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di Valter Vecellio


Italia Oggi, 22 settembre 2020

 

Dovuto a ciò che si è appreso con il caso Palamara. Lo dice Luca Poniz, neopresidente dell'Anm. Illusioni, no: non se ne fa, mentre si avvicina al palco. Sa che non c'è possibilità di ribaltare il verdetto del direttivo. Infatti lo ascoltano, parla a braccio per una ventina di minuti, poi la conferma: Luca Palamara, un tempo potente, influente esponente della magistratura associata viene espulso per "gravi violazioni etiche": 113 voti, 111 contro.

Un intervento dai toni dimessi quello di Palamara; una chiamata di correo, l'unica possibile difesa: lavare in pubblico i panni di famiglia. Le stoccate non mancano: ricorda che in mille hanno bussato al suo uscio di presidente. Ammette di essere stato travolto dall'imperante, straripante, generale "clima di sfrenato carrierismo". Snocciola nomi, situazioni, episodi. Lui ha assecondato e favorito; ma è un "sistema" che non ha creato, esisteva da prima... Lui si è adeguato. Sembra di sentire la "Canzone del Maggio" di Fabrizio De André: "Per quanto voi vi crediate assolti / Siete per sempre coinvolti".

I rimproverati rapporti con la politica? Niente di clandestino, pratica comune, comunemente accettata, con buona pace della tanto sbandierata indipendenza e autonomia della magistratura: è un mantra che viene salmodiato solo quando si accenna alla possibilità che un magistrato debba rispondere di gravi e dolosi episodi di mala-giustizia come quello che ha colpito Enzo Tortora; per il resto, porte girevoli: i due mondi, quello della magistratura e della politica, si frequentano, si fanno favori, si usano l'un l'altro. Alzi la mano chi lo può davvero negare. Tutto questo c'era prima di Palamara: un sistema, ben oliato, conosciuto, praticato.

In quanto al merito... Palamara rotea lo sguardo nell'emiciclo dell'Angelicum che ospita l'assemblea: con aria candida ricorda cose note: quando si trattava di scegliere chi collocare nei posti apicali della magistratura, la lottizzazione era normale: i beneficiati appartenevano alle varie correnti dell'Anm. Pazienza per chi non ne faceva parte. Palamara, non ci sta a fare da capro espiatorio. Ripercorre le varie fasi che lo hanno portato sotto inchiesta.

I rapporti con Luca Lotti? Cosa normale; gli incontri con Cosimo Ferri? Cosa normale... Cosa c'è di strano nel discutere chi deve essere capo della procura di Roma, anche con un politico di primo piano che in quella procura risulta indagato? Perché sollevare il sopracciglio severi se si discute del ruolo apicale della procura di Perugia, competente per quel che riguarda i reati eventualmente commessi da magistrati romani?

Un sistema. Al di là delle individuali responsabilità, il nodo è questo: lo "sfrenato carrierismo"; le "correnti" che lottizzano; la dipendenza dalla politica, che a sua volta dipende dalla magistratura... Poi certo: come s'usa dire, non bisogna fare un fascio di tutte le erbe; occorre separare il grano dal loglio, e tutti i discorsi che si fanno in simili situazioni.

L'affaire Palamara è una pietra sollevata che rivela uno sconcertante, avvilente verminaio. "L'Anm di Luca Palamara non esiste più", assicura il presidente Luca Poniz. "I fatti disvelati dall'indagine di Perugia, l'emergere, pochi mesi fa, di altri gravi episodi, hanno provocato conseguenze drammatiche per il sistema, ed innescato una crisi profonda, i cui effetti non sono del tutto prevedibili, oltre alla già percepibile, gravissima perdita di credibilità del nostro ruolo, con ciò che esso significa nel rapporto tra giustizia e cittadini". Il punto è perfettamente colto: la "gravissima perdita di credibilità" del ruolo del magistrato agli occhi dei cittadini. Recuperarla non sarà semplice, facile. È una questione di sistema. Lo dirà strumentalmente, pro domo sua; ma Palamara, su questo non ha torto.