di Irene Famà
La Stampa, 4 dicembre 2020
Intervista a Davide Mosso, avvocato penalista.
Come si può conciliare la funzione riabilitativa con il controllo dei detenuti?
"Meglio ragionare non in termini di "detenuti" bensì di persone che hanno subito una condanna, alle quali si applica quella che fortunatamente è ormai l'extrema ratio e dunque il carcere, ognuna delle quali ha una sua storia di vita. E che se la funzione riabilitativa si è realizzata non occorrerà naturalmente più il controllo. Per raggiungere questo obbiettivo è necessario un percorso, può accadere vi siano incidenti lungo il cammino. Anche gravi. Un controllo totale certamente non è possibile e sovente fa molto più rumore l'albero che cade piuttosto che quello che cresce".
Quanti detenuti, dopo il carcere, riescono a rimettere in carreggiata la loro vita?
"L'ultimo studio che è stato compiuto al proposito dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria dava una media statistica di tre persone ogni dieci. Significa dunque che sette dopo un tempo più o meno breve, fanno ritorno in carcere. Prova evidente, mi pare, che il sistema ha fallito ed è fallito".
Cosa manca al sistema carcerario per migliorarsi?
"D'istinto la risposta che mi viene è tutto. Ragionandoci credo che il vero miglioramento passi per una società civile che si fa comunità, che prediliga la giustizia che ripara a quella che punisce quando non addirittura si vendica. Se esco di strada perché i freni dell'auto si sono rotti è ben difficile che l'incidente non si ripeta se anziché portarla dall'elettrauto la chiuderò in garage per un certo tempo perché così impari. O che guarisca la pianta che ha perso le foglie se la metto nello sgabuzzino o in cantina. Una cosa ancora. Ritengo che l'informazione possa svolgere un ruolo assai importante nella sensibilizzazione delle coscienze".











