di Orlando Trinchi
Il Dubbio, 23 ottobre 2020
"Il carcere è un'esperienza di una durezza incredibile. Nel reparto che ho frequentato a lungo i detenuti stavano venti ore su ventiquattro chiusi dentro la loro cella, in otto stipati in uno spazio di piccolissime dimensioni. Uno di loro mi diceva sempre: "quando siamo in galera, siamo tutti quanti dei lupi travestiti da pecore"
"Non ci interessava entrare nel merito dei singoli episodi di violenza per fornire una spiegazione diversa o proporre addirittura una verità nuova rispetto a quella descritta nei procedimenti giudiziari, ma volevamo produrre riflessioni approfondite, cercando punti di vista originali rispetto a quelli consueti".
"Testimoni di violenza", pubblicato di recente da Donzelli Editore, è infatti il frutto di incontri periodici che lo psicoterapeuta Giovanni Starace ha portato avanti per più di un anno con un gruppo di detenuti di un reparto di massima sicurezza del carcere di Poggioreale, allo scopo di approfondire la vita affettiva, le relazioni interne ai clan, il mondo interiore degli affiliati: tutto ciò che di solito sfugge alle cronache. Tra gli altri libri dell'autore, ricordiamo: "Il racconto della vita. Psicoanalisi e autobiografia" (Bollati Boringhieri, 2004), "Gli oggetti e la vita" (2013) e "Vite violente" (2014), entrambi editi da Donzelli.
Come è nato questo libro?
Avevo già scritto un articolo sulla storia di un trafficante e sui meccanismi di identificazione che questi aveva avuto con un importante boss della camorra. Il direttore di Poggioreale, che aveva letto i miei scritti, mi aveva invitato a parlarne alle guardie carcerarie, agli educatori, al personale e a tutti i presenti interessati. Hanno partecipato una trentina di persone, vi fu un interessante dibattito. Nel momento dei saluti, il direttore, persona molto affabile e intelligente, mi chiese se avessi voglia di collaborare a qualche altra iniziativa e io risposi che avrei avuto bisogno di tempo per pensarci, anche se, mentre lo dicevo, già sapevo che avrei accettato. Elaborai un piccolo progetto relativo a un gruppo di autobiografia, riservato a una decina di detenuti per un totale di sei incontri e successivamente, in base a come sarebbe andato, avrei deciso come proseguire. Così è nato questo libro.
In che modo il modello offerto ai giovani dai cosiddetti reclutatori si sovrappone e a volte confligge con quello proposto dalla figura paterna - di cui lei rileva spesso l'assenza - e la figura materna?
Parliamo spesso di ambienti degradati segnati da grande indigenza. Le figure genitoriali, cui i ragazzi sono affettivamente legati, non offrono tuttavia meccanismi convincenti di identificazione. I padri sono spesso disoccupati o impiegati in lavori occasionali, nel qual caso portano a casa un reddito molto esiguo. Una volta che si presentano figure di riferimento con cui identificarsi ricche, potenti, vincenti e rispettate, queste esercitano un grande richiamo. Questi giovani sanno a cosa vanno incontro ma preferiscono rischiare, complice anche quel tipico senso di onnipotenza adolescenziale che li spinge a pensare che non succederà mai loro quello che succede agli altri (cosa che invece puntualmente avviene).
Matteo a un certo punto dice: "Una persona diventa tanto più potente quanto più è invisibile". Da cosa deriva il carisma del capo?
Il capo è tale innanzitutto in quanto è riuscito a sbaragliare i suoi rivali diventando il dominus incontrastato della sua zona. Gode di ricchezze inestimabili, al punto da potersi permettere di bruciare in una notte migliaia e migliaia di euro al gioco d'azzardo. Per questioni più che altro legate alla sicurezza, il capo non si vede mai, tranne nel momento in cui viene arrestato o ucciso. Per via di tale invisibilità, acquisisce un maggiore carisma, diventando una sorta di presenza autorevole che aleggia nel paese. Sa tutto di tutti - in quanto tutto gli viene riferito - ma gli altri non sanno niente di lui.
Anche lo spazio stesso acquisisce una forte valenza psicologica. Potrebbe parlarci dell'identificazione di interi quartieri con i clan?
