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di Carla Chiappini*


Ristretti Orizzonti, 10 maggio 2021

 

Luigi Pagano è stato per anni il "mitico" direttore di San Vittore, ma è stato anche Vice Capo del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria, ruolo che ha ricoperto tentando di dare impulso a una organizzazione delle carceri più aperta e dinamica. La sua esperienza di dirigente penitenziario l'ha raccontata in un libro, uscito di recente, "Il Direttore".

 

La nostra intervista come sai si focalizzerà sul tema complesso della "rieducazione", ma io partirei dal tuo libro "Il Direttore" - uscito in autunno e già in procinto di essere ristampato - dove a un certo punto racconti il desiderio di poterti mettere alla prova nella direzione di un istituto e dici testualmente che volevi "cercare di creare qualcosa". Dunque ti chiedo: in realtà che cosa volevi creare?

Mah, considera che io sono della generazione immediatamente successiva alla riforma penitenziaria del '75 e quella riforma mi aveva appassionato, ci avevo anche fatto la tesi leggendo tutto quanto c'era da leggere sul carcere. E mi era rimasto addosso il senso di una realtà oscura, violenta, ingiusta. Ecco, ero giovane, non pensavo che sarei diventato direttore di un carcere, ma la voglia di fare qualcosa per cercare di cambiare queste cose l'avevo... Forse l'avrei fatto come avvocato o come criminologo, non lo so, ma di sicuro non mi piaceva quel mondo così spregiativo della dignità umana, il rendere le persone recluse soggette a potere o strapotere incontrollato, tutte quelle storie che si raccontavano sul carcere, di maltrattamenti fisici, di squadre, squadrette e quant'altro. Così quando ho vinto il concorso, mi sono detto "Adesso sei tu che comandi e allora vediamo cosa sei capace di fare", così dai risultati ottenuti avrei capito anche se ero in grado di dirigerlo, un carcere. E, poi, sì mi interessava molto promuovere le misure alternative che mi convincevano come fase evolutiva, necessaria, del trattamento in carcere perché, come diceva il mio professore di criminologia, "soltanto in libertà ti potrai accorgere se una persona è reinserita oppure no", che sembra una cosa banale, ma è sacrosanta verità.

 

Cercando di fare una sintesi della tua lunga esperienza di direttore a San Vittore - ma forse anche già prima - mi sembra di rintracciare due istanze molto forti: una è la tutela della dignità delle persone e l'altra l'apertura del carcere al territorio. Ora, se mi è estremamente chiara la questione della dignità, sono più curiosa di capire perché hai ritenuto necessario aprire il carcere al territorio, cosa che, forse, ai tempi non era così scontata...

Perché se decliniamo l'articolo 27 della Costituzione così come l'ha declinato l'Ordinamento Penitenziario, e se si parla di reinserimento sociale, sarebbe impossibile realizzarlo attraverso un'istituzione chiusa al territorio, incapace di comunicare con esso. Quindi se non creiamo contaminazione, osmosi tra le due realtà, giochiamo con le parole e non perseguiamo l'obiettivo che si vorrebbe raggiungere. Per pensare al reinserimento è indispensabile un istituto "poroso", permeabile, recettivo al mondo esterno e, ovviamente, anche l'inverso, nel senso che il carcere guarda all'esterno e l'esterno deve guardare al carcere, non soltanto in termini di prevenzione generale - cioè vedo quanto è brutta la detenzione ed evito di commettere i reati, secondo la teoria classica - ma per rendersi conto che in definitiva i detenuti non sono dei mostri, ma persone come noi con cui si può, si deve avviare un dialogo.

 

Ora, però, vorrei tornare alla parola "rieducazione", perché appunto spesso viene sostituita da reinserimento, ma io mi sono andata a leggere la discussione dell'Assemblea Costituente sull'articolo 27 e in realtà, si parlava del fine educativo che devono avere le pene, insomma c'era l'idea che il carcere dovesse avere un indirizzo rieducativo. Spesso mi chiedo quanto l'amministrazione penitenziaria si ponga nell'ottica di dover essere un'organizzazione che ha la funzione rieducativa...

Riguardo a quello che hai detto, che io ricordi l'Assemblea Costituente non è che fosse molto d'accordo sul come formulare quella norma, che senso dare al termine rieducazione, se si dovesse indicarlo specificamente come obiettivo della pena o affiancarlo ad altri. La discussione fu notevole, perché ogni parola poteva significare seguire una dottrina piuttosto che un'altra.

