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Il Mattino di Padova, 20 aprile 2015

 

È sempre una dimostrazione di intelligenza e di sensibilità rivedere una decisione presa, se ti convinci che quella decisione era sbagliata, o magari frettolosa. La scorsa settimana abbiamo parlato della chiusura delle sezioni di Alta Sicurezza a Padova, erano già pronti i trasferimenti, poi su sollecitazione di molte realtà del volontariato, cooperative, operatori, scuola e Università, e del nostro giornale, Ristretti Orizzonti, il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria ha fermato i trasferimenti e sta riprendendo in considerazione la situazione di ogni persona detenuta. La speranza ora è che tante di quelle persone, che a Padova hanno trovato una carcerazione un po' più sensata, delle attività, lo stimolo a cambiare, a uscire davvero da logiche criminali, siano "declassificate", cioè non considerate più quello che erano venti o trent'anni fa, ma ammesse a un percorso più civile nelle sezioni comuni. E non trasferite sempre come pacchi umani senza dignità.

 

Il trasferimento "dignitoso" del carcerato

 

A volte uso il termine "deportazioni" quando parlo della probabile chiusura della sezione AS1 dove attualmente mi trovo. A qualcuno sembra un po' forte questa espressione, ma, di fatto, le due cose si somigliano.

Dopo anni trascorsi in un istituto dove si è seguito un percorso con molto impegno e sacrificio, all'improvviso si viene "avvisati". A gruppi di persone, 5, 10, 15, in poche ore si devono preparare gli "effetti personali" poiché si sarà trasferiti in altro istituto.

Gli indumenti da portare con sé devono essere limitati allo stretto necessario, tutto il resto verrà imballato in modo sbrigativo e inviato al nuovo indirizzo, con buona probabilità che molti degli effetti personali lasciati in cella verranno smarriti.

Questi trasferimenti avvengono prevalentemente a notte inoltrata e, dopo avere eseguito alcune "formalità di rito" (consegna oggetti valori e visita medica), si viene ammanettati a mani incrociate. Dopo un'attenta chiusura delle manette ci viene chiesto di prendere i nostri sacchi, cosa per niente facile, visto il totale blocco degli arti. In quei momenti il nostro auspicio è che il "viaggio" per la nuova destinazione sia il più breve possibile, poiché quelle condizioni d'immobilità permangono per tutto il tragitto e questo a volte dura un paio di giorni, richiusi dentro le cellette soffocanti (meno dì un metro quadrato) del furgone blindato. I bisogni fisiologici sono comunicati al capo scorta, il quale poi deciderà quando e se fermarsi in un autogrill e qualora decide di no, è fornito al detenuto un contenitore dove depositare.

Se si ha la fortuna di essere trasferiti da soli, il viaggio dura meno, ma quando avviene uno "sfollamento", come ho detto prima, i trasferimenti avvengono in gruppi e quindi i viaggi diventano dei veri e propri calvari, poiché ci fanno girare e sostare per essere smistati nei vari luoghi di assegnazione.

Il risultato di tutto questo è che nel momento in cui si mette il naso fuori dalle mura del carcere, non si riesce ad intravedere nulla, proprio per la struttura delle cellette che non permettono nessun movimento. Così lo stress diventa insopportabile, in una situazione che ti porta a realizzare, in quel momento, la tua impotenza nell'avere la disponibilità del tuo corpo e della tua mente. È l'annullamento totale della persona!

Si verifica così che l'ultimo detenuto arriva a destinazione, a tre giorni dalla partenza, in condizioni di totale stress psicofisico, a parte le condizioni igieniche che lascio immaginare, visti i giorni trascorsi nel furgone e le notti in celle di transito dove regna sovrana e costante ogni forma di sporcizia e degrado.

Giunti a destinazione la prima attenzione riservata al detenuto non è quella di chiedergli come sta e se ha bisogno di qualcosa, ma di farlo entrare in una cella, una di quelle prima descritte, denudarsi totalmente per essere perquisito, compresa una bella flessione, ovvero un flettersi sulle ginocchia, che solitamente non soddisfa la richiesta poiché si è al limite delle forze.

