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di Orlando Trinchi


Il Riformista, 27 novembre 2020

 

Sono dodici anni che non viene convocata la Conferenza nazionale sulle droghe, che invece, secondo la legge 309, dovrebbe essere convocata ogni tre anni. Da quasi un ventennio gli investimenti sulla prevenzione sono azzerati. La politica è assente nell'approccio del nostro servizio sanitario è rimasto indietro di decenni. "La pandemia si è imposta su un sistema che già arrancava, sia nel pubblico che nei servizi del terzo settore". Una lucida preoccupazione affiora nelle parole del Presidente della Federazione Italiana Comunità Terapeutiche (Fict) Luciano Squillaci.

 

In che modo l'emergenza Covid-19 ha inciso sulla cura e la prevenzione delle tossicodipendenze?

Uno studio della Società Italiana per le Tossicodipendenze ha rilevato come in realtà solo circa lo 0,05% di contagi diretti da Covid riguardi persone che fanno uso di oppiacei o altre sostanze. Il virus non ha inciso principalmente dal punto di vista della malattia quanto sotto il profilo della cura e della riabilitazione. La contingenza del lockdown ha determinato difficoltà negli ingressi: molti ragazzi sono rimasti sostanzialmente per strada. Quando ci si trova all'inizio di un percorso contrassegnato da fragilità complesse come quelle connesse alla tossicodipendenza, inoltre, si fa fatica a comprendere i limiti per i quali non è possibile incontrare i propri cari. Sono state emanate misure per le Rsa ma ci si è completamente dimenticati dei servizi per le tossicodipendenze e la salute mentale. Gli investimenti sono sempre minori e diventa arduo andare avanti con le attività terapeutiche. Il sistema, già fragile di per sé, ha subìto - sia per i mancati ingressi che per la riduzione delle presenze - un ulteriore colpo da un punto di vista economico, da sommare alle maggiori spese che ha dovuto sostenere. Ci siamo praticamente trovati al fronte con le armi spuntate.

 

In alcune Regioni, in cui l'organizzazione sanitaria è problematica, criticità di questo genere erano presenti anche prima dello scoppio della pandemia?

Assolutamente. Disponiamo di un sistema di cura e riabilitazione fermo alla legge 309 del 1990, la quale regola un fenomeno - quello delle tossicodipendenze - in continua evoluzione. Ogni anno in Italia individuiamo con i sistemi di allerta circa cento nuove sostanze. È chiaro che in presenza di un fenomeno in continuo mutamento, con una legge ferma ancora al cosiddetto eroinomane classico - quando oggi sappiamo che i poliassuntori e le dipendenze da droghe sintetiche rappresentano l'allarme principale - diventava già difficile agire, anche prima della pandemia, che rischia ora di assestare il colpo di grazia. Abbiamo scritto più volte al governo, insieme alle reti che si occupano di dipendenze patologiche e le società che rappresentano i SERT - Servizio per le Tossicodipendenze - ma non abbiamo ricevuto risposta. Durante i mesi interessati da questa nuova emergenza non stia certo diminuendo il disagio che si annida dietro l'uso di sostanze. Il periodo di chiusura ha probabilmente reso più difficile reperire la droga in strada, ma ha aperto e implementato nuovi mercati come quello di Internet, già rilevante prima della pandemia.

 

I dati pubblicati dalla Relazione al Parlamento 2020 sul fenomeno delle tossicodipendenze in Italia ci consegnano un quadro allarmante, con un aumento di morti per droga. Dove cercare eventuali responsabilità?

Innanzitutto in una politica che sul tema si è dimostrata assente. Sono dodici anni che non viene convocata la Conferenza Nazionale sulle droghe, che invece, secondo la legge 309, dovrebbe essere convocata ogni tre anni. Da quasi un ventennio gli investimenti sulla prevenzione sono sostanzialmente azzerati. Il silenzio di questi giorni ci fa quasi rimpiangere le battaglie ideologiche e strumentali che si facevano un tempo. Un silenzio colpevole di fronte a una situazione che invece, negli ultimi cinque anni, mostra un trend in costante di aumento. Rileviamo più di un morto per droga ogni giorno - e non stiamo parlando delle morti cosiddette indirette, come incidenti stradali o similari - e, cosa altrettanto grave, 7.800 ricoveri l'anno per lo stesso motivo.

 

Ci sono ritardi nel campo della prevenzione e del sistema ufficiale dei servizi?

In passato potevamo servirci del Fondo nazionale di intervento per la lotta alla droga e in materia di personale dei Servizi per le tossicodipendenze - che prevedeva, sia per la prevenzione che per il reinserimento, la possibilità di attivare percorsi educativi strutturali, poi azzerato per confluire nel fondo indistinto delle politiche sociali. Da allora l'Italia ha sostanzialmente smesso di investire in prevenzione. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: 660.000 ragazzi tra i 15 e i 19 anni - questi i dati ufficiali della Relazione al Parlamento - dichiarano di aver fatto uso di una sostanza illegale nel 2019, mentre i nostri centri di ascolto raccolgono l'allarme di famiglie che chiedono aiuto per i loro figli, bambini di 12 e 13 anni. Si è abbassata in maniera cospicua l'età relativa al primo uso di sostanze e tutto ciò è correlato alla difficoltà di comprendere quanto sia rilevante, in questo settore ma non solo, l'investimento sull'educazione.