È stato poi l'Ordinamento penitenziario che ha parlato di reinserimento sociale, opportunamente precisando il concetto di rieducazione, perché questa potresti pensare di realizzarla anche solo in internato, non è detto che si debba necessariamente realizzare attraverso le misure alternative; puoi anche pensare che sia la sofferenza della pena, la severità del carcere, a rieducare.

Noterai che, al riguardo, pur essendo la sua parte più importante, la legge è stata un po' generica, nel senso che non ha precisato che cosa si dovesse fare all'atto pratico. Alla fine, gli articoli che riguardano l'aspetto del percorso rieducativo sono cinque o sei, indicando quali attività hai a disposizione, lavoro, scuola, formazione scolastica, culto eccetera e rapporto con l'esterno. Il fatto è che si immagina il processo trattamentale capace di rilevare le cause del reato e di rimuoverle, cioè l'ottica della criminologica classica di impianto clinico: il reato come una malattia da curare, una concezione un po' datata.

 

Bene che l'Ordinamento penitenziario sia rimasto sul generico permettendo la discussione sul che cosa fare, se sia giusto cambiare le persone e se sì, come cambiarle... e quindi l'approccio psicologico, psicanalitico, comportamentale, i dialoghi maieutici di Angelo Aparo con il Gruppo della Tasgressione, il sostegno della cultura...

In definitiva, tutti tentativi che devono sì farsi, ma che, a mia opinione, di scientifico, nel senso stretto del termine, hanno ben poco. Pur credendo nel cambiamento delle persone, se no non avrei fatto questo mestiere, non ti saprei dire come potrebbe avvenire questa "rieducazione" e mi chiedo anche se quel termine sia il più adatto a definirlo.

Di una cosa però sono certo, nulla sarà mai possibile se non si ha in mente un primo fondamentale principio: non bisogna calpestare la dignità delle persone nonostante il carcere non sia proprio il luogo più adatto. Riuscire a salvaguardare la dignità della persona è il primo nostro obiettivo, poi che significhi rieducazione e come si accerti, onestamente, è tutto da vedere.

 

Benissimo la tutela della dignità però poi al detenuto si chiede di dimostrare il suo cambiamento...

Sì, certo ma il problema dell'approccio clinico è proprio questo: che significa rieducazione? Nel senso che per il raffreddore sappiamo che in 7 giorni dovrebbe passare, per un tumore passati 5 anni dopo le cure valutiamo la percentuale di sopravvivenza e via così.

Ma l'idea del reato come sintomo di malattia non regge. Come si dimostra la guarigione? Io esco, non commetto reati per 5 anni, quindi sono guarito? E se all'inverso commetto un reato, è una ricaduta o, per attualizzare al Covid, sono stato vittima di una variante? E se torno a delinquere c'è stato errore del trattamento operato in carcere? O è la dimostrazione che quanto si realizza in internato è poca cosa perché la vera scommessa è l'incontro con la varietà degli stimoli esterni che in carcere non hai e dove per forza di cose hai poca autonomia di scelte.

Le contraddizioni stanno nel sistema. E ci stanno perché tu stai utilizzando non il mezzo più adatto, quello che avresti voluto per realizzare il dettato costituzionale, ma quello che ti sei ritrovato, il carcere, e che non hai potuto eliminare o ridurre per una serie di ragioni che poco hanno a che fare con l'idea di reinserimento. Tu cerchi di utilizzarlo comprimendolo e compromettendolo tanto che alla fine dimentichi quale sia l'essenza originale del carcere, e perché molte norme sembrano stridere con un percorso trattamentale che dovrebbe portare a una crescita personale. Parliamo ad esempio di alcune sanzioni disciplinari, parliamo del fatto che se vogliamo accrescere il senso di responsabilità dovremmo dare più libertà personale al detenuto.

Parlo di rapporti interpersonali, dialettici, tra il detenuto e noi operatori. Nella vita del fuori, a esempio, un gesto di fastidio, di stizza, una discussione accesa può sembrarmi normale, in carcere uno sfogo, anche plausibile viste le condizioni in cui molte versano, può significare, invece, un rapporto disciplinare e diminuzione delle possibilità di ottenere misure alternative.

Su questo concetto della rieducazione il parametro più utilizzato, e che ritengo riduttivo, è quello dell'evitare comportamenti trasgressivi e, cessata la pena, la recidiva.

