di Tommaso Fregatti
Il Secolo XIX, 31 marzo 2020
L'allarme lanciato dalla Società italiana di medicina e sanità penitenziaria. "Oltre alle misure di pre-triage, assieme alla Sanità territoriale, dovremmo procedere con lo screening di coloro che ogni giorno accedono alla struttura penitenziaria". Lo dice in una nota Luciano Lucania, Presidente del Simspe (Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria). Ad oggi nelle carceri italiane sono 15 i detenuti affetti da Covid-19, ma rimane non conosciuto il numero degli infettati tra gli operatori, fra cui poliziotti e operatori sanitari.
L'emergenza coronavirus e le proteste di inizio marzo hanno portato alla luce uno dei tanti settori colpiti dalle restrizioni per prevenire i contagi. Il decreto dell'8 marzo ha previsto infatti norme apposite per gli istituti penitenziari: i casi sintomatici dei nuovi ingressi devono essere posti in condizione di isolamento dagli altri detenuti; i colloqui visivi si devono svolgere in modalità telefonica o video; diventano limitati i permessi e la libertà vigilata. Queste misure, volte a favorire un contenimento della diffusione del virus, si sono scontrate con una realtà non semplice. Gli istituti penitenziari italiani soffrono di problemi cronici che periodicamente vengono affrontati ma non del tutto risolti.
Come riporta il sito del ministero della Giustizia, rispetto all'effettiva capienza delle carceri italiane (in grado di ospitare intorno ai 51mila detenuti), i reclusi effettivi sono oltre 60mila, di cui circa un terzo stranieri. "Nel sistema carcere ravviso molta buona volontà, ma assoluta mancanza di un piano organico condiviso per affrontare l'emergenza coronavirus - sottolinea il presidente della Simspe - già assolutamente gravissima nel contesto nazionale per i suoi riflessi sulla salute generale e sull'economia. Nelle carceri potrebbe provocare una tragedia se vi fosse un impatto differente e di maggiore portata".
Proprio in questi giorni l'Oms - Ufficio per l'Europa ha pubblicato una specifica linea guida: "Preparedness, prevention and control of Covid-19 in prisons and other places of detention - 15 March 2020": tuttavia, le indicazioni non sembrano del tutto adeguate a questa fase dell'epidemia nel nostro territorio nazionale. La protezione civile ha provveduto all'installazione di tensostrutture come unità di accoglienza, che però non hanno le caratteristiche per essere utilizzate come ambulatori. Per queste ragioni, gli specialisti da anni impegnati a tutelare la salute nei penitenziari lanciano l'allarme.
"Vi è una perdurante mancanza di dispositivi di protezione individuale - evidenzia il presidente Simspe - Abbiamo fatto numerose segnalazioni: siamo certi che le nostre richieste verranno accolte, ma il problema è sovranazionale. Noi operatori della salute, medici e professionisti sanitari, abbiamo il mandato, che oggi diventa una missione, di tutelare la salute e la vita all'interno del sistema carcere, essendo operatori provenienti dalla sanità pubblica, dalle aziende sanitarie del sistema sanitario nazionale. È dall'inizio di questa epidemia che per le carceri si susseguono lettere circolari dal dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria ed indicazioni più specificamente sanitarie provenienti dalle sanità regionali e dal ministero della Salute".
La positività non equivale a malattia, non comporta necessariamente il ricovero e solo in alcuni casi provoca peggiori esiti. Tuttavia, la positività al virus implica la certezza di essere contagiosi e la necessità di isolamento reale. Il carcere, in quanto mondo chiuso, potrebbe sembrare protetto dall'infezione, ma in realtà il virus può farvi ingresso in qualsiasi momento. "Il carcere è un servizio essenziale e le conseguenze dell'ingresso dell'infezione, anche in una singola sede, possono avere ripercussioni di estrema gravità, non solo per le persone, ma per l'intero sistema - afferma il presidente Simspe - Di concerto con la sanità territoriale, dovremmo procedere con lo screening dei soggetti che quotidianamente fanno accesso alla struttura penitenziaria e hanno contatti con i detenuti, anche indirettamente.
Gli screening, nonostante la complessità ed i presumibili costi, devono realizzarsi mediante tamponi naso-faringei da ripetersi in maniera regolare, anche a cadenza settimanale, nelle aree che registrano le maggiori prevalenze di infezione. In questa fase, nell'attesa che le curve epidemiologiche evidenzino sostanziali fasi di regressione, un simile approccio è indispensabile. Inoltre, si devono sviluppare iniziative omogenee fra gli attori del sistema, il dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria e la sanità dei territori".