Dopo questa ennesima "formalità" si è lasciati per molte ore nella cella per essere poi trasferiti in una nuova sezione e ripartire da zero in attesa che arrivi la prossima "deportazione".

 

Gaetano Fiandaca - (Casa di reclusione Padova, Corso di Scrittura Lettura Ascolto)

 

Lo status di detenuto di Alta Sicurezza mette a rischio continuo di trasferimenti

 

Il trasferimento del detenuto da un carcere all'altro viene fatto per "gravi e comprovati motivi di sicurezza, per esigenze dell'istituto, per motivi di giustizia, di salute, di studio e familiari". Con motivi familiari si intende l'avvicinamento del detenuto alla propria famiglia per "rendere possibile il mantenimento di un valido rapporto con i figli, specie in età minore, e a preparare la famiglia, gli ambienti prossimi di vita e il soggetto stesso al rientro nel contesto sociale". Nel gergo amministrativo questo costituisce il cosiddetto "principio della territorialità della pena", e l'Amministrazione penitenziaria si è posto come obiettivo formale quello di accogliere "nella misura più ampia possibile le istanze di trasferimento dei detenuti".

Quando ero detenuto, per me la territorialità della pena avrebbe significato essere trasferito a scontare la pena nel mio Paese d'Origine. Questa cosa non mi è mai stata concessa per opposizione della procura generale. In cambio ho sperimentato diversi trasferimenti in giro per il nord Italia.

Era fine anni novanta e in Lombardia c'erano continue operazioni antimafia con centinaia di arresti. Le sezioni di Alta Sicurezza erano già sovraffollate. Mi trovavo al carcere di Monza e, dopo la seconda branda in celle da uno, hanno inserito anche il terzo materasso, per terra. Dopo settimane i detenuti stanchi di dormire per terra hanno deciso di protestare, rifiutandosi di rientrare in cella. Per solidarietà ci siamo rifiutati tutti chiedendo di parlare con il direttore. Dopo ripetuti getti di idranti, il freddo della notte l'ha avuta vinta, e abbiamo deciso di rientrare in cella attraversando un lungo corridoio di scudi e manganellate.

Dopo qualche giorno sono cominciati i trasferimenti per motivi di sicurezza. I motivi di sicurezza devono essere gravi e comprovati, dice la norma. Non so definire la gravità di un rifiuto collettivo a fare rientro dall'ora d'aria. So soltanto che è stato sufficiente per visitare la Lombardia attraverso le sue galere: Opera, San Vittore, Voghera. Poi alla fine Padova è stata il capolinea.

L'esperienza che ho avuto con i trasferimenti, mi permette di affermare oggi che lo status di detenuto di Alta Sicurezza rende qualsiasi condannato vulnerabile ad essere trasferito. In generale si viene separati dal resto della popolazione detenuta per motivi di sicurezza. È vero che la creazione dei "circuiti omogeni" richiama l'esigenza di impedire fenomeni "di reclutamento criminale, di strumentalizzazione a fini di turbamento della sicurezza degli istituti". Tuttavia non è una coincidenza se la norma che organizza il raggruppamento in categorie dei detenuti dice espressamente che "per le assegnazioni sono, inoltre, applicati di norma i criteri di cui al primo e al secondo comma dell'art. 42", il quale, ribadisco, prevede che "i trasferimenti sono disposti per gravi e comprovati motivi di sicurezza". La declinazione immediata di questo intreccio normativo è che la condotta del detenuto non è determinante. Se stai in Alta Sicurezza è per motivi di sicurezza, il che giustifica di per sé ogni trasferimento. Se poi uno decide di protestare, il trasferimento assume ancora di più il suo significato punitivo, e può continuare ad essere esercitato per molto molto tempo.

 

Elton Kalica