Si fanno tentativi, proponiamo strade non sempre percorribili, diciamo "siamo qui se ti può interessare". Cerchiamo di rafforzare le persone in quelle che noi crediamo siano le loro debolezze - o probabilmente sono le nostre - e poi diciamo che abbiamo ottenuto il risultato se non ci sarà recidiva.

Che possa il liberato magari dormire sotto un ponte alla fine pare interessi ben poco. Se, invece, finirà per commettere un reato, diciamo che il reinserimento è fallito. Ci attribuiamo poteri che non abbiamo... ci esaltiamo o deprimiamo dimenticando non solo la personalità individuale, ma anche il ruolo della società esterna e la sua complessità. Ma di che stiamo parlando?

 

In effetti c'è tutta una parte del tuo discorso che condivido profondamente, cioè la previsione sulle persone è ambiziosa e forse inutile...

Esatto e non so nemmeno se eticamente regga.

 

Però resta, a mio avviso, una domanda, l'istituzione, cioè, dovrebbe chiedersi quanto in realtà sia una comunità "rieducante"...

Sarò monotono e limitato, come dicono alcuni, ma continuo a credere che il carcere non è una comunità rieducante. Abbiamo utilizzato uno strumento che esisteva già, che veniva utilizzato per tutt'altra cosa e che era organizzata per quella cosa. Andiamoci a leggere l'Ordinamento penitenziario; non la parte aulica che è bella e molto importante, ma la parte organizzativa e vedrai quali sono gli spazi che concede al detenuto, quali e quanti, come si sposa il concetto di responsabilità rispetto alla sorveglianza statica che il regolamento della polizia penitenziaria - varato nel 1988 - a esempio impone.

Quanti istituti sono organizzati perché la persona possa restare "fuori dal detentivo" più tempo possibile al fine di partecipare alle attività trattamentali? Se la legge ha dovuto dire che il detenuto ha diritto di stare all'aperto almeno quattro ore, ed è una riforma del 2019 perché prima il minimo era di 2 ore, questo significa che per molti questa era l'unica possibilità di uscire dal reparto detentivo. Ma in ogni caso 2 o 4 ore che siano, avrebbe senso porre un limite, seppure minimo, se la comunità fosse rieducante?

 

Certo, sono d'accordo, ma ora stiamo parlando di un'altra cosa secondo me. Dunque, posto che questo è quello che si è ereditato, posto che ci sono queste rigidità evidenti, all'interno di questo mondo così rigido, non si potrebbe immaginare un personale che abbia un altro modo di relazionarsi con l'esterno e con le persone detenute, che usi un linguaggio adulto? "Infantilizzante" è anche, a mio avviso, il magistrato di Sorveglianza che non decide mai e lascia il detenuto in una sfiancante attesa...

Non c'è bisogno che tu lo dica a me. Quando parliamo di sorveglianza dinamica, noi dicevamo proprio questo; dicevamo che per una serie di motivi, sia ben chiaro non dovuti a colpa loro, ma per una diversità temporale di varo delle leggi e di non incastro dei differenti valori cui facevano riferimento, noi pur avendo oggi delle persone inquadrate come poliziotti penitenziari, le utilizziamo come agenti di custodia. Se restringiamo lo spazio che il detenuto dovrebbe avere a disposizione addirittura confinandolo nella camera di pernotto (ovvero la cella) per buona parte della giornata (fatto ammesso dallo stesso DAP in una circolare del 2011) noi creiamo tutta una serie di danni: il detenuto rimane chiuso all'interno della camera di pernotto e sostanzialmente vincoliamo la funzione degli agenti alla mera custodia.

Chiarisco; ho molta stima degli agenti di custodia, li ho vissuti totalmente nei miei primi anni di amministrazione, il loro lavoro era preziosissimo, ma erano funzionali a un carcere che puntava tutto sulla sicurezza, oggi la polizia penitenziaria ha incombenze anche rispetto al trattamento per questo deve conoscere di più la persona detenuta, ma conoscerà ben poco di lui se quello lo teniamo segregato.

L'idea, non originale, lo dispone la legge, era quella di differenziare gli istituti o le sezioni di essi, non per catalogare ma per adattare quanto più possibile un trattamento individualizzato rispetto ai bisogni delle persone, Trattamento differenziato in questo senso, ma differenziato anche in termini di sicurezza. Se esiste differenza tra una persona che deve scontare un anno, e ne abbiamo in carcere circa 10000, e chi è stato condannato a vent'anni, tra un omicida condannato per mafia e un tossicodipendente, modulerò il trattamento e la sorveglianza, diminuendo o aumentando il personale di polizia penitenziaria, e lo faccio anche partecipare all'attività trattamentale.

