di Stella Cervasio
La Repubblica, 6 giugno 2021
La lettera del giovane sportivo, suicida a vent'anni, letta al suo funerale. Voleva diventare un campione per aiutare l'Etiopia, dove era nato. "Cuore fragile" non c'è più. Il ragazzo con i ricci crespi che modellava il pallone come un fantasista di talento - qualcuno lo chiamava "il piccolo Maradona", ha scelto di andarsene. È rimasto il suo nome su un collage di manifesti listati a lutto davanti alla chiesa di San Giovanni Battista, Nocera Inferiore. Un pugno in faccia, quella sua lettera contro il razzismo, consegnata da un'amica, Alessandra, alla madre perché la leggesse in chiesa, al funerale del ragazzo di origini etiopi adottato da Lena Imperatore e Walter Visin. "Ovunque io vada, ovunque io sia, - scriveva Seid -, ovunque mi trovi sento sulle mie spalle, come un macigno, il peso degli sguardi scettici, prevenuti, schifati e impauriti delle persone".
I genitori, che lo adoravano, respingono l'idea che si sentisse discriminato. Seid era bello, intelligente, odiava le ingiustizie e amava il calcio e la vita. Ma ha deciso di farla finita a vent'anni. E quella lettera l'ha scritta, con incredibile lucidità. Raccontando, dicono le "Mamme per la pelle", l'associazione di genitori di ragazzi di un altro colore, emozioni non molto lontane da quelle dei loro figli. "Fino a Seid non avevano voce, i nostri ragazzi - dice Gabriella Nobile -, ora sì. Le sue sono parole di disperazione, anche se appartengono a un momento diverso". I discorsi contro gli sbarchi e l'intolleranza che quando non aggredisce, aleggia, hanno colpito comunque. Insieme alle ferite del passato, forse, e alle sofferenze di quest'ultimo anno di pandemia.
Al funerale tanti ragazzi come lui. La donna sull'altare, accanto alla bara con le maglie delle giovanili in cui Seid ha militato - Inter, Milan, poi Benevento -, legge con voce rotta dall'emozione le parole scritte tre anni fa e condivise da un'amica nel giorno della morte del ragazzo.
Papà Walter non punta il dito contro chi potrebbe aver ispirato a suo figlio quelle parole, anzi, esclude che siano all'origine del suo gesto. Il messaggio di Seid che ora scuote l'Italia - dalla politica allo sport - come un pugno nello stomaco era espressione, secondo lui, di uno stato d'animo legato a un momento che colpì l'intero Paese. E c'è da credergli: Visin è stato dirigente sindacale Uil, le sue lotte contro gli incidenti sul lavoro sono note nel Salernitano. La stessa passione animava Seid, che a neanche 21 anni si sentiva maturo abbastanza per dubitare della felicità promessa dalla carriera che i mister gli facevano intravedere. Aveva detto no a squadre importanti probabilmente perché il sistema, i soldi, il cinismo che spesso si respira in quel settore, non gli piacevano.
Lo deduce il padre di un suo amico, Giovanni Marra, che ogni tanto lo portava a fare provini da attore. Da quando non giocava più a calcio, Seid aveva lavorato in un pub, era stato recentemente in Finlandia dalla fidanzata, vincitrice di una borsa di studio. Ma il suo sogno restava lo stesso: i soldi avrebbe voluto farli, ma solo per regalare un nuovo destino ai bambini che avevano sofferto come lui, prima di trovare due genitori meravigliosi. "Voglio tornare in Etiopia e migliorare la vita della mia gente", diceva. Ma non è facile, per ragazzi come lui, che devono lottare con drammi mai del tutto dimenticati. Seid era stato adottato a 7 anni e uno dei suoi allenatori racconta che le ferite dei conflitti nel suo Paese per lui erano state profonde: il padre, che lo aveva avuto a soli 16 anni, era morto in guerra e il ragazzo aveva perso tragicamente anche la madre, lei pure poco più che una ragazzina. Cicatrici mai rimarginate cui si era aggiunto, a volte, il peso della mancata integrazione: "Qualche mese fa - scriveva nel 2019 - ero riuscito a trovare un lavoro che ho dovuto lasciare perché troppe persone, prevalentemente anziane, si rifiutavano di farsi servire da me e, come se non bastasse, mi attribuivano la responsabilità del fatto che molti giovani italiani (bianchi) non trovassero lavoro".
Seid aeva fatto ricorso all'aiuto di una psicoterapeuta, che su Facebook ha postato un video in cui il ragazzo balla come Michael Jackson per le strade di Roma, sotto lo sguardo dei passanti. E ha aggiunto il messaggio d'addio di Cesare Pavese: "Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi". "Il razzismo non c'entra - dice anche Antonio Francese, l'allenatore dell'Atletico Vitalica, la squadra di calcio a 5 dell'Agro Nocerino Sarese che aveva tesserato Seid prima del Covid -. Non rimpiangeva quel mondo perché aveva capito di essere refrattario alla logica del calcio miliardario. Coltivava anche il teatro e il ballo, ma non trascurava lo studio". Era tornato dalla Lombardia proprio per prendere il diploma di liceo scientifico. Nello Gaito, presidente della squadra: "Aveva sempre una parola di conforto per gli amici, soprattutto chi restava in panchina. Aderiva a tutti i progetti che portavano i cittadini al centro".











