della prescrizione doveva essere accompagnata da una più globale volta alla riduzione dei tempi dei processi. Non se ne è fatto nulla. Esiste un progetto in discussione in parlamento che prevede alcune buone novità, come la digitalizzazione dei fascicoli e delle notifiche, e alcuni limiti alle impugnazioni. Ma a parte che è ancora in alto mare, ha lo stesso effetto di un'aspirina per curare il Covid. Non è certo la completa revisione della procedura e neppure la radicale depenalizzazione, che costituirebbero le uniche medicine per rendere la giustizia penale più efficiente.

 

D. Quanto ci costa la malagiustizia?

R. Qui distinguiamo. La formulazione di reati evanescenti, come l'abuso di ufficio e il traffico di influenze ci costa enormemente perché paralizza l'attività amministrativa. Ormai nessuno firma più nulla per timore di finire indagato, con le spese e le conseguenze note a tutti, anche in caso di assoluzione. Quanto alla corruzione, essa riduce e scoraggia gli investimenti, diminuisce le entrate statali e aumenta le disuguaglianze nella popolazione, perché inceppa i meccanismi di redistribuzione e di welfare. Ma i danni maggiori derivano dal crisi della giustizia civile, perché impatta sui costi delle imprese, sull'allocazione e sul costo del credito, e più in generale sulla certezza dei rapporti contrattuali. Uno studio della Ambrosetti House, che ho avuto l'onore di coordinare con altri tecnici, quantifica la perdita in circa il due per cento del Pil. Decine di miliardi di euro l'anno.

 

D. Dove metterebbe le mani?

R. Il processo penale è ormai un'arlecchinata, perché è stato modificato così tanto da renderlo incompatibile con la sua struttura originaria. Ne occorre uno nuovo, possibilmente coerente con il sistema accusatorio che aveva ispirato il codice Vassalli del 1988. Per la giustizia civile, dopo mille tentativi falliti, il rimedio è semplice: copiamo i sistemi che funzionano, magari quello tedesco. Non c'è nulla da vergognarsi, anche loro hanno copiato, a suo tempo, il diritto romano.

 

D. Tra le riforme che il governo deve presentare per accedere ai 209 miliardi del Recovery plan c'è appunto la giustizia. Da ex magistrato e da giurista, qual è il disegno che si delinea nelle bozze di Recovery?

R. Tragico. La giustizia ancora una volta è stata trattata da Cenerentola. Ma anche la sanità è stata trascurata. Basti vedere che l'originario stanziamento era ridicolo Ora pare aumentato, ma è sempre poco rispetto ai dissennati sussidi a pioggia sperperati a fini di consenso elettorale.

 

D. Il governo è alla vigilia di un rimpasto, che dovrebbe immettere maggiori competenze, secondo una versione, nuove poltrone, secondo l'altra. Basterà per andare avanti?

R. Un rimpasto, un Conte ter, sarebbe il colmo dell'assurdo. Già questo governo è un'anomalia, perché il suo Presidente si vanta di smentire e disfare quello che aveva fatto quando guidava quello precedente. Hegel direbbe che prima c'era la tesi, e ora l'antitesi. Se la sintesi dialettica dovesse essere il Conte ter, vorrei ricordare che Marx diceva che bisogna far camminare sulle gambe l'uomo che Hegel fa camminare sulla testa. Ma purtroppo qui non si tratta delle astrazioni speculative dell'idealismo, ma della sorte dell'Italia, o almeno degli aiuti che ci vengono dall'Europa. Lei mi chiedeva se basterà per andare avanti. No, sarebbe un pasticcio.

 

D. Qual è la colpa più grave di questo esecutivo?

R. Il dilettantismo. Faccio l'esempio della scuola. Le regioni vanno in ordine sparso sul quando aprire e chiudere la scuola perché è mancata e manca del tutto una visione generale del governo, che si è baloccato con i banchi a rotelle quando, in primavera, avrebbe già dovuto capire che la scuola era una enorme fonte di contagio, non tanto nelle aule quanto nei trasporti, dove manca ogni forma di distanziamento e di controllo. È stata una negligenza imperdonabile, una delle tante. Ora si fanno riunioni ministeriali nottetempo per decidere se prorogare o no la chiusura di qualche giorno. Davanti a un simile dilettantismo programmatico è ovvio che alcune regioni, come il Veneto, abbiano deciso di chiudere fino a febbraio.

 

D. Una crisi di governo in piena emergenza economica e sanitaria?

R. Non è vero che una crisi di governo, o addirittura l'appello alle urne, sia incompatibile con un'emergenza. Al contrario, è proprio nell'emergenza che se un governo rivela la sua inadeguatezza va cambiato. Così fece la Francia in piena guerra chiamando alla sua guida Clemenceau nel novembre del 1917, come la Gran Bretagna volle Churchill al posto di Chamberlain nel 1940. A proposito di quest'ultimo, mi vengono in mente le parole indirizzategli da Leo Amery dopo il disastro della Norvegia: "Troppo a lungo avete occupato quel posto per quel poco di bene che avete fatto. Andatevene, e sia finita con voi. In nome di Dio, andatevene". Chissà se in Parlamento qualcuno si alza e ha il coraggio di dirlo a Conte.