Se aumenta la conoscenza dell'agente nei confronti del detenuto, avverrà anche l'inverso, ci saranno persone che si confrontano, che dialogano e non solo uno che comanda e l'altro che deve ubbidire. Questo non ti porta a nulla. Tenere segregata una persona significa farla regredire ed è questa l'immagine che tu avrai di lui, ma, nel contempo, anche tu ti vedrai solo e unicamente come un guardiano. Il cambiamento noi l'avevamo immaginato così, ma non siamo riusciti a realizzarlo.

Irridente qualche sindacato, irridente pur qualcun altro... col senno di poi mi rendo conto dei timori che possono derivare, ma se rischio c'è è un rischio che bisogna correre se l'obiettivo è quello di "recuperare" l'uomo. E attraverso non solo Bollate, come ci si rimprovera, qualche cosa si era dimostrato, per cui non ho mai capito la critica di un ministro che durante un convegno disse che non amava le carceri modello perché non avevano "contaminato il sistema", come se ci fosse stato dato il tempo e il sostegno necessario per provarci. Mi sa che il potere politico teme che il carcere possa "democratizzarsi" e aprirsi all'esterno, perché la maggior parte lo legge come prevenzione generale, temono i riflessi negativi sull'opinione pubblica di quello che ritengono possa dare vantaggio alla criminalità, ma accettano il fatto che l'80% di quelli che escono tornino a delinquere.

 

Sì io capisco la tua impostazione, quindi tu vedevi la possibilità di cambiamento soprattutto nel cambiamento dell'organizzazione?

Sì certo.

 

Ma in un'ottica più pedagogica e di formazione forse non basta...

Aspetta un attimo, non per volerti contestare, ma io non sono un pedagogista; il mio ruolo e la mia responsabilità è di essere organizzatore. So che puoi fare tutti i discorsi che vuoi, ma se tu non tocchi l'organizzazione e non la metti al servizio dell'obiettivo che intendi raggiungere non riuscirai ad ottenere niente, perché le attività non le potrai fare. Se tu non dici agli agenti, estremizzo e non mi prendere alla lettera, ma ammetto di aver detto più o meno "sentite, a me che si corra il rischio che arrivi un telefonino nella media sicurezza non me ne può fregar di meno. Tanto anche telefonando attraverso i nostri apparati, previamente autorizzati, noi non possiamo ascoltare o registrare nulla per cui il detenuto può parlare con chi vuole dicendo che sta parlando con la mamma. Quindi, certe perquisizioni accuratissime, condotte anche su persone che entrano in carcere da anni, e durante le quali non si trova mai nulla, servono solo a ritardare l'ingresso in istituto di chi ci porta lavoro, degli insegnanti, dei volontari. Allora, se voi dite che bisogna farle a prescindere e poi rinvengo un cellulare in sezione sarebbe colpa vostra... se invece si fa come dico io, è evidente che mi accollo ogni responsabilità".

Oggi come oggi, però, funziona così e tu cosa pretendi? Un'impresa che porta lavoro dall'esterno alla 100ª volta che arriva in portineria e gli chiederanno ancora i documenti, poi il controllo, poi la perquisizione e nel frattempo se ha perso un'ora sta perdendo soldi, e come si può pensare che gli venga in mente di portare lavoro in carcere? E se lo fa quante volte deve andare a chiedere dove sia il detenuto, al cortile al passeggio? Ai colloqui? Dall'avvocato? Dall'educatore? O forse manca solo il personale per accompagnarlo?

Vale per il lavoro come per gli insegnanti, i volontari. Mi spiego? se non parli di organizzazione tutti i vari tasselli che possono servire al reinserimento - compreso Aparo, compresa tu, compresa Ornella - non avranno mai la possibilità di operare. Questo spetta a me farlo, badare al trattamento e alla sicurezza, è il mio compito - ovviamente coadiuvato dai miei collaboratori - di organizzatore; io ti parlo come direttore, non ti posso parlare come educatore o come pedagogista, il mio compito è di mettere chi sa fare il suo mestiere, tu, Aparo, Ornella e tutte le persone che fanno qualcosa di utile, nelle migliori possibilità di poterlo fare perché i risultati poi li vedo; posso anche non capire come ci si arriva, ma li vedo.

