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di Emanuele Bonini


La Stampa, 24 luglio 2021

 

L'ente statistico europeo: gli stranieri non rubano il lavoro, semmai se lo meritano perché più bravi dei colleghi non stranieri. "Gli stranieri ci rubano il lavoro". È questa una delle argomentazioni più diffuse per chiudere la porta in faccia ai migranti, che Eurostat smentisce e derubrica nei fatti alla voce "fake-news". L'istituto di statistica europeo corregge l'affermazione tanto usata da un certo tipo di politica: gli stranieri non rubano il lavoro, semmai se lo meritano perché più bravi dei colleghi non stranieri.

Lo dicono i numeri. Nel 2020, il tasso di sovra-qualificazione dell'UE era del 41,4% per i cittadini non comunitari e del 32,3% per i cittadini di altri Stati membri dell'UE. Vuol dire che a parità di posto di lavoro, il forestiero, che sia marocchino, romeno, o bulgaro ha perlomeno una marcia in più rispetto a un italiano.

"I cittadini stranieri occupati hanno maggiori probabilità dei cittadini del Paese in cui si trovano di essere troppo qualificati per il loro lavoro", sostiene Eurostat. In Italia gli italiani rischiano dunque di non reggere la concorrenza straniera dei migranti. Anche qui i numeri non giocano a favore di chi sbandiera il patriottismo. Tra gli Stati membri dell'UE, la quota più elevata di cittadini extracomunitari sovra-qualificati è stata registrata nel 2020 in Grecia (71,6%), seguita da Italia (66,5%).

Ecco che i migranti, anche extracomunitari, risultano essere una risorsa, che in quanto tale andrebbe integrata, innanzitutto nel mondo del lavoro. La politica del "prima gli italiani" andrebbe quindi applicata alla formazione professionale, così da rendere gli italiani a prova di concorrenza straniera. Ragionamento valido anche per gli altri Paesi dell'Unione europea, oggetto delle stesse dimaniche. La manodopera straniera tende a essere più efficiente e competitiva di quella nazionale ovunque.

Eurostat non entra nel merito di questioni sensibili legati a immigrazione e lavoro. I dati suggeriscono da una parte la non competitività dei costi salariali e l'impossibilità di assunzione per gli stranieri. In altri termini, un lavoratore troppo qualificato costa troppo, e può quindi rimanere escluso. Ma c'è l'altra faccia della medaglia. Dall'altra parte un lavoratore straniero rischia di essere pagato meno di un collega nazionale, rispetto al quale ha più capacità. È il fenomeno del cosiddetto dumping sociale, che opera una discriminazione anche nei confronti del migrante, pagato meno di quello che meriterebbe per le capacità e le competenze che ha. Ancora, a parità di curriculum ed esperienza, lo straniero è quello che può accettare di più accordi al ribasso, e il datore di lavoro può essere attratto dalla convenienza di bravi dipendenti a costi più concorrenziali.

L'Italia non deve temere solo i lavoratori extracomunitari. L'appartenenza all'UE, che non ostacola i migranti economici, in termini lavorativi costa agli italiani se si guarda al merito, quello vero. Per i cittadini di altri Stati membri dell'UE, le quote più elevate di lavoratori sovra-qualificati sono state registrate in Italia (47,8%), Cipro (47,7%) e Spagna (47,2%). Lo Stivale è il primo per maggior tasso di lavoratori anche troppo qualificati per uno stesso impiego che potrebbe ricoprire un nazionale.

L'Italia non è comunque un fenomeno isolato. Al contrario, è la conferma di una tendenza generale. I lavoratori nazionali sono ovunque, nell'UE, i meno qualificati di quelli stranieri utilizzati nel mercato del lavoro con contratto regolare, secondo i dati Eurostat. Questo sembra indicare che chi si reca all'estero ha capacità da vendere, e che in realtà non è vero che "gli stranieri rubano il lavoro". Sono semplicemente più bravi, e questo vale per i tanti italiani all'estero.

Non finisce qui. Nell'Europa che dichiara guerra alla discriminazione di genere, Eurostat dice chiaramente che sulla base dei dati 2020 "le donne avevano maggiori probabilità di essere troppo qualificate rispetto agli uomini, indipendentemente dalla cittadinanza". Un qualcosa su cui dover lavorare.