di Matteo Indice
Il Secolo XIX, 22 luglio 2021
Il Garante delle persone private della libertà Mauro Palma nel ventennale del G8. "Proiettiamo negli altri Paesi l'immagine d'una democrazia traballante". "Dove siamo vent'anni dopo? Un po' più avanti, ma non molto. E lo dico con estremo rammarico". Mauro Palma è il Garante nazionale delle persone private delle libertà personali. Durante i convegni per i 20 anni dal G8 è stato a Genova, a Palazzo Ducale, per uno dei convegni più importanti: "La tutela dei diritti inviolabili di chi è sottoposto a restrizione della propria libertà".
Perché dice che i passi compiuti da Genova 2001 sono stati ridotti?
"Per due motivi cruciali. Primo: sarebbe bastato pochissimo per compiere il passo fondamentale e rendere davvero riconoscibili gli agenti protagonisti delle varie incursioni. E con un duplice obiettivo: agevolare le inchieste della magistratura se vengono compiuti abusi, ma anche nelle occasioni in cui da parte di detenuti vi siano calunnie nei confronti di un appartenente alle forze dell'ordine, se vengono insomma mosse accuse ingiustificate. Secondo aspetto: in alcune situazioni di abuso da parte delle forze di polizia non c'è soltanto il mancato controllo della forza, il cui potenziale impiego è comunque una caratteristica del bagaglio di chi si trova a operare in certi contesti. Il profilo più grave sta nell'atteggiamento di umiliazione dei sottoposti, come abbiamo visto nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, dove proprio il detenuto è trattato come un nemico, simmetrico. Basti pensare a quell'intercettazione "Ci dobbiamo riprendere il territorio". Ecco, in queste dinamiche vedo spaventose assonanze con ciò che accadde vent'anni fa a Genova, sia nella scuola Diaz che nella caserma di Bolzaneto".
A Santa Maria Capua Vetere è morto un detenuto, l'algerino Hakimi Lamine di 28 anni, che in precedenza aveva sofferto di crisi epilettiche...
"È un episodio ulteriormente drammatico in un contesto già di per sé indicibile. Ma siamo in attesa di capire se esiste una correlazione diretta fra le botte e il decesso. Ma c'è un punto più complessivo che mi preoccupa dopo ciò cui abbiamo assistito".
Ovvero?
"Vedere pezzi di corpi dello Stato che applicano la logica del branco e che, come ho premesso prima citando quell'intercettazione, si scagliano contro i sottoposti come fossero sul loro stesso livello. E non può essere così. Senza dimenticare quella che io definirei pure una forma di delegittimazione internazionale dell'Italia: dopo fatti del genere, diventiamo più fragili".
Perché più fragili?
"Perché proiettiamo negli altri Paesi l'immagine d'una democrazia traballante".
C'è qualche dato positivo, qualche progressione da registrare a vent'anni dal G8?
"I tempi più rapidi nell'accertamento dei fatti e il più veloce scuotimento - laddove viene messa in atto un'azione della Procura - della collettività. La reazione della società, davanti all'intervento degli investigatori, è stata immediata, nonostante fosse intontita dalla pandemia e da tutto ciò che il Covid si porta appresso. Devo dire però dall'altra parte restano altri elementi di arretratezza, anche materiale, disarmanti".
Un esempio?
"Il funzionamento, sempre molto modesto, degli apparati di videosorveglianza. Già è raro che siano presenti, lo è ancora di più che registrino davvero. E uno sviluppo reale su questo fronte potrebbe avere un significato simbolico, rappresenterebbe una crescita generale in materia di trasparenza".
C'è una radice culturale specifica in Italia, che di tanto in tanto fa affiorare fantasmi che speravamo sepolti?
"Be', se mi limito a ciò che abbiamo visto negli ultimi anni, a certe forme di populismo giudiziario, noi ne veniamo da un lungo periodo in cui il mantra di chi faceva politica, per ottenere più voti, era "buttiamo via la chiave" per chiunque si fosse macchiato di un crimine o di un sospetto crimine. I riflessi, evidentemente, possono essere devastanti".
Su cosa dobbiamo ancora progredire, allora?
"Su due diritti fondamentali da garantire a chi ha limitazioni della propria libertà: la tutela della dignità, che a Santa Maria Capua Vetere evidentemente non c'è stata e le immagini dei reclusi in ginocchio sono lì a dimostrarcelo in ogni secondo. E poi, prioritario, il diritto all'integrità fisica, che forse a Genova è stato violato ancor più che a Santa Maria, in attesa di capire se vi è stata una correlazione fra le aggressioni e la morte del ragazzo algerino".
Dalla vicenda di Santa Maria, ancora una volta e come accadde a Genova, emergono coperture da parte dei vertici, la stortura della catena di comando. È rimasto tutto inalterato?
"Non credo inalterato, ma certo è duro da estirpare quel malato senso di "colleganza" che per esempio fa enfatizzare d'acchito, ai vertici dei sindacati della Penitenziaria interpellati dopo il raid, la carenza d'organico. Ok, ma non può essere quello il primo punto da affrontare".
Il titolo dell'appuntamento a Palazzo Ducale richiama il caso di Emanuele Scalabrin, morto nella caserma dei carabinieri di Albenga nel dicembre 2020, secondo le indagini ufficiali per un decesso naturale sebbene non ci sia chiarezza completa su quella vicenda. Che idea si è fatto?
"Non ho dettagli precisissimi, ma credo che qualche elemento di trasparenza in più, sulla morte d'un ragazzo così giovane, sarebbe stato necessario. E invece vedo ondeggiare tutti verso un forte desiderio di chiudere gli accertamenti in fretta".
In quali condizioni sono i penitenziari liguri?
"È l'unica regione, insieme alla Basilicata, senza un garante dei detenuti, ma almeno in Basilicata è presente nelle singole città. È vero che il consiglio regionale ne aveva approvato la nomina e il Viminale la stoppò per questioni formali. Ma era il 2017, il tempo per recuperare c'era... Dal punto di vista del sovraffollamento, siamo nella media di altre situazioni critiche, a Genova Marassi in primo luogo. Qui tuttavia emergono molti elementi positivi, quali il recupero dei detenuti attraverso i corsi di teatro e il collegamento puntuale con l'ospedale San Martino".