 

È chiaro, ma il Dipartimento che obiettivi consegna ai direttori? Perché questo, invece, è molto poco chiaro, cioè premia il direttore che apre il carcere, che fa trattamento, che fa rieducazione? Oppure premia il direttore in base alla sicurezza? O non premia nessuno dei due perché non è chiaro che cosa devono fare?

A seconda dei momenti. Se ti devo dire la mia esperienza, ho vissuto di tutto; apriamo... no, contrordine chiudiamo! Ma basta vedere le vicende schizofreniche che hanno interessato l'Ordinamento penitenziario. Credo di averle raccontate abbastanza bene. Noi passiamo, nel '90, dall'apertura del carcere - perché c'è la legge Gozzini, perché c'è il Codice di procedura penale, perché abbiamo finalmente il nuovo corpo della polizia penitenziaria - al chiudere tutto e all'essere chiusi anche noi.

In alcuni momenti storici, certo venivi premiato. Premiato in che senso? Premiato perché avevi la coscienza a posto, non è che prendessi aumenti o decorazione, anzi! Operare in una determinata maniera, aprire il carcere all'esterno ti comporta rischi e non parlo di evasioni, ma del fatto che da quel momento non potrai più tornare indietro.

E l'amministrazione ci crede in queste cose? Devo risponderti con sincerità, non abbiamo molta cultura dell'amministrazione, colpa del potere politico che non ha mai dato continuità al sistema non tanto, non solo, per le leggi che cambiavano, ma perché cambiavano anche gli uomini messi a Capo del Dipartimento secondo logiche poco comprensibili.

Ogni Ministro un nuovo Capo Dipartimento, se non addirittura cambiamenti in corsa dall'oggi al domani, grandi professionisti in altro ramo dell'amministrazione, ma senza alcuna esperienza non nel settore, ma proprio come amministratore. Questo significa interessarsi poco del valore della organizzazione. E i risultati sono evidenti, credo non esista altra amministrazione così frammentata nelle sue componenti e che cambi, a seconda di chi ne è a Capo, la linea di governo. Alla fine non solo i detenuti, ma anche il personale finirà per capirci poco.

 

Certo la rieducazione è una questione complessa e il nostro punto di vista non potrà mai essere sovrapponibile a quello dell'istituzione... 

Certo, insisto, però, nel ritenere che il compito del direttore sia quello di creare le condizioni per cui il tuo lavoro di esperto, di volontario, di imprenditore si possa svolgere nel miglior modo possibile e non è giusto che ti dica "il tuo volontariato non mi piace". Posso dire, in una accezione finalistica, "non mi serve", ma questo l'ho detto poco; per me c'è lo spazio per il volontario che porta gli abiti, c'è spazio per chi porta la saponetta, c'è spazio per chi cerca il paradiso e c'è spazio per un volontariato professionale come il vostro.

Io devo creare le condizioni affinché tutti possano lavorare assieme, in relazione a quelli che sono gli obiettivi, in relazione a quello che la legge dice, in relazione a quello che è la Costituzione... questo dovete chiedere a me, e penso di averlo fatto seriamente. E non mi voglio riscattare, alla fine facevo il carceriere, illuminato forse, ma carceriere ero.

 

D'accordo però ho comunque un dubbio, cioè io non chiederei mai a un direttore di essere un pedagogista o di essere un filosofo dell'educazione. Quello che potrei chiedergli, però, è: quali sono, nel suo agire, i contenuti positivi e rieducativi? Allora uno può dire "per me un contenuto rieducativo potrebbe essere di impostare un rapporto onesto con le persone detenute". Penso si tratti di questo: trovare contenuti condivisibili...

Certo, assolutamente sì. Ma guarda, l'unica cosa di cui i detenuti mi hanno sempre reso atto, e per questo rispettato, è essere sempre stato chiaro con loro; non ho mai imbrogliato né loro né il Ministero. Rispetto assoluto delle norme, se pure potrà sembrare strano in un tipo come me, anche se con tante eccezioni, lo ammetto, ma motivate e precisando che tali erano. Ma non lo erano, che ne so, Bollate o l'Icam per le donne madri o il call center a San Vittore, replicato poi in tanti altri istituti, o il lavoro esterno in gruppo regolarmente pagato. Li con i miei collaboratori abbiamo operato una lettura, diciamo così, espansiva della norma, non creativa bada bene, orientata secondo la ratio dell'Ordinamento. A guardare i risultati penso sia andata bene, no?

 

*Giornalista, esperta in metodologia autobiografica