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di Simona Musco


Il Dubbio, 10 novembre 2020

 

I penalisti: senza la fisicità della Camera di consiglio a rischio il giudice naturale precostituito. La morte del processo, la fine delle garanzie. Ancora una volta l'avvocatura italiana grida allo scandalo, di fronte all'ennesimo provvedimento reso necessario dalla pandemia per ridurre il rischio contagio nei tribunali.

E dopo il lieve ottimismo suscitato dal pacchetto giustizia inserito nel primo Decreto Ristori, che di fatto ha segnato un primo passo verso il processo telematico, a riaccendere le polemiche ci ha pensato la versione "bis" del dl, che questa volta va dritto al cuore del processo d'appello, eliminando la presenza di magistrati e avvocati dall'aula.

Non in maniera assoluta, perché chi vorrà discutere potrà pure farlo, rispettando un fitto calendario di scadenze e termini perentori necessari per rimanere al passo. Corretto l'errore della prima bozza, che prevedeva un termine di 25 giorni liberi prima dell'udienza per presentare richiesta di discussione orale, in conflitto con il termine di 20 giorni previsto dal codice di procedura penale per la notifica della citazione in appello, ora le parti avranno 15 giorni di tempo per decidere di essere presenti in udienza.

Ma per l'Unione delle camere penali, che tanto ha combattuto contro la remotizzazione del processo nella prima fase dell'emergenza, tale provvedimento è un colpo mortale al processo d'appello. Che perde, così, la fisicità della camera di consiglio e il mantenimento del giudice naturale precostituito. Da qui la richiesta dei penalisti, capeggiati dal presidente Gian Domenico Caiazza, di modificare il decreto, che rappresenterebbe le "prove generali per riscrivere, al pari delle modalità del giudizio di Cassazione, la procedura dell'appello penale".

Una sorta esperimento per un futuro senza oralità e immediatezza, con la trasformazione del giudizio di secondo grado in un "processo scritto, accentuandosi così la sua non condivisa funzione di mero controllo della valutazione del primo giudice", accentuando il carattere monocratico della decisione, "anche perché la camera di consiglio si terrà da remoto".

A farne le spese è il principio dell'oralità, con un rovesciamento dei termini rispetto a quanto deciso in pieno lockdown, quando la presenza era garantita e le parti avevano facoltà di decidere, al massimo, di non partecipare. Per i penalisti, "la camera di consiglio a distanza è la negazione della collegialità, anche per l'impossibilità di vederne garantita la segretezza, che è presidio della libertà del giudice".

Infatti il luogo di collegamento del giudice - che sia casa propria, l'ufficio o un qualsiasi altro posto - sarà considerato Camera di consiglio a tutti gli effetti di legge. I dubbi dell'avvocatura sono quelli già manifestati quando, per la prima volta, si è fatto largo il tanto temuto processo da remoto: piattaforme telematiche poco sicure in grado di riprendere e registrare ciò che accade e possibilità di intrusione di estranei. La richiesta è semplice: che almeno la camera di consiglio mantenga la fisicità, con la contemporanea presenza dei giudici, come "garanzia minima ed indispensabile per la tenuta del giudizio di appello e irrinunciabile precondizione per consentire alle parti la valutazione sulla necessità di partecipare o meno all'udienza".

Anche perché, così come dimostrato dai giudizi in Cassazione, la richiesta di discussione orale può determinare lo slittamento dell'udienza, "con modificazione della composizione del collegio". Una possibilità che incide, dunque, sulla individuazione del giudice naturale".

Ma in gioco ci sono anche il diritto alla difesa e al giusto processo. Che orfano della prescrizione, vede ora erodere un ulteriore pezzetto di garanzia, con la sospensione dei termini per cause indipendenti dalla volontà o dalla condizione dell'imputato, che vedrà inoltre allungare i termini di detenzione cautelare.

Da qui l'appello alla politica, affinché il dl, in sede di conversione, venga modificato. Un coro a cui si associa l'associazione italiana dei giovani avvocati, secondo cui la pandemia si trasforma in scusa utile per istituire "un "processo eterno" con una prescrizione infinita".

Norme dietro le quali si nasconde la convinzione - respinta da Aiga - che l'appello sia "un inutile orpello" e non "un giudizio previsto anzitutto a garanzia degli imputati innocenti che erroneamente siano stati riconosciuti colpevoli nel giudizio di primo grado".

Impossibile, dunque, farlo in maniera cartolare. La polemica corre anche tra gli ordini. Come a Roma, dove il Coa ha chiesto con urgenza al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede e al premier Giuseppe Conte l'implementazione del fascicolo penale telematico. Solo così, secondo il presidente Antonino Galletti, la maggior parte degli accessi agli Uffici giudiziari penali potrebbe essere evitata, salvaguardando, invece, il processo. Ma per Bonafede, gli investimenti in tecnologie e personale e l'opera di ammodernamento portati avanti in questo anno hanno consentito di snellire le procedure e ridurre la durata dei processi.

Parole pronunciate ieri alla conferenza dei ministri della giustizia del Consiglio d'Europa, dove il ministro ha evidenziato l'accelerazione determinata dall'emergenza Covid, durante la quale l'utilizzo delle tecnologie si è esteso all'acquisizione degli atti di indagine, alle udienze non dedicate all'assunzione della prova e alla partecipazione al processo degli imputati detenuti limitandone gli spostamenti sul territorio.

"La trasmissione telematica di istanze e memorie difensive e la possibilità per i difensori di accedere da remoto agli atti dell'indagine - ha spiegato vanno configurandosi come strumenti per conciliare la continuità dell'attività giudiziaria con l'esigenza di ridurre l'afflusso degli utenti nelle cancellerie degli uffici". E tali accorgimenti non comporterebbero, secondo il ministro, alcuna compressione "delle garanzie del giusto processo e dei valori dell'oralità e del contraddittorio"