Pur trattandosi di un mondo dove le regole vengono fatte e poi contravvenute, è tuttavia sempre vivo il tentativo di imporle. I clan fondano la propria attività sullo spazio che è di loro pertinenza, che controllano e si tramandano di generazione in generazione: cambiare quartiere vuol dire anche cambiare clan di riferimento. Ogni quartiere, a seconda del capo, ha le sue regole: in alcuni di essi, possono anche essere vietati lo spaccio di droga e le estorsioni.
C'è un'ambiguità comunicativa di fondo nel codice della criminalità organizzata?
Una volta dichiarate, i contendenti credono nelle regole che si sono dati. In certe occasioni, tuttavia, mentre viene dichiarata una regola, coloro che la stipulano sanno già che la infrangeranno alla prima occasione utile. Ciò avviene spesso nelle alleanze: quando due figure legate a clan diversi stringono un comune accordo per uccidere un terzo incomodo, subito dopo ciascuno dei due si ingegna su come far fuori l'alleato stesso. Si tratta di una procedura molto frequente.
Cosa comporta a livello psicologico l'esperienza della reclusione che può valere come credenziale per venire successivamente reclutati?
La detenzione produce spesso una conseguenza psicologica molto particolare, ovvero la dissociazione. Gli individui in carcere cambiano, in quanto se dovessero tenere insieme la vita da recluso e quello di uomo libero rischierebbero di impazzire. Il carcere è di una durezza incredibile. Nel reparto che frequentavo, i detenuti stavano venti ore su ventiquattro chiusi in cella. In otto, in una cella di piccole dimensioni. Uno dei detenuti mi diceva: "Quando siamo in carcere, siamo tutti lupi travestiti da pecore". Gli aspetti più violenti vengono lasciati fuori e dentro la prigione si cerca, per quanto possibile, di convivere in maniera civile. Per alcuni affiliati, tuttavia, una volta usciti dal carcere, è molto difficile riuscire ad affrancarsi dal clan di appartenenza. La memoria della reclusione diventa presto lontana e si ritorna a delinquere. L'essere stati in carcere rappresenta sicuramente una credenziale, in quanto vuol dire che non si ha tradito e si ha acquisito una tempra sufficiente per poter poi venire reclutati a livelli più alti.
Che incidenza ha la violenza - o le varie forme di violenza - nella regolazione dei rapporti criminali?
Si sa benissimo che chi trasgredisce un patto va incontro a una risoluzione violenta e i rapporti gerarchici molto marcati sono segnati dalla violenza: chi non sia attiene alla gerarchia richiama su di sé una sanzione violenta, prima minacciata e poi agita. La violenza è il regolatore fondamentale e ultimo dei rapporti nella criminalità, in quanto, a differenza del mondo civile, non esistono altri meccanismi sanzionatori.
Nel fenomeno rappresentato dalla cosiddetta paranza dei bambini la gerarchia viene meno?
Quello della paranza dei bambini è un fenomeno che perdura, anche se penso che adesso si sia un po' attenuato. Ho parlato dell'argomento con i detenuti del mio gruppo e la mia interpretazione era che i padri, morti o carcerati, avevano liberato uno spazio consistente, abbassando di fatto l'età di appartenenza e, addirittura, di dirigenza dei clan. I miei interlocutori non erano del tutto d'accordo con me, in quanto molti di questi giovani non necessariamente appartenevano a dei clan ma erano delinquenti sciolti che emulavano i comportamenti dei criminali adulti. Non avevano altro che riferimenti idealizzati dei capi clan e quindi agivano in modo spontaneo ed esibizionista, tanto che la maggior parte di loro è finita in galera o è stata uccisa.
Molte di queste persone percepiscono lo Stato solo nelle sue componenti repressive. A suo avviso, cosa bisognerebbe migliorare?
Esiste, al riguardo, una molteplicità di iniziative sul territorio, dal doposcuola al teatro ai progetti patrocinati da parrocchie e organizzazioni cattoliche. Sarebbe tuttavia necessaria un'azione straordinaria dello Stato in termini di creazione di occupazione, di investimenti in loco. Bisogna inoltre ricordare che lo Stato è declinato nelle sue diverse articolazioni territoriali, che comprendono Comuni e Province e le pertinenze ad essi collegati (trasporti, infrastrutture, ecc...). Per migliorare sarebbe quindi necessario il concorso di tutte queste articolazioni